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CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

1514976_10201409869078809_1571408964_nSpaghetti cinesi: l’agroalimentare nel paese più popoloso del mondo

Di Rebecca ARCESATI, 28 febbraio 2016

Pubblichiamo questa analisi del settore in due puntate

Scrivere di alimentazione e filiera agroalimentare in Cina mi riporta alla mente i giganteschi scaffali colmi di uova, chiuse in confezioni monocolore tutte uguali, nel grande supermercato dove facevo acquisti. Nessuna etichetta, tracciabilità, marchio, data di scadenza. Dalla culla della buona cucina italiana, siamo abituati a pensare alla Cina come al paese del cibo scadente e degli scandali alimentari. Eppure, la seconda economia mondiale muta profondamente e con essa la dieta del suo ceto medio urbanizzato, che comincia a richiedere maggiore qualità e controlli sulla tavola. Nel frattempo, il problema della quantità rimane più che mai centrale.

Assicurare cibo sufficiente a sfamare 1,4 miliardi di persone è una delle grandi sfide per il governo cinese e lo sarà ancor più nei prossimi decenni. Nonostante la vastità dei suoi territori, la Cina ha a disposizione appena un decimo della superficie coltivabile per nutrire un quarto degli abitanti del pianeta, con 8,1 ettari ogni 100 abitanti secondo la Banca Mondiale. A questo si aggiungono altri fattori: la popolazione mondiale, 7 miliardi di individui, dovrebbe raggiungere i 9 miliardi entro il 2042, inasprendo la competizione per le risorse alimentari; parallelamente il PIL pro-capite globale aumenterà del 50%, dai 10mila dollari di oggi ai circa 15mila nel giro dei prossimi 15 anni e saranno in particolare gli abitanti dei paesi emergenti a modificare le proprie abitudini alimentari in una direzione sempre più insostenibile, con una crescita del consumo di carni.

Changing Chinese tastes.pngIn Cina, dove il “sogno” annunciato dal partito è di realizzare una “società moderatamente prospera” entro il 2020, la transizione verso una dieta carnivora è già avvenuta; dal 1986, la produzione di carne è triplicata e oggi le strade delle città cinesi fanno invidia a quelle americane per il susseguirsi di fast food dove consumare hamburger e l’amato pollo fritto. Dal momento che produrre 1 kg di carne richiede 3 kg di nutrimento, la passione del ceto medio per pollo, maiale e manzo esercita una pressione non da poco sulla produzione di alimenti come mais e soia, cibo per l’uomo ma anche principale mangime per gli animali.

Anche il consumo di uova e prodotti caseari è in crescita, a fronte di una riduzione della quota di verdure e cereali, base della dieta tradizionale. La Cina inoltre sta mettendo a dura prova le fragili risorse ittiche del pianeta: secondo la FAO, entro il 2030 essa rappresenterà il 38% dei consumi mondiali. Non dimentichiamo che le navi cinesi sono fra i primi responsabili del depauperamento di intere aree di pesca, come avvenuto lungo le coste del Senegal.1.jpg

E’ il risultato non solo dell’aumento dei salari delle famiglie, conseguente al miglioramento degli standard di vita a partire dall’inizio delle riforme. Anche il più rapido e imponente processo di urbanizzazione nella storia mondiale ha contribuito a occidentalizzare i gusti; e se oltre 700 milioni di persone vivono già in città, nel 2013 il governo ha deciso di spostare il 60% della popolazione dalle aree rurali entro il 2020: nel lungo termine si parla di 900 milioni. La migrazione interna è un altro fattore che pesa sulla capacità produttiva di cibo. Oggi circa la metà della popolazione risiede ancora in campagna: cosa succederà man mano che queste persone avranno accesso ai frutti del boom economico e quindi sempre più appetito, mentre si aggraverà il calo della forza lavoro nei campi?

Quanto detto in precedenza si avvia a stravolgere la catena alimentare globale, dunque l’economia. La potenza asiatica ha sempre avuto l’obiettivo politico del massimo grado possibile di autosufficienza alimentare. La “ciotola di riso di ferro” è stata a tratti simbolo dei successi dell’economia socialista prima dell’era del mercato e follia maoista durante la più grave carestia causata dall’uomo della storia mondiale. Tuttavia l’eccesso di domanda a fronte della scarsità di terra, l’evoluzione nell’utilizzo di quest’ultima e la crescente integrazione delle aziende statali nei mercati globali l’hanno costretta a trasformarsi, nel 2011, nel maggiore importatore mondiale di cibo.

Secondo la Banca Mondiale, il consumo calorico medio giornaliero è aumentato da 2163 a 3036 per individuo dal 1980 al 2009. I produttori di Brasile, Australia, Tailandia, Indonesia, Malesia, Canada e Argentina fanno a gara per nutrire i cinesi, che nel 2014 hanno importato 122 miliardi di dollari di prodotti agricoli. La diminuzione dei dazi dopo l’ingresso della Cina nel WTO ha triplicato le importazioni agricole provenienti dagli Stati Uniti, primi fornitori con 26 miliardi di dollari nel 2013. Una tendenza che crescerà nei prossimi anni: se oggi la Cina produce quasi tutta la carne che consuma, si stima che le importazioni cresceranno del 3500% entro il 2050, fino a 150 miliardi di dollari. I traffici di cereali ne usciranno radicalmente trasformati: una stima del Dipartimento dell’agricoltura statunitense rivela che la Cina sarà responsabile di un aumento del commercio globale di mais del 40% nel prossimo decennio, mentre importerà il 70% in più di soia.foodsecurity2016-84284

Ma l’aumento dei costi della produzione agricola e l’impatto ambientale degli allevamenti, in termini di depauperamento delle risorse idriche e inquinamento, stanno spingendo Pechino verso una nuova tendenza, produrre la sua carne altrove. Da qui la centralità delle acquisizioni all’estero, ad esempio in Australia, con investimenti per oltre 1 miliardo di dollari nell’agricoltura australiana. Nel 2013 l’americana Smithfield Foods, produttrice di carne di maiale, è stata acquisita dalla cinese leader nel settore Shuanghui International per 4,7 miliardi di dollari. Anche l’agroalimentare entra nella strategia di going global delle aziende cinesi.

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Photo: Eugene Hoshiko/The Associated Press

Se i vincoli di approvvigionamento impongono di ricorrere ai mercati esteri, migliorare la produttività interna rimane un obiettivo strategico. Un problema generato dall’insistenza sul produrre il proprio cibo è l’attenzione all’output totale a discapito dell’efficienza. Nel 2012, 165 miliardi di dollari sono stati spesi per sussidiare gli agricoltori, il doppio rispetto a cinque anni prima, incoraggiandoli a produrre ciò che costerebbe di meno importare, su suoli inadatti e con un utilizzo sconsiderato di prodotti chimici per aumentare la resa. I sussidi aumentano i costi e hanno il potenziale di destabilizzare i mercati mondiali. Va comunque osservato che la produzione interna è cresciuta e ha già fatto notevoli progressi in questi anni.

Con la globalizzazione le cose stanno cambiando rapidamente e il governo sa bene che per nutrire la popolazione occorre assicurare l’approvvigionamento su scala globale, spostando anche l’attenzione verso la qualità del cibo. Lo testimonia il fatto che nel 2014 Pechino ha fissato l’obiettivo di produzione cerealicola a 550 milioni di tonnellate fino al 2020, ben al di sotto della domanda interna prevista e dello stesso raccolto annuale. La strategia è importare per un periodo transitorio e al contempo investire per produrre di più e meglio nel lungo termine.

Le importazioni sono spinte dall’inquinamento dei suoli e dall’emergenza dell’acqua: metà delle falde acquifere non sarebbe adatta all’utilizzo umano e alcuni scienziati stimano che un quinto della terra coltivabile potrebbe essere contaminato, mentre il governo parla del 2%. Oltre a mettere sotto pressione la produzione domestica, questo spinge i consumatori con più disponibilità economica a comprare brand stranieri. Tra gli scandali degli ultimi anni quello del riso contaminato al cadmio, un metallo altamente cancerogeno, che si aggiunge a quelli dei prodotti animali: nel 2008 il latte in polvere, poi la carne avariata di McDonald’s, KFC e Pizza Hut, hanno fatto precipitare la fiducia di consumatori sempre più esigenti.

 

 

 

 

 

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