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China Analysis con Rebecca Arcesati

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Una vignetta del cinese South China Morning Post esorta la neoeletta Tsai Ing-wen a rinunciare alla sua linea indipendentista per non incorrere in un “vicolo cieco”, e invita Taiwan a fare i conti con la sua realtà politica ed economica.

 

L’economia di Taiwan e il post elezioni

La dipendenza della zoppicante economia dell’isola dai legami commerciali con la Cina rende imperativo per il nuovo governo mantenere buoni rapporti con Pechino.

Di Rebecca ARCESATI, sabato 23 gennaio 2016

Il risultato elettorale del weekend taiwanese, che ha consegnato la maggioranza al Partito democratico progressista (DPP) per la prima volta da quando vide la luce nel 1986, arriva in una congiuntura più che mai critica per Taibei. Tsai Ing-wen, primo presidente donna e carismatico leader dell’opposizione al precedente governo filocinese del Kuomindang di Ma Ying-jeou, ha ereditato un’economia in difficoltà e su questa ha giocato la sua campagna elettorale. I suoi risultati, o la mancanza di tali, determineranno se il consenso dell’opinione pubblica verso il suo governo sarà migliore rispetto a quello, decisamente scarso, di cui godeva il suo predecessore.

Taiwan ha perso da tempo il suo ruggito da “tigre asiatica”. Secondo dati forniti da Bloomberg, l’economia è cresciuta soltanto dello 0.9% nel 2015 ed è in piena recessione. Il settore dell’elettronica, un tempo motore dello straordinario dinamismo dell’isola, soffre una mancanza di competitività. La domanda debole di computer a livello globale si fa sentire, affossando compagnie locali come Acer e Asustek, mentre Apple, Samsung e le cinesi Xiaomi e Huawei hanno acquisito le maggiori fette del mercato degli smartphone.

Ad anni di crescita lenta del PIL si aggiungono salari troppo bassi, uniti alla disoccupazione e ai prezzi vertiginosi del mercato immobiliare. E mentre le condizioni di vita rimangono indietro rispetto ad altre economie della regione come Giappone e Sud Corea, i prezzi del lavoro e della terra sono comunque abbastanza alti per gli investitori da alimentare fughe di capitali, diminuendo ulteriormente le prospettive di impiego sull’isola. La situazione del welfare è in bilico: Taiwan ha uno dei peggiori trend demografici tra le principali economie asiatiche e secondo le previsioni la popolazione inizierà a diminuire nel 2019; l’invecchiamento, similmente a quanto avviene in Cina, pesa sempre più sul sistema assistenziale e sanitario, oltre che sulle finanze pubbliche. Stanchi di questa situazione, gli elettori hanno premiato Tsai.

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Ma è soprattutto la relazione commerciale asimmetrica con Pechino a dettare le sorti  economiche, e dunque anche politiche, dell’isola. E’ questa la leva che Xi Jinping sa di poter utilizzare a suo favore nelle relazioni con il nuovo governo. La fragile economia taiwanese dipende in larga misura dall’export, ma non solo: il 30% delle esportazioni – 40 contando quelle dirette a Hong Kong – è comprato dalla Cina. Si tratta del 70% del PIL. Al contrario, l’isola si rivela una meta tutt’altro che significativa per i prodotti cinesi. Questa situazione mostra oggi tutti i suoi effetti collaterali, da quando il rallentamento cinese ha iniziato a impattare negativamente sull’export, in caduta da nove mesi.

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Tale dura realtà renderà arduo per Tsai realizzare l’obiettivo di assicurare il benessere dei cittadini sganciando al contempo lo sviluppo dell’isola dalla pesante dipendenza dalla Cina, dipendenza sui cui aveva puntato il KTM, attirandosi l’odio degli elettori. La nuova leader ha annunciato l’intenzione di attuare una politica economica “diretta a sud” attraverso, ad esempio, la diversificazione dei partner commerciali e degli investimenti delle imprese, verso ASEAN e India: finora esse hanno giocato tutto sulla dinamica economia cinese, iniettandovi oltre 1 miliardo di dollari nel 2011. Liberalizzazioni, innovazione e creazione di posti di lavoro sono ulteriori punti in agenda, internet, tecnologie verdi, biotecnologie mediche, macchinari da precisione e difesa i settori strategici su cui il DPP intende puntare per rilanciare la crescita.

La relazione con Pechino è ora complicata dal fatto che, se prima Taiwan beneficiava del boom cinese grazie al proprio primato nei prodotti tecnologici d’avanguardia, la nuova strategia di puntare sui servizi e incoraggiare lo sviluppo di tecnologie “made in China” spinge sempre più ai margini prodotti e servizi delle piccole e medie imprese taiwanesi: ad esempio, nel 2014 il 29% dei semiconduttori in Cina è stato fornito da produttori di chip nazionali, 9 punti in più rispetto al 2010.

Come sottolinea un articolo di Fortune, una scommessa decisiva potrebbe essere l’ingresso dell’isola nei negoziati della Trans-Pacific Partnership (TPP), e dunque in un ricco spazio di libero mercato nell’area dell’Asia Pacifico. L’accordo non entrerà in vigore prima del 2017, e nel frattempo Tsai dovrà essere molto abile nel procurarsi alleanze e, soprattutto, coltivare buoni rapporti con la seconda economia mondiale: mai gli Stati Uniti accetteranno l’ inclusione di Taiwan se verrà a meno questa condizione.

Ma Tsai non è ingenua, e ha subito rassicurato sulle sue intenzioni verso il gigante sull’altra sponda dello stretto: se prima delle elezioni era risoluta nel rifiutare il cosiddetto “consenso del 1992” su cui si sono basate finora le relazioni con Pechino, ventilando l’idea di una dichiarazione formale di indipendenza che incontrerebbe l’ira – e forse i missili – della Cina, le considerazioni pragmatiche prendono ora il sopravvento; è stata lei stessa ad annunciare l’impegno a mantenere lo status quo.

Intanto Pechino sfrutta a suo favore la debolezza dell’economia taiwanese. Per quanto discutibile, è l’economia a dettare legge sulle opzioni e scelte politiche, una leva che la Cina mostra di utilizzare con scaltrezza in questa come in altre relazioni “bilaterali” (nel caso di Taiwan, termine non proprio gradito alla RPC). Quanto a questa leader determinata, una forte maggioranza le dà lo spazio di manovra per fare le riforme, ma l’impresa è ardua.

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