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L’ANGOLO DI ADAM SMITH

I fannulloni delle partecipate

 

I decreti sulla riforma della PA approvati dal consiglio dei ministri nella notte tra mercoledì e giovedì presentano numerose novità e toccano una panoplia di argomenti. Tra questi, due sembrano idealmente legati, vale a dire i provvedimenti sui “furbetti del tesserino” e il riordino delle società partecipate in quanto, si potrebbe dire, se la prendono coi fannulloni e con le società fannullone.

Poiché adesso scattano i 30 giorni entro i quali le commissioni parlamentari possono far valere le loro osservazioni, una qualche riflessione sul loro contenuto si impone

Il decreto sugli assenteisti truffaldini è stato già abbondantemente anticipato: entro 48 ore sospensione senza stipendio per chi è colto in fragrante a bigiare; entro 1 mese esercizio del diritto alla difesa e, a conclusione del procedimento disciplinare, provvedimento definitivo di licenziamento in caso di colpevolezza; obbligo per il dirigente preposto di prendere l’iniziativa a pena, in caso di inerzia, di essere accusato anche di “omissione di atti di ufficio”.  Inoltre, se il fatto ha provocato un danno di immagine alla Pubblica Amministrazione, l’assenteista potrà dover risarcire una somma pari ad almeno 6 mesi dello stipendio ed essere incriminato penalmente. Infine, verrà castigato pure chi ha “agevolato” il comportamento scorretto e non è chiaro se ciò implichi la punibilità anche di chi, pur sapendo, ha semplicemente taciuto.

Che dire? Com’è noto il fenomeno dell’assenteismo nella PA è di 2 volte e mezza più grande rispetto al settore privato per le assenze brevi. Già questo è grave, ma qui si è voluto intervenire rafforzando e sveltendo la procedura per infliggere una pena a dei veri truffatori. Rimangono però alcuni nodi. Com’è noto, uno dei freni al licenziamento dei dipendenti pubblici (in ipotesi possibile ma quasi mai attuato) è la responsabilità del dirigente in caso di reintegro del lavoratore da parte del giudice. In quel caso, il responsabile può essere condannato dalla Corte dei Conti a risarcire il danno erariale causato allo Stato e così, per non sbagliare, non si licenzia nessuno. Orbene, da oggi i dirigenti saranno tra la Scilla del loro licenziamento se omettono di passare all’azione e la Cariddi del risarcimento se sbagliano l’atto concreto (più probabile, visto il poco tempo a disposizione). Il governo deve risolvere questo labirinto. E, nel risolverlo, potrebbe rinunciare ad intestardirsi nel volere emanare norme che disapplichino il Jobs Act nei confronti dei lavoratori pubblici, visto che la Corte di Cassazione ha invece inequivocabilmente sancito che allo stato dell’arte il nuovo articolo 18 vale per tutti .

Passiamo al decreto Madia sulle partecipate. Rispetto alla versione circolata nei giorni scorsi è stata fortunatamente corretta la norma che imponeva l’amministratore unico a tutte le società pubbliche salvo le quotate, la Rai e chi emette obbligazioni sul mercato (ad esempio FS), salvo eccezioni ad insindacabile giudizio dell’ente proprietario. Per risparmiare su qualche consigliere di amministrazione si introduceva una norma molto rigida e pericolosa (non sempre la persona sola al comando è consigliabile)attenuata da un’assoluta discrezionalità altrettanto perniciosa. Ora, almeno, si è scelta la gradualità e l’amministratore unico sarà obbligatorio solo per le società più piccole.

Per il resto, il piano di razionalizzazione stabilito dalla legge è una buona cosa, così come la chiusura o l’accorpamento di quegli enti con più amministratori che dipendenti o che ne sono addirittura privi nonché di quelli inattivi, in perdita cronica o con meno di un milione di fatturato. Prevista inoltre la possibilità di fallire come per tutte le società commerciali.

Queste misure probabilmente porteranno a maggior efficienza e a qualche risparmio, sopratutto se si avrà il coraggio, con intelligenti ammortizzatori sociali (non in stile Alitalia perciò), di ridurre il personale spesso pletorico di molte società (ricordo l’esempio dell’ATAC di Roma e capiamo tutti di cosa parliamo). Tuttavia, il nodo della proprietà pubblica che, perlomeno quando il servizio è già offerto in concorrenza da privati o potrebbe esserlo, porta a distorsioni, pratiche monopolistiche e sprechi, non è stato risolto in modo draconiano.

Infatti, il decreto stabilisce che le pubbliche amministrazioni non potranno più costituire o partecipare a società che non debbano costruire un’opera pubblica; non si dedichino all’autoproduzione di beni o servizi strumentali agli enti pubblici; non abbiano come oggetto sociale la produzione o gestione (anche con soci privati) di servizi di interesse generale. Questi ultimo vengono definiti con una certa larghezza, lasciando spazio ad una resistenza passiva da parte dei politici. Il disegno governativo, infatti,elenca tra le attività ammesse quelle di produzione o fornitura di beni o servizi che sarebbero svolte dal mercato “a condizioni differenti in termini di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza che le amministrazioni pubbliche assumono come necessarie” per soddisfare i bisogni della comunità e “garantire l’omogeneità dello sviluppo e della coesione sociale”. Un pubblico amministratore scaltro potrebbe approfittarne per includere di tutto: da internet alla pay tv, dai panifici ai supermercati. Vogliamo negare un teatro o una libreria o un tabacchino in zone che non ne hanno per assicurare la coesione sociale? Il concetto che bisognava introdurre era diverso: dove c’è o potrebbe esserci il mercato non c’è lo Stato, punto.

Pur con questi caveat i due disegni anti-fannulloni imboccano una direzione apprezzabile: speriamo che il governo non venga colto anche lui da pigrizia e rinunci ad essere conseguente con le premesse che si è dato.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicolA

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