CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

1514976_10201409869078809_1571408964_nSpaghetti cinesi: l’agroalimentare nel paese più popoloso del mondo

Di Rebecca ARCESATI, 6 marzo 2016

Seconda puntata. Potete leggere la prima puntata qui: https://spazioeconomia.wordpress.com/2016/02/28/china-analysis-con-rebecca-arcesati-19/

La più grande acquisizione di un’azienda straniera mai attuata da Pechino,  43 miliardi di dollari della statale ChemChina per il gruppo svizzero Syngenta, leader nella ricerca e produzione di pesticidi, fungicidi e sementi brevettati per aumentare la resa dei raccolti, non è solo business. La superficie coltivabile a disposizione dei cinesi sta diminuendo: le emergenze dell’inquinamento e del cambiamento climatico hanno un impatto anche sull’agricoltura, con il degrado del 40% dei suoli. Dunque è la necessità impellente di garantire la sicurezza alimentare alla popolazione, aumentando la produzione e migliorandone la qualità, a spingere la Cina ad acquisire know-how e tecnologie estere nel comparto agroalimentare.

Se la visita al padiglione Cina di EXPO 2015 colpiva più sul lato del marketing turistico che per soluzioni d’avanguardia nella ricerca in campo agricolo, è un fatto che il governo voglia investire di più nell’innovazione e nella ricerca tecnologica. Secondo alcuni ricercatori cinesi, la produzione di riso dovrebbe aumentare del 40% per sostenere la crescita demografica. Il pacchetto di Syngenta sarà fondamentale: in India esso ha assicurato aumenti dei raccolti attorno al 30% ai piccoli agricoltori grazie a specie ibride di sementi, suoli speciali ed erbicidi.

Il riso ibrido è stato la chiave degli aumenti di produttività negli anni ‘50 e ‘70, parte di uno sforzo ammirevole che ha superato anche quello degli Stati Uniti: nel complesso la Cina è riuscita a triplicare la produzione agricola dal 1961 ad oggi e produce un sesto del grano e un terzo del riso mondiali. Ma i consumatori, spaventati dagli scandali alimentari, osteggiano gli OGM e ciò spiega i lenti progressi degli ultimi anni. Riconquistare la loro fiducia, anche migliorando l’informazione su ciò che mangiano, è uno degli obiettivi chiave dei prossimi anni.

Secondo i dati dell’International Food Policy and Research Institute, la Cina possiede il sistema di ricerca e sviluppo agricolo più ampio del mondo e gli investimenti statali sono duplicati dal 2001 al 2008. Cresce la partecipazione del settore privato. Da segnalare però almeno due limiti: da un lato l’intensità di tali investimenti (la percentuale di spesa pubblica in R&D agricolo sulla produzDSCF3250ione agricola totale) che si allinea al valore dei paesi in via di sviluppo ma è ancora metà di quella del mondo sviluppato; dall’altro l’elevata decentralizzazione dei centri di ricerca che mina l’efficienza. Insomma, se la spesa per l’R&D agricolo cinese è seconda solo agli Stati Uniti, importante è capire di che tipo e qualità di ricerca si parla.

Un trend rilevante è l’aumento degli investimenti esteri in agricoltura, in Sud-est asiatico, Africa e America Latina, naturale per un paese con poca terra a disposizione. Il mito del land grab in Africa per esportare colture alimentari in Cina va però sfatato. Studi recenti ridimensionano notevolmente la presenza cinese nell’agricoltura africana rispetto a quanto paventato dai media internazionali. Le aziende cinesi sul territorio producono prevalentemente per i mercati locali, le acquisizioni di terra sono molto ridotte e le esportazioni verso la Cina limitate a colture commerciali, come palma e cotone.

Interessante invece che la Cina stia investendo ingenti capitali nella ricerca agricola africana, dove trasmette le sue tecnologie, come il riso ibrido, per alleviare la carenza di cibo nel continente. Strategia economica, ma anche nuova diplomazia alimentare: combattere la fame nel mondo sottosviluppato, acquisendo prestigio e influenza, e far sì che il continente sia in grado di produrre surplus agricolNestle-backs-China-greater-focus-on-R-Do da esportare in Cina nel lungo periodo. L’interrogativo rimane la trasparenza degli investimenti, oltre che la competizione con le economie locali, ma vedremo gli esiti in futuro.

