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GLI APPUNTI DI STRADEONLINE

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Il richiamo netto ed esplicito di Mario Monti contro una pericolosa deriva spendacciona e contro la retorica anti-europea, peraltro fatto pubblicamente nell’aula del Senato, è diventato secondo alcuni un indizio di un possibile complotto internazionale contro il governo guidato da Matteo Renzi.

L’eccesso di zelo di certa stampa e di alcuni esponenti politici danneggia anzitutto il premier e il governo (che hanno e possono avere argomenti migliori del cospirazionismo d’accatto) e ridicolizza l’Italia agli occhi del mondo. Piccoli Brunetta e Sallusti crescono anche nel centrosinistra? Speriamo proprio di no.

Con poche parole, ieri Monti ha battuto la lingua lì dove il dente duole: “Lei sa come in Europa – ha detto ad esempio Monti a Renzi – il nostro sia percepito come un Paese con una scarsa propensione al rispetto delle regole”. Riconoscerlo e lavorare per guadagnare credibilità non vuol dire “piegarsi alla Germania”, ma semplicemente aiutare l’Italia a migliorare, anzitutto nell’interesse dei propri cittadini.

La forza dell’Italia in Europa non sarà mai data dai pugni sul tavolo, dalla faccia feroce o dalle fini costruzioni verbali. L’Italia sarà tanto più forte quanto più sarà solida, credibile e coerente in quel che dice e quel che fa. In un Paese allergico alla realtà, nessuno si stupisce che Renzi provi a contrastare l’anti-europeismo di Salvini e Grillo con una retorica altrettanto muscolare (“Preferiamo l’Europa dei ponti e non quella dei conti, degli ideali e non dei decimali”). Quel che però non possiamo concederci è l’auto-assoluzione dalle nostre responsabilità: “Mi auguro che non ci siano concessi tutti i margini di flessibilità richiesti – ha sottolineato ancora Monti nel suo intervento – perché sarebbe un ritorno alla cultura del disavanzo che sembrava finita”.

Pensare che la crescita economica sia possibile attraverso il maggior deficit fiscale e l’accumulazione di nuovo debito significa non aver colto nemmeno lontanamente la gravità dello stato finanziario della Repubblica Italiana.

Negli ultimi anni, proprio dal governo Monti in poi, c’è stato un lodevole tentativo di tenere a bada il disavanzo, con riforme che hanno imposto agli italiani sacrifici e scelte difficili. Eppure, dopo la riforma previdenziale Fornero, la volontà di razionalizzazione della spesa ha trovato più avversari che sostenitori. I commissari della spending review sono caduti non per loro incapacità (Bondi, Cottarelli e Perotti sono tecnici di valore assoluto e internazionale), ma per la scarsa capacità della politica – di tutta la politica – di accettare riduzioni di spesa inevitabilmente impopolari per questa o quella categoria di beneficiari.

Vogliamo ora illuderci che le riforme da fare siano state già fatte e che da ora in poi ci meritiamo la ricreazione? Possiamo illuderci se vogliamo, e anzi, politicamente le allucinazioni collettive producono spesso vittorie elettorali e referendarie come quella di Tsipras in Grecia, ma poi un bel giorno arriva la realtà e presenta i propri conti. Amarissimi e accompagnati dal suono sinistro delle pale degli elicotteri del Fondo Monetario Internazionale, della Troika e dei creditori privati.

Bisogna essere percepiti come buoni pagatori per permettersi il lusso di aumentare deficit e debito, per ridurre la pressione fiscale o realizzare nuovi investimenti. Un buon pagatore è colui che ha sempre pagato i propri debiti in tempo e che ha entrate sufficienti per il futuro; ma la Repubblica italiana si trova in una situazione opposta: la crescita economica (e dunque le entrate fiscali) è bassa e molto dipendente da un mercato europeo e mondiale zoppicante, mentre la pubblica amministrazione italiana ormai non riesce nemmeno a pagare i propri fornitori. Lo sappiamo? Sappiamo ammetterlo?

Con ogni probabilità Matteo Renzi ha fatto bene ad annunciare l’indisponibilità italiana all’introduzione di un tetto alla quantità di titoli di stato che le banche possono detenere: la proposta che circola in Europa di un limite al 25 per cento, per stessa ammissione degli istituto di credito nostrani, farebbe saltare in aria mezzo sistema bancario. Ma di certo, da domani, se vogliono aiutare l’unione bancaria a diventare realtà, va intrapresa una graduale riduzione dell’esposizione delle banche rispetto ai titoli di debito pubblico.

Soprattutto, va intrapresa una politica economica che miri a ridurre concretamente quel debito pubblico, perché il problema è nel manico: finché saremo quelli del debito al 130 per cento e della crescita all’1 per cento, è inutile comporre versi in rima e sbattere pugni. Per questo, come disse quello, tienimi da conto Monti.

 

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