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L’ANGOLO DELLO CHEF – I Caffè Liberali di Antonluca CUOCO

Imprenditori cinesi simili ai nostri anni ’50

 

 

Negli anni settanta, quella cinese era un’economia di stampo comunista e socialista, chiusa e prevalentemente agricola. Attraverso un percorso ricco di contraddizioni e paradossi, da paese rigidamente chiuso nei confronti dell’esterno, la Cina è diventata una delle principali potenze economiche a livello mondiale. Il potenziale di crescita della Cina è ancora grande, tuttavia può essere ostacolato dalla propensione dei leader del partito unico a controllare e indirizzare non solo l’economia, ma anche le idee e la vita delle persone.

A tal proposito, un’ottima lettura è il bel volume di Ronald Coase e Ning Wang, intitolato “Come la Cina è diventata un paese capitalista”, nel quale gli autori approfondiscono alcuni limiti del modello di sviluppo cinese, soffermandosi in particolare sulla scarsità del “mercato delle idee” che non permette al Paese di sviluppare prodotti innovativi, preferendo “prendere commesse manifatturiere da altri piuttosto che inventare i propri prodotti”. Prima o poi i nodi vengono sempre al pettine: è impossibile avere un mercato capitalistico in cui chiunque compra e vende senza accettare la possibilità che i valori fluttuino liberamente: la Cina ha scelto di abbracciare il capitalismo e la proprietà privata senza però conoscere John Locke e Thomas Jefferson, e senza mai fare propri i valori di fondo della società libera. E questo è il limite che oggi potrebbe renderla ora assai vulnerabile.

Non è stato tanto il “capitalismo di stato” a produrre il miracolo cinese, quanto il capitalismo dal basso nato dopo le liberalizzazioni che hanno permesso a mille fiori privati di fiorire. Per continuare sulla strada della crescita e garantire stabilità (anche a sé stesso), il partito dovrebbe fare ulteriori liberalizzazioni e rinunciare progressivamente a una quota del potere statalista sull’economia. Nelle grandi metropoli cinesi si assiste ormai all’affermazione di una borghesia dinamica in grado di esprimere un ceto intellettuale insofferente nei riguardi dell’eredità maoistae, in particolare, della struttura centralizzata e autoritaria. E sono sempre le più moderne imprese private quelle più capaci di soddisfare le esigenze e i desideri della nuova classe media cinese. Una classe media che – dicono le previsioni – arriverà a decuplicarsi tra il 2010 e il 2020, arrivando a quasi 500 milioni di persone.

Dall’altra parte del pianeta, nel continente europeo, assistiamo a dinamiche opposte, con la crescita della popolazione prossima allo zero: in Italia i flussi migratori non riescono a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale. Rispetto agli anni precedenti diminuiscono gli immigrati e aumentano gli emigrati, con un saldo negativo tra flussi in entrata e in uscita. A completare il quadro, la tradizionale classifica stilata dalla Banca Mondiale nel rapporto “Doing Business”, sui paesi nei quali è più conveniente investire, colloca l’Italia al 45° posto e tra i Paesi del G7 risultiamo essere il paese più basso in graduatoria: il meglio piazzato è il Regno Unito (sesto posto), seguito dagli Usa (settimo), dal Canada (quattordicesimo), dalla Germania (quindicesima) .

Alberto Forchielli, 60 anni, imprenditore bolognese e di recente co-autore con Stefano Carpigiani del libro “Trova lavoro subito”, è fondatore e amministratore delegato diMandarin Capital Management, fondo di private equity che mette in contatto aziende europee e partner commerciali cinesi. Nel suo lungo curriculum ci sono le esperienze in Iri e Finmeccanica. Ma anche quelle alla Banca Mondiale e come consulente di numerosi Paesi del Sudamerica.

forchielli

Che bilancio può trarre dalle Sue esperienze e com’è cambiato il ruolo dell’Italia sui mercati?

L’Italia sta inesorabilmente diminuendo il suo ruolo sui mercati mondiali, una volta rappresentava il 4% del commercio mondiale, ora è inferiore al 3%, i volumi scendono, i prezzi salgono, la combinazione delle due cose ci penalizza, ma temo che i margini siano in discesa per tenere quote che perdiamo comunque, perché siamo sempre sui soliti mercati di 50 anni fa che oggi sono sempre più competitivi.

Qual è il minimo comun denominatore dei nuovi imprenditori cinesi e ci sono affinità con gli italiani?

Sono simili ai nostri degli anni ’50 e ’60: tosti, ignoranti, indistruttibili, vivono in azienda al secondo piano. Inoltre, gli imprenditori cinesi fanno di tutto per evadere le tasse.

Dopo 25 anni di sviluppo impetuoso e dopo una supervalutazione del mercato borsistico, il grande Paese asiatico è da questa estate alle prese con il primo crollo della Borsa. Cosa aspettarci ancora?

