COME LA BUROCRAZIA OPPRIME LE IMPRESE

 

 

Nel nostro Paese, osserva uno studio di Rete Imprese Italia e del Centro Europa ricerche, la burocrazia costa alle piccole e medie imprese 31 miliardi di euro: l’equivalente al 2% del Prodotto interno lordo italiano, in pratica.
Degli oltre 30 miliardi sborsati ogni anno dalle imprese, circa 9 miliardi sono oneri impropri dovuti alle inefficienze burocratiche e che dunque potrebbero essere eliminati, garantendo all’economia importanti benefici. Con l’eliminazione degli oneri impropri il Pil aumenterebbe di 16 miliardi di euro e la disoccupazione scenderebbe dello 0,5% nell’arco di quattro anni.
Secondo i dati elaborati dal Centro Studi ImpresaLavoro, un’azienda media spende ogni anno 7.559 euro per sbrigare adempimenti burocratici relativi al pagamento delle imposte: una cifra che non ha eguali in Europa e che rappresenta una vera e propria tassa ulteriore e mascherata che le nostre imprese sono costrette a sostenere.

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Il numero è frutto dell’incrocio di due dati: quello reso noto dalla Banca Mondiale all’interno del rapporto Doing Business e relativo alle ore annue necessarie per svolgere adempimenti fiscali nonché quello relativo al costo orario medio del lavoro nel nostro paese così come sostenuto dalle aziende e rilevato da Eurostat.
Un’azienda italiana, mediamente, deve infatti dedicare ogni anno 269 ore per preparare, compilare e pagare i moduli relativi alle imposte sul lavoro, sul valore aggiunto e sui redditi di impresa, il 52% in più della media dei Paesi Ocse pari a 22 giornate. Questo tempo comporta ovviamente un costo, che Eurostat stima mediamente in 28,1 euro l’ora. L’assorbimento di dipendenti dedicati a queste mansioni e quindi distolti dall’effettiva produzione costa così ogni anno alle aziende 7.559 euro.

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Svettare in questa classifica è tutt’altro che prestigioso e per una volta riusciamo a battere anche la Germania che, nonostante un costo orario del lavoro più alto di 3 euro rispetto al nostro, con “solo” 218 ore necessarie a pagare le tasse chiede alle sue imprese uno sforzo di 736 euro inferiore al nostro. Superiamo anche la Francia che, pur avendo un sistema fiscale pesante come il nostro in termini quantitativi, richiede solo 137 ore all’anno per svolgere tutti gli adempimenti.
Le due aree su cui dovrebbero concentrarsi maggiormente le semplificazioni sono Lavoro e Fisco.

Pensiamo che ogni anno una piccola media impresa deve fronteggiare 70 scadenze fiscali. Quando analizziamo il total tax rate cui sono sottoposte le imprese italiane molto spesso ci dimentichiamo che le tasse emerse non rappresentano il totale del peso che le aziende devono sopportare.

Ad un tasso di imposizione che il World Economic Forum dichiara per l’Italia pari al 63,7%, bisogna aggiungere i 31 miliardi di costi che le PMI italiane sopportano ogni anno a causa dell’eccesso di adempimenti burocratici.

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Oltre il 25% di questi costi potrebbe essere eliminato attraverso procedure più semplici, che in quasi due casi su tre dovrebbero riguardare le materie del lavoro e del fisco.

Riguardo gli oneri “impropri” del lavoro è nella complicazioni richieste nella tenuta del libro paga che si concentra la maggior parte dell’eccesso dei costi amministrativi del lavoro, per una cifra stimata in 6 miliardi annui mentre le comunicazioni sui contributi e sulle assunzioni/cessazioni impongono alle imprese un costo non giustificato di 2,5 miliardi.

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Questo insieme di dati, ufficialmente quantificato dal governo, dovrebbe costituire la base per un vasto piano di sburocratizzazione che, a regime, dovrebbe riportare nelle disponibilità delle PMI quasi 10 miliardi.

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A tal riguardo, va sottolineato che i limiti del modello italiano evidenziati dalle graduatorie internazionali sono sia di natura quantitativa (quante imposte si pagano), sia di tipo qualitativo (quanto faticoso e costoso è adempiere agli obblighi fiscali).

Per contrastare l’evasione fiscale nel corso degli ultimi anni sono stati varati provvedimenti che hanno avuto l’effetto di incrementare gli adempimenti che prevedono trasmissioni di dati periodiche all’Agenzia delle Entrate. Tra 2008 e 2014 vi sono stati 10 nuovi adempimenti, tra cui le comunicazioni riguardanti relazioni con imprese in paesi black list, comunicazioni su contratti di leasing e noleggio, limiti alle compensazioni di crediti Iva ed imposte sui redditi per importi superiori a 15 mila euro, comunicazioni delle operazioni Iva, richiesta di autorizzazione per l’iscrizione nell’elenco di coloro che sono ammessi ad effettuare operazioni intracomunitarie. In questo caso, la necessità di contrastare l’evasione fiscale, impone nuovi obblighi alle imprese, soprattutto a quelle che non evadono. Si può arrivare al paradosso del limite alla circolazione del contante che, tutt’altro che scoraggiare l’evasione, impedisce una più libera operatività per le Aziende che vorrebbero operare regolarmente.