Nel 2015, Pechino ha speso 3,2 miliardi di dollari nella modernizzazione agricola. Il nuovo Piano quinquennale mette al centro lo sviluppo agricolo, con l’obiettivo di ottenere almeno 53 milioni di ettari di superficie coltivabile di alta qualità entro il 2020, aumentando al contempo foreste e zone umide. Tecnologia, sostenibilità, più mercato, economie di scala e brand affidabili, formazione dei contadini, monitoraggio di suoli e acque, saranno i punti salienti. La priorità è  riequilibrare le distorsioni nell’allocazione delle risorse sul lato dell’offerta per meglio soddisfare la domanda e ridurre la dipendenza dall’estero.

Infatti, i problemi da risolvere risiedono tutti nelle caratteristiche strutturali della supply chain cinese. Essa è divenuta enormemente complessa, rendendone difficile il controllo ad ogni fase del ciclo del prodotto. Il nodo centrale è la prevalenza dei piccoli proprietari, che costituivano l’89% dei produttori nel 2011, un mosaico disordinato di unità familiari che spesso non hanno a disposizione strumenti, tecniche e competenze manageriali adeguate. La migrazione verso le città e le differenze territoriali complicano la supervisione: man mano che i piccoli vengono integrati in catene più grandi, molti perdono il lavoro e si spostano nelle aree urbane, spesso nelle città di terza fascia (categoria per indicare i centri di medie dimensioni) dove i controlli sono deboli. Fuori dai grandi supermercati, le strade cinesi sono animate di venditori di strada e piccole attività a gestione familiare in cui è assente qualunque tipo di norma igienica.

Il governo sta cercando di creare unità di produzione più grandi, dove implementare sistemi trasparenti di monitoraggio e tracciabilità: le mie uova avranno un’etichetta. Progetti pilota per tracciare il prodotto in ogni fase fino al consumatore sono in atto da un decennio, ma il sistema è ancora profondamente carente.

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Photo: SCMP

Nel 2011 il Ministero del Commercio ha rilasciato standard tecnici di tracciabilità per verdure e carne, gli altri prodotti rimangono esclusi. Ma il contenuto informativo di numeri di serie e codici a barre varia notevolmente, fino a ridursi al nome del produttore. Per i prodotti biologici, che guadagnano popolarità, l’etichetta combina certificazione e tracciabilità ma applicarla su tutti i prodotti può costare fino a 30mila yuan e pochi la richiedono. E’ comunque responsabilità delle agenzie governative assicurare trasparenza e legalità.

Sfatiamo un altro mito: nonostante le false credenze, la Cina ha un proprio sistema di leggi per supervisionare la sicurezza alimentare e lo ha riformato ampiamente nel 2013. Ora è responsabilità delle autorità competenti, non più dei produttori, controllare il cibo in circolazione. Il problema è l’implementazione, complicata dal lassismo dei funzionari locali e dalla confusione tra norme nazionali e provinciali tipica della struttura di governo. Contano poi le differenze culturali rispetto all’Occidente: in Cina il controllo qualità è reattivo, non preventivo, quindi si focalizza sul prodotto finito trascurando tutto il processo. L’integrazione nei mercati globali sta incoraggiando positivamente una ripensamento degli standard.

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Mentre le bacchette cinesi affondano sempre di più nelle risorse mondiali di cibo destando preoccupazione, il bisogno di migliorare la qualità genera nuove opportunità di business per i player mondiali dell’agroalimentare; da Tyson Foods Inc. (pollame), a Danone e Arla (il caseario cinese è in forte crescita) fino a Deere & Company (leader mondiale nei macchinari agricoli), molti sono già entrati nel mercato. L’Italia, con il suo patrimonio di eccellenza nella produzione di prodotti alimentari di qualità, certamente può insegnare molto ad una Cina che vuole mangiare sano.

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