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La favola del consumatore cinese, di Alberto Forchielli

Ringraziamo Alberto Forchielli per la concessione alla pubblicazione .

 

Siamo onesti, qual è la prima cosa che ci viene in mente quando pensiamo alla Cina e ai loro cittadini? Esatto, proprio quella. Nella nostra mente vi è il tipico turista cinese carico di buste e pacchetti che gira felice per le strade di via Condotti o di via Monte Napoleone. Ma perché abbiamo questa immagine? Chiaro! Tutti adorano il made in Italy e questi facoltosi cinesi che vengono a spendere da noi ne sono la prova, pensiamo noi. Ed è proprio cosi? Non esattamente. Sono 30 anni che i cinesi ci fanno credere che diventeranno ricchi e che spenderanno il loro patrimonio acquistando i nostri fantastici prodotti, ma alla fine sono loro che comprano aziende e immobili, raramente servizi e prodotti altrui.
Il primo chiaro indicatore ci viene fornito dalla bilancia commerciale della Cina, conto che misura la differenza di valore tra i beni esportati e quelli importati. I risultati sono chiari e vanno a screditare un altro pregiudizio,quello che vede la Cina come paese basato sulle importazioni. Infatti, negli ultimi 5 anni, la bilancia commerciale cinese ha riportato segno negativo solo in 4 mesi su 60, registrando livelli ben sopra la media proprio negli ultimi mesi con un picco di CNY 63.3 miliardi (circa 9 miliardi di euro) a Febbraio 2016.
Il secondo indicatore è rappresentato dall’evoluzione dell’economia cinese. Differentemente da ciò che si può pensare in occidente, la Cina non è luogo dove si copiano i prodotti occidentali e si vende a prezzi più bassi. La “nuova” Cina è un luogo interessante in termini di investimenti in hi-tech, biotech, innovazione in generale, ambiente e servizi. Al contrario, l’industria pesante, leggera ed il settore immobiliare vedranno un calo che li alleggerirà dal carico dell’eccessivo investimento degli ultimi anni. Un semplice ma efficace esempio è la penetrazione dei prodotti cinesi nel mercato italiano, mentre il viceversa è sempre minore. Basti pensare a colossi come Huawei, che nel 2014 ha festeggiato il primo milione di smartphone consegnati in Italia, e Lenovo, che ha guadagnato quasi il 20% del mercato italiano dei personal computer.
È interessante notare come ancora crediamo a questa favola del ricco cinese che arriva e spende in Italia, sperando di essere noi, in primis, a beneficiare del miracolo cinese, ignari, però, di diventarne le prime vittime sacrificali. In tutto, le aziende italiane di proprietà di investitori cinesi sono più di 300 (numero che è destinato a salire rapidamente), tra le ultime e più chiacchierate Pirelli che è stata acquisita da ChemChina. Tuttavia, è giusto sottolineare che ciò porta anche degli aspetti positivi. Infatti, queste aziende danno lavoro a più di 17,000 persone e producono quasi 9 miliardi del nostro PIL. In una situazione stagnante come quella italiana, ingenti capitali provenienti dall’estero possono anche essere considerati positivamente.
Il vero problema, però, è che il nostro destino non sembra essere nelle nostre mani. La Cina sta ulteriormente avanzando grazie alla leadership tecnologica che si sta conquistando e alla nuova generazione di giovani preparati e determinati che arrivano in Occidente per imparare e fare meglio. Mentre noi, nel frattempo, stiamo ancora aspettando (e sperando) che quel ricco signore cinese torni a spendere nel nostro negozio.

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