La difficoltà di fare impresa in Italia è evidente dal confronto con gli altri partner europei: ipotizziamo una sfida Italia-Inghilterra. Prendiamo due aziende manifatturiere che producono esattamente la stessa cosa. Una ha sede nell’hinterland milanese e l’altra nella periferia di Londra. Partiamo da uno dei principali fattori produttivi: il lavoro. Anche lasciando da parte per un attimo i difficili rapporti sindacali, il tasso di assenteismo e di sciopero, lo scarso aiuto che i servizi pubblici di collocamento offrono alle imprese ci rendiamo subito conto che il costo che le due aziende sostengono per retribuire i propri dipendenti penalizza nettamente l’impresa italiana. Questa avrà, secondo i dati Eurostat, un costo medio orario di 28,3 euro, contro i 22,3 euro dell’azienda inglese. Purtroppo i nostri lavoratori non sono pagati meglio, piuttosto subiscono un cuneo fiscale (tasse e contributi) che pesa per il 44,9% in Italia e per il 26,8% in Inghilterra.

Non va meglio se guardiamo ai costi dell’energia. Una media impresa italiana paga le proprie forniture energetiche il 30% in più di un’azienda britannica evidenziando tutti gli errori di prospettiva che si sono commessi negli ultimi vent’anni in materia, dall’aprioristico rifiuto del nucleare ai cronici ritardi infrastrutturali.

La burocrazia rende il divario ancora maggiore. Per costruire un nuovo capannone l’imprenditore italiano attenderà 233 giorni per ricevere dalle autorità competenti il permesso di costruzione. L’imprenditore londinese avrà già iniziato a far lavorare l’impresa edile da ben 4 mesi, dovendo aspettare 105 giorni, meno della metà. E a Londra si attende meno della metà anche per l’esito di una causa in sede civile: 407 giorni contro i 1.185 giorni necessari per i nostri tre gradi di giudizio. I dati sono tutti tratti dal rapporto annuale della Banca Mondiale.

Se poi la nostra impresa si trova nella sfortunata condizione di essere fornitrice di una Pubblica amministrazione dovrà sopportare un’attesa media di 144 giorni. Un tempo sei volte superiore a quello medio nel Regno Unito, dove con 24 giorni trascorsi tra l’emissione della fattura e il pagamento il settore pubblico si dimostra addirittura più celere di quanto richiesto dalla direttiva comunitaria in materia. Questi ritardi nei pagamenti hanno un costo assai rilevante per le nostre imprese: i crediti vanno anticipati presso il sistema bancario e il nostro sistema creditizio è tra i più costosi d’Europa.

Infine ci sono le tasse. Al cuneo fiscale cui si è accennato poco sopra vanno aggiunte le tasse sugli utili d’impresa, con un total tax rate – lo dice sempre la Banca Mondiale – che raggiunge nel nostro Paese il livello record del 65,4% dei profitti. Più di 30 punti percentuali sopra il tax rate dei sudditi di Sua Maestà che si ferma al 33,7%.

Davanti a questi numeri è davvero difficile stupirsi nel vedere il Pil del Regno Unito crescere del 2,6% su base annua e non capire perché è davvero difficile fare impresa in Italia. Un’ultima considerazione. Abbiamo evitato di confrontare la difficoltà del nostro imprenditore dell’hinterland milanese con quelle di un imprenditore bavarese: il confronto sarebbe diventato davvero impietoso.

Un imprenditore necessita di oltre 7 mesi per acquisire un permesso edilizio, dovendo attivare 10 procedimenti; attende 124 giorni per l’allacciamento all’elettricità (a fronte di 2 settimane in Germania e di 2 mesi e mezzo circa in Francia); impiega 269 ore per pagare le tasse, che peraltro influiscono in misura pari al 65,8% sul suo profitto (contro il 33,7% della Gran Bretagna, il 39% dell’Olanda e il 48,8% della Germania: l’Italia è al 138’ posto quanto a pressione fiscale). A quest’ultimo riguardo, è stato stimato un totale di 173 milioni di ‘invii’ eseguiti dai contribuenti italiani in un anno, per una spesa di oltre 17 miliardi di euro e 19,3 milioni di giornate lavorative dedicate dagli operatori a predisporre e a inoltrare i documenti al fisco.

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