Una crescita più fiacca, ma ancora abbastanza forte per continuare a farci il culo. Nessuna illusione, non c’è nulla di buono per noi in fondo al tunnel. Il mercato cinese non ha ancora raggiunto il suo valore reale e “giusto”. Sarà un anno duro e non si è ancora toccato il fondo. Dopo la scorsa estate, questa volta mi sembra che il declino del mercato sia guidato da piccole istituzioni. Le grandi avevano concordato, per un periodo di 6 mesi, una restrizione nella vendita di titoli. Questa restrizione sta per scadere e le istituzioni di più piccole dimensioni stanno cercando di uscire dal mercato prima che i giganti forzino la loro uscita. In Cina l’effetto mandria è fortissimo: tutti hanno iniziato a comprare portando le azioni a livelli pazzeschi ed oggi se ne vedono le conseguenze. Da due anni i mercati stanno scontando il rallentamento della Cina, soprattutto nei paesi emergenti che esportano materie prime. Pechino sta cercando di riattivare i consumi interni aumentando i giorni non lavorativi e sostenendo i salari ma ormai anche il colosso asiatico comincia ad avvertire la scarsità di manodopera. Inoltre stanno sostenendo l’inurbamento nelle grandi città per sviluppare la crescita di una economia dei servizi che è in forte espansione: educazione, salute, intrattenimento, turismo. I paesi emergenti sono ora la Cambogia, il Vietnam (che sembra la Cina di 20 anni fa) e la Birmania, piena di risorse.

La Cina oggi non è una democrazia, ma al tempo stesso gli spazi di libertà sono cresciuti: prima nell’economia e poi anche in altri ambiti. E’ lecito immaginare che, nei prossimi anni, le richieste di pluralismo possano trovare risposte positive?

No, perché col progresso i Cinesi pretendono di più, ma il Partito deve stringere di più per bilanciare le richieste della gente che con la pancia piena sogna cose irrealizzabili. La democrazia è un lusso che la Cina non si può permettere, sono troppi e troppo fitti, vogliono stare meglio, non chiacchierare in libertà.

Nel Mondo ci sono molte professioni in cui c’è sbilancio tra domanda e offerta, e intercettare queste opportunità potrebbe essere una soluzione per molti. Il suo recente libro ricorda a molti giovani italiani che è meglio essere emigrato che disoccupato, smettendo di deprimersi in attesa di un lavoro che non c’è e non ci sarà. Come si cerca lavoro all’estero?

I nostri giovani in Italia sono condannati a fare una scelta impossibile. Restare senza la possibilità di trovare lavoro o di trovarne uno all’altezza delle proprie aspirazioni oppure andarsene lasciando tutto per realizzarsi e costruire un futuro per sé e per la propria famiglia. Per chi può le scelte vanno fatte sin da subito, quando si è giovani. La scelta della scuola superiore è una scelta fondamentale e troppo spesso sottovalutata. Restare o andare? Mi chiedo come fanno le persone ancora a chiedere ai nostri ragazzi di restare condannandoli al 50% di disoccupazione giovanile. Sarebbe interessante invertire le proporzioni di occupazione/età e vedere cosa succederebbe. Quindi, la scelta di internazionalizzare nelle diverse scale è una scelta obbligata per rimanere a galla laddove il mondo è un unico contesto globale. Non è più una scelta, è una realtà. I giovani italiani in cerca di lavoro si scoraggiano troppo presto. Sono assuefatti a un sistema che non premia il merito e che vede il lavoro come una grazia ricevuta e non come il giusto riconoscimento del talento. Una regola pratica, cercando lavoro, è quella di candidarsi solo per le posizioni lavorative aperte che siano perfettamente idonee alle proprie competenze, mai cadere nella trappola del “beh, intanto mi candido, poi saranno loro a decidere se vado bene o no”.

Secondo i dati dell’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, nel 2014 i connazionali andati oltreconfine hanno superato quota 100mila, contro i 94mila dell’anno precedente: è come se in un anno fosse scomparsa la città di Piacenza.

Certo, non suona bene, me vedi alternative? Non credo che gli esseri umani si possano congelare ancora, o mi sbaglio? Nel complesso temo che il problema sia l’Europa che da anni non riesce a riprendersi e ristagna su una crescita di pochi decimali.

Grazie all’accrescimento di dinamiche concorrenziali e di mercato globale, la mobilità internazionale è sempre più economica e a portata di mano: opportunità che sembravano impossibili ai nostri genitori si rendono oggi sempre più disponibili: come sfruttarle?

Studiare duro per “farsi un mestiere”: lo studio non è un hobby, non esistono scorciatoie. Il lungo percorso verso l’occupazione si costruisce fin dalla scelta delle scuole superiori, in cui spesso i ragazzi non sono pronti a fare scelte sensate e allora sta ai genitori aiutarli a capire e a scegliere. La globalizzazione ha cambiato tutto ma ancora in troppi non riescono a coglierne gli aspetti che li toccano nella vita di tutti i giorni. Solo una piccolissima parte dei lavoratori potrà svolgere un’unica mansione o lavoro per tutta la vita. Per questo l’apprendimento continuo deve essere una condizione di base nella nostra vita. Per molti non ci sarà mai lavoro in Italia e saranno sempre costretti ad andare a cercarlo all’estero, o comunque dove possono essere valorizzati. La storia si ripete: durante il Rinascimento i nostri migliori artisti andarono a ingentilire le corti europee. Allora avevano la scelta tra restare e andare. Oggi non tutti sono così fortunati.

Account twitter dell’autore: @antonluca_cuoco

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