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Breve storia dell’oro italiano: quello che sta in Banca d’Italia.

La Banca d’Italia ereditò dai tre istituti di emissione da cui trasse origine anche le loro riserve auree, circa 78 tonnellate di fino, proveniente per l’86 per cento dalla Banca Nazionale nel Regno.
Nel 1926, in relazione all’assegnazione alla Banca d’Italia del privilegio esclusivo del potere di emissione, vennero cedute all’Istituto le riserve del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli: circa 70 tonnellate, provenienti quasi per intero dal Banco di Napoli.
Nel 1933 la riserva superava le 561 tonnellate ma all’ingresso in guerra, dopo consistenti cessioni, il quantitativo complessivo era sceso a 106 tonnellate. All’armistizio, nel settembre del ’43, il comando tedesco ordinò il trasferimento delle riserve auree a Milano: la Banca, dopo un fallito tentativo di occultamento, fu costretta a organizzare il trasferimento di tutto l’oro conservato presso le sacristie della Cassa Centrale; il Governatore Azzolini riuscì però a ottenere che l’oro non fosse confiscato, bensì trasferito presso la Sede di Milano sotto il pieno controllo della Banca; 10,8 tonnellate – vincolate a garanzia di una anticipazione concessa all’Istituto nazionale del commercio con l’estero (INCE) da un gruppo di banche svizzere – vennero trattenute presso l’amministrazione centrale della Banca.
Alla fine del ’43 i Tedeschi trasferirono da Milano a Fortezza (in Alto Adige) 92,3 tonnellate di oro. Nel febbraio del ’44 venne firmato a Fasano un accordo tra la Germania e la Repubblica Sociale Italiana che metteva “a disposizione dell’Ambasciatore e Plenipotenziario della Grande Germania in Italia l’importo complessivo dell’oro di libera proprietà della Banca d’Italia”: a maggio le riserve auree diminuirono di 50,5 tonnellate, asportate dalle autorità tedesche. In ottobre seguì un’altra parziale asportazione di 21,7 tonnellate.
Nel maggio ’45, dopo la fine della guerra, gli Alleati riportarono a Roma le residue partite di oro della Banca d’Italia rimaste a Fortezza. Nel 1946 la “Commissione tripartita per la restituzione dell’oro monetario” ai Paesi che avevano subito asportazioni da parte dei nazisti assegnò alla Banca d’Italia circa 31,7 tonnellate delle 69 richieste, e nel 1958 operò una ulteriore attribuzione di 12,7 tonnellate. La quantità ufficialmente persa dalla Banca, in ragione degli eventi bellici, fu di circa 25 tonnellate.
Presto, dapprima anche per le esigenze connesse al rispetto degli accordi di Bretton Woods e con l’adesione al FMI, la Banca tornò ad acquistare oro. Alla chiusura del primo bilancio al 30 giugno 1946, l’Ufficio italiano cambi (UIC) deteneva oro per 1,8 tonnellate, ceduto dalla Banca di Francia, e nel corso degli anni successivi, a partire dal 1951 e fino al 1960, l’UIC acquistò ingenti quantità di oro. Nel 1960 e nel 1965 vennero attuati due trasferimenti dalle riserve dell’Ufficio a quelle della Banca d’Italia per complessive 1.889 tonnellate, in base al principio che riconosceva alla Banca la detenzione delle riserve auree e all’UIC la gestione di quelle valutarie: l’oro della Banca salì a 2.136 tonnellate. Seguirono negli anni altre variazioni delle quantità detenute, principalmente non dipendenti da operazioni sul mercato; nel 1976, a seguito dell’operazione di credito effettuata con la Deutsche Bundesbank per conto dell’UIC, vennero retrocesse all’Ufficio 543 tonnellate.
Le ultime variazioni quantitative, che hanno portato le riserve alle attuali consistenze, sono avvenute nel 1998 con il definitivo trasferimento dell’oro detenuto dall’UIC e il 5 gennaio 1999, con il conferimento alla BCE di 141 tonnellate di metallo.
Sono custodite per circa la metà della loro consistenza presso le “sacristie” della Banca d’Italia in Roma. Il resto delle riserve è depositato all’estero: la parte più consistente è custodita a New York presso la Federal Reserve. Altri contingenti di dimensioni più contenute si trovano a Berna, presso la Banca Nazionale Svizzera, e a Londra presso la Banca d’Inghilterra.
La riserva di oro attualmente posseduta dalla Banca d’Italia è 2.452 tonnellate.

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