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CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

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Un impianto a carbone nello Shanxi, provincia settentrionale della Cina. Un nodo complesso della strategia di riforma sul lato dell’offerta è la necessaria chiusura degli stabilimenti che producono carbone, ferro, cemento e altri materiali in eccesso rispetto alla domanda del mercato. Ma il compito è delicato: sono in gioco milioni di posti di lavoro, un rischio per la stabilità sociale. (Photo: KEVIN FRAYER / GETTY IMAGES)

Chiusa a Pechino l’Assemblea Nazionale del Popolo: ricetta Reagan per il futuro dell’economia cinese?

Di Rebecca ARCESATI, 18 marzo 2016

“Siamo fiduciosi che finché continueremo con le riforme e apertura l’economia cinese non soffrirà alcun atterraggio duro”. Così il premier Li Keqiang mercoledì ha voluto ancora una volta rassicurare i partner commerciali, i mercati, ma anche il popolo cinese, in occasione della conferenza stampa a conclusione del plenum della dodicesima Assemblea Nazionale del Popolo (ANP). Non ha convinto l’Intelligence Unit dell’Economist, che indica il potenziale rallentamento brusco della seconda economia mondiale come il pericolo numero uno per il pianeta. I rischi risiedono, per il settimanale britannico di stampo liberale, nelle debolezze strutturali dell’economia: calo del manifatturiero e dei servizi, una mole di debito pari a 240% del PIL alimentata dalle misure di stimolo prese dal governo, fughe di capitali che generano una pressione al ribasso sul Renminbi. L’analisi mette in dubbio la capacità di Pechino di gestire queste sfide.

Mentre l’export a febbraio ha segnato un calo del 20,6% e i titoli allarmistici sul crollo del Dragone si sprecano, tutti i riflettori sono puntati sul paese, impegnato a gestire la crescita più lenta degli ultimi 30 anni e un faticoso traghettamento verso la “nuova normalità”: uno sviluppo sostenibile e di qualità, trainato da consumi, servizi e innovazione, una Cina che cambia volto. Del resto, è riuscita a farlo più volte prima e dopo il 1949.

Alcuni aspetti istituzionali per comprendere le ultime notizie. L’ANP è una sorta di parlamento con caratteristiche cinesi: si tratta dell’organo decisionale supremo della RPC attraverso cui secondo la legge il popolo cinese esercita il potere “sotto la guida centrale del Partito Comunista”. Infatti, secondo il principio costituzionale del centralismo democratico su cui si basa il sistema di governo, c’è spazio per dibattere ma le decisioni non devono contrastare con le linee guida del partito; per questo la maggioranza dei membri dell’ANP ne sono di fatto membri. L’Assemblea, sotto la quale si collocano le assemblee popolari ad ogni livello amministrativo, ha numerosi compiti, tra i quali eleggere le più alte cariche dello stato, approvare le leggi, emendare la Costituzione. Solo i delegati delle assemblee a livello di contea, villaggio e centri amministrativi inferiori sono eletti direttamente dal popolo.

Un altro organo si è riunito nelle scorse settimane: è la Conferenza Politica Consultiva, che include circa 2000 rappresentanti di componenti sociali, etniche, religiose e produttive, oltre che degli altri 8 partiti cinesi (ebbene sì, esistono più forze politiche) con il compito di dare pareri e suggerimenti ai decisori. Contrariamente ai luoghi comuni, il dissenso è incoraggiato e il dibattito acceso e variegato. Tuttavia, ciò avviene nei limiti del supporto a decisioni predeterminate, non a caso i partiti sono noti anche come “vasi da fiori”.

<> on March 13, 2014 in Beijing, China.

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Nonostante il carattere preconfezionato, il meeting è fondamentale per capire dove sta andando l’economia cinese:  il presidente Xi Jinping, Li e circa 3000 delegati si sono riuniti per 10 giorni nella Grande Sala del Popolo in Piazza Tiananmen per approvare il 13esimo quinquennale, il documento programmatico proposto dal Partito a ottobre, che fissa le direttive e gli obiettivi di politica economica per il periodo 2016-2020 a cui ogni attore del governo, del mondo produttivo e della finanza deve attenersi.

Importante è anche il tradizionale “rapporto di lavoro” con cui il premier ha aperto la sessione e proposto gli obiettivi di medio periodo per la crescita: dal 7% si è passati al più realistico 6,5%, una cifra che mostra la consapevolezza della difficile congiuntura interna e globale, ma che dovrebbe altresì raddoppiare il PIL e il reddito pro-capite se si riuscirà a mantenerla fino al 2020, anno in cui completare la creazione di una “società moderatamente prospera”. L’economia cinese dovrà raggiungere i 92.700 miliardi di yuan nel 2020, contro i 67.700 miliardi del 2015. Li, più ottimista dell’Economist, ha sottolineato la presenza di sfide notevoli sulla strada dello sviluppo, ma è convinto che il paese abbia basi solide per vincere questa “battaglia”.

Crescita e sviluppo sono emersi come priorità assoluta dai lavori. Pechino deve sfuggire alla trappola del reddito medio, garantire il benessere dei cittadini e “un’occupazione quasi piena” e mantenere intatta la legittimità della classe dirigente: diversamente dai sistemi democratici, nella cultura politica cinese, il cui retaggio è ben più antico del socialismo, è la competenza il criterio assoluto che garantisce la lealtà del popolo.

Ma come sostenere la crescita, nel bel mezzo di una lenta ripresa globale? Il Piano quinquennale si articola attorno a 5 punti chiave: innovazione, coordinamento, economia verde, apertura al mercato, riforme strutturali dell’offerta. Sull’ultimo punto si è molto discusso in Assemblea: stimolare l’offerta più della domanda, attuando un aggiustamento strutturale del sistema produttivo che, notano gli analisti, rivela non pochi echi raeganiani.

Come spiegava tempo fa il China Daily: “La dipendenza da ricette poco lungimiranti che agiscono sulla domanda, come i tagli del tasso d’interesse, peggiorano soltanto la cronica cattiva distribuzione delle risorse nell’economia e allontanano la possibilità di applicare riforme che potrebbero migliorare il tasso di crescita potenziale di lungo termine”. Già lo scorso anno Xi Jinping aveva messo in chiaro che era ora di attuare una dolorosa ristrutturazione.

Sul lato dell’offerta attendiamoci quindi più deregulation, riduzione della spesa statale e di tasse e costi alle aziende per incoraggiare gli investimenti e l’innovazione tecnologica e stimolare la produttività, riducendo il rischio di maxi fallimenti. Così il governo conservatore negli anni ’80 stimolò imprenditorialità e innovazione nell’economia americana. Pechino sottolinea alcune importanti differenze rispetto al modello Reagