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SPAZIODONNA con Vitalba AZZOLLINI

Un bonus non basta (e forse neanche aiuta)

 

 

Pubblicato su La 27esimaOra-Corriere della Sera http://27esimaora.corriere.it/articolo/il-bonus-bebe-non-basta/

 

Se le parole sono importanti, quelle con cui il legislatore indica espressamente i risultati che si propone di ottenere lo sono più di molte altre: consentono di valutare se l’intervento normativo abbia avuto l’effetto auspicato e se l’impiego di risorse pubbliche sia stato realmente produttivo. L’intento perseguito con l’introduzione del c.d. bonus bebè è dichiarato chiaramente nella legge di stabilità per il 2015: “incentivare la natalità e contribuire alle spese per il suo sostegno”, mediante una erogazione mensile (80 euro per i redditi inferiori a 25.000 euro annui; 160 per quelli inferiori a 7.000) per ogni figlio nato o adottato tra il 1º gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. La relazione tecnica di accompagnamento alla legge stimava vi sarebbero stati 415.000 beneficiari nel primo anno, per una spesa pari a 202 milioni di euro. Il decreto attuativo del provvedimento (D.P.C.M. 27 febbraio 2015), poi, contemplava anche l’ipotesi dell’insufficienza dei fondi destinati, disponendo a tal fine un monitoraggio delle richieste. Tuttavia, non solo la soglia di spesa prevista non è stata superata, ma dell’importo stanziato per il 2015 sono stati utilizzati soltanto 161 milioni. Su questo risultato può aver influito la circostanza che la misura in discorso sia stata implementata con qualche ritardo, che si applichi solo per redditi particolarmente bassi e presenti alcune difficoltà applicative; inoltre, può aver inciso il fatto che nel corso del 2015 il numero delle nascite sia stato notevolmente inferiore rispetto all’anno precedente (nel 2014 509 mila nati, 5.000 in meno del 2013), con la conseguente riduzione della platea dei potenziali fruitori.

Tuttavia, al di là dei dati relativi all’effettivo utilizzo, sin dall’annuncio si nutrivano dubbi circa la reale funzionalità di questo contributo statale allo scopo indicato. Innanzi tutto, considerata la somma in cui si sostanzia, il bonus può di certo fare comodo alle neo-mamme, ma non ha un importo sufficientemente incentivante. Infatti, sulla base delle stime effettuate da Federconsumatori, può ritenersi che esso supporti il carico economico di un bambino in misura poco rilevante o, quanto meno, non idonea a incoraggiare la scelta di averlo.

In secondo luogo, nonostante la propensione delle donne italiane ad avere figli sia più elevata (2,29 a testa) di quella che esse riescono a concretizzare (1,3, mentre la media UE è di 1,58), tuttavia “sono ancora molto numerose quelle che ne hanno almeno uno”: se si parte dall’assunto che “il passaggio dal primo al secondo figlio è divenuto (e potrà essere) sempre meno frequente”, appare evidente che il bonus costituirebbe un incentivo più efficace se erogato dal secondo figlio in avanti. Infatti, “la proporzione di madri che progetta di avere almeno un altro figlio decresce sensibilmente all’aumentare del numero di figli che la donna ha già avuto”: circa tre donne su quattro tra quelle che hanno un solo figlio pianificano di averne almeno un altro; il 20% delle donne che hanno già due bambini intende averne ancora; meno del 9% delle donne con tre o più figli ne progetta altri. Servirebbe, quindi, incoraggiare le gravidanze successive alla prima, ciò anche in quanto il tasso di natalità attuale è insufficiente a garantire il necessario ricambio generazionale.

In terzo luogo, ove si abbia riguardo alle ragioni per le quali molte donne si limitano a un solo bambino – tra le altre, problemi economici (23,4%), motivi di lavoro della donna o del partner e difficoltà nella conciliazione degli impegni familiari e lavorativi (5,6%) – appare evidente che non basta un bonus, peraltro di importo poco significativo, per incentivare le nascite nel Paese. A tal fine, occorrerebbe invece un’incisiva opera di attenuazione, tesa alla rimozione, degli ostacoli attualmente esistenti e, quindi, una serie di azioni di supporto alla maternità che interagiscano su vari piani. Quelle previste al momento non paiono, infatti, sufficienti: del resto, esse incidono sul reddito per il 5%, contro il 7,5% riscontrato nella media dei Paesi esaminati (OECD): “si investe poco sulle mamme”. Il bonus bebè si è aggiunto ad altre misure le quali, a propria volta, non erano riuscite ad arginare l’accennato calo demografico: le detrazioni fiscali per i figli a carico (variabili in maniera indirettamente proporzionale al reddito complessivo annuo, fino ad azzerarsi per i redditi più elevati) e  i voucher baby-sitting-asili nido, introdotti dalla c.d. legge Fornero nel 2012, attualmente del valore di 600 euro per una durata di 6 mesi (o 3 mesi per alcune ipotesi), rilasciati dall’INPS ad ampie categorie di mamme lavoratrici che scelgano di tornare al lavoro, anziché fruire dei congedi parentali. I voucher hanno un impatto limitato sulla maternità poiché sono destinati soltanto alle madri che abbiano un impiego, vengono erogati per pochi mesi, sono condizionati alla rinuncia ad un’altra misura di conciliazione, vale a dire i citati congedi, e i fondi stanziati non sono risultati sufficienti a coprire le domande avanzate (anno 2015).

Un ultimo dato concorre a dimostrare che per incentivare le nascite serve un supporto ben più sostanziale di quello fornito dai bonus in discorso: secondo l’Istat, la quota di domanda di scuole per la prima infanzia soddisfatta, rispetto al potenziale bacino di utenza, è pari solo all’11,9% (13% circa se si aggiungono altri servizi socio-educativi per la prima infanzia). Invece, la percentuale raccomandata dall’Europa è pari al 33% e quella raggiunta da altri Paesi europei è del 50% (Danimarca, Svezia e Irlanda). Laddove si consideri che l’assenza di “persone o servizi a cui affidare i bambini” (Istat, 2014) è uno dei fattori maggiormente incidenti sull’abbandono dell’occupazione da parte delle madri, nonché sulla rinuncia ad avere un figlio da parte delle donne che non possono lasciare il lavoro, risulta palese che qualunque provvedimento teso a incentivare la natalità deve prioritariamente soddisfare l’istanza che vengano aumentate le strutture pubbliche per l’infanzia o previste e agevolate soluzioni private alternative (“servizi innovativi quali il nido di famiglia o la tagesmutter”).

In conclusione, per incoraggiare le nascite occorrono politiche familiari di tipo complementare (il caso della Francia è esemplare), calibrate in relazione a esigenze socialmente differenziate e idonee a promuovere l’impiego femminile e la maternità al contempo, poiché è dimostrato che nelle aree in cui le donne lavorano di più i tassi di natalità sono più elevati. Il bonus bebè non sembra rappresentare pertanto un intervento incisivo, analogamente ad altri bonus dello stesso tipo e importo, erogati o annunciati di recente, non chiaramente correlati a risultati predeterminati sulla base di evidenze concrete: le risorse pubbliche sono scarse e, pertanto, sarebbe meglio non polverizzarle in misure inefficaci. Il costo consistente nel mancato utilizzo di quei fondi in impieghi alternativi più adeguati rischia di rendere il conto finale insostenibile: non solo per le donne, ma per l’intero Paese.

 

@vitalbaa

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