L’ANGOLO DI ADAM SMITH

I denti aguzzi degli odontoiatri

 

Parafrasando Churchill (“Never was so much owed by so many to so few”) si potrebbe dire che mai così pochi estrassero così tanto da così tanti. Questa volta stiamo parlando dei dentisti (“E i notai?” Potrebbe obiettare qualcuno: obiezione accolta, ma occupiamoci di qualcun altro, pour changer).

Infatti, con un sincronismo strabiliante e deprimente allo stesso tempo, al Senato i rappresentanti di 5 gruppi parlamentari diversi, PD, Gruppo Misto (ALA di Verdini), Forza Italia, NCD, M5S, hanno presentato un emendamento al ddl concorrenza facendoselo dettare dell’Associazione Nazionale Dentisti Italiani (che si è vantata sul suo sito di aver scritto il testo presentato dai senatori). A prescindere dal contenuto, che ora andiamo a esaminare, la cosa è particolarmente vergognosa per i tre portavoce del gruppo grillino al senato, tutti firmatari: se ci fosse ancora bisogno di qualche prova che, appena lasciati liberi a sé stessi, anche i pentastellati si inginocchiano in modo plateale davanti alle lobby che dichiarano di voler combattere, leggete un po’ qua.

L’emendamento prevede che i soci di società operanti nel settore odontoiatrico debbano essere iscritti all’Albo degli odontoiatri per almeno 2/3 del capitale sociale e dei diritti di voto e sia inoltre necessario che il direttore sanitario “o un suo delegato” sia un dentista patentato.

Di cosa stiamo parlando? Come tutti sanno, negli ultimi anni sono proliferate le cosiddette “catene” di cliniche odontoiatriche, legate da accordi di franchising oppure di proprietà di uno stesso operatore. Il successo è indiscutibile: secondo gli ultimi dati disponibili almeno 523 cliniche appartengono a queste “catene” e il fatturato è stimato in circa 600 milioni di euro. A questi network bisogna inoltre aggiungere i grandi centri di cura organizzati aziendalmente con decine di poltrone per i pazienti. La loro esistenza ha tra l’altro arginato il turismo dentistico, fenomeno in espansione che vede decine di migliaia di clienti recarsi in Slovenia, Albania o Slovacchia per le cure dentali più importanti, somministrate con competenza e a prezzi assolutamente competitivi.

Un’indagine di Altro Consumo del 2013 aveva rilevato come i prezzi praticati dalle strutture organizzate fossero notevolmente più bassi di quelli dei gabinetti dentistici tradizionali: in media il 50% in meno per la semplice pulizia dei denti, il 30% per l’otturazione di un molare, il 40% per un impianto in titanio il 16% in meno per un ponte a tre elementi, che comunque son sempre 350 euro risparmiati… La qualità, ovviamente, non può essere diversa, perché ad operare son sempre odontoiatri; anzi, in generale, le cliniche hanno le attrezzature più tecnologicamente avanzate. Incidentalmente, queste strutture già ora sono sotto stretta sorveglianza delle ASL, sono a tasso di evasione fiscale zero ed hanno attratto 200 milioni di € di investimenti stranieri.

Tralasciando il carattere espropriativo della proposta dei parlamentari-dentisti, se questa andasse in porto bisognerebbe trovare tra i 23.000 odontoiatri un numero sufficiente di loro che avesse a disposizione i capitali per rilevare a prezzi di mercato un simile business e, siccome è difficile pensare che una volta proprietari farebbero concorrenza a loro stessi, è facile pensare ad un aumento generalizzato dei prezzi o alla chiusura di alcune cliniche.

Il numero dei dentisti in sé, peraltro, è un altro scandalo, giacché l’Università, pur avendo disponibilità più ampia e nonostante le reprimende dell’Autorità Antitrust, continua ad offrire meno di 800 posti l’anno (il che, tra studenti che non finiscono, quelli che emigrano o gli stranieri che tornano in patria o chi poi farà altro, fa sì che coloro i quali eserciteranno la professione saranno di meno) e il corso di laurea dura inutilmente 6 anni, più che nel passato e più che negli altri paesi. Insomma, l’intero mercato è strutturato per restringere la concorrenza (la quale, ricordiamolo, migliora i prezzi ma anche la qualità del servizio, se non si vuol rimanere senza clienti); ma questo evidentemente non bastava all’ANDI la quale nel suo comunicato nemmeno si perita di spiegare a cosa serve l’esproprio e si limita a declamare l’utilità del direttore sanitario odontoiatra (provvedimento inutile, in quanto già in quasi tutti i casi è così e comunque c’è la scappatoia del “delegato”).

Difficile sperare in un sussulto di coscienza dei senatori né sembra che le associazioni di consumatori si stiano scaldando più di tanto (amico Trefiletti, muoviti!): la sola speranza è che la lobby delle cliniche lotti furiosamente per i suoi diritti e quelli di noi pazienti. Che tristezza però…

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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