BATTERE IL BENCHMARK.

Nel 2015, il 34% dei gestori di fondi comuni di investimento ha battuto il rispettivo “benchmark”, quello che viene definito come parametro di riferimento del mercato in cui il fondo investe, sia esso azionario, obbligazionario, o misto. Se il 66% dei gestori non batte il benchmark, il problema sembra stare nei gestori, non nel benchmark: negli ultimi 15 anni, la percentuale di fondi che hanno “battuto” il benchmark è oscillata fra il 10% (minimo) ed il 45% (massimo).

Fra i tanti fondi disponibili per un investitore italiano, i fondi italiani sono tenuti ad indicare che la loro gestione si confronta con un benchmark, ma non tutti: sono infatti esclusi i fondi flessibili; e sono anche esclusi i fondi esteri. Negli ultimi anni l’industria del risparmio gestito ha reagito favorendo la diffusione di fondi di diritto europeo armonizzati (SICAV et similia) gestiti da società di gestione estere, spesso posseduti da quelle stesse banche e quegli stessi gestori italiani che non riescono a “battere il benchmark”: sono aumentati i fondi flessibili sul mercato e nel 2015, su circa 170 nuovi fondi domiciliati in Italia, 115 sono stati fondi flessibili (il 67,6%), fondi che non hanno l’obbligo di indicare nel loro prospetto un parametro di riferimento della gestione, il “benchmark”. Nella categoria dei fondi flessibili rientrano fondi di diversa natura, sia obbligazionari che azionari, ”absolute return”, “total return”, a distribuzione periodica, senza vincoli di mandato (”unconstrained”).  E per l’investitore la differenza fra la migliore “perfomance” e la peggiore è stata abissale: il peggiore dei fondi flessibili ha fatto -27%, il migliore +24%.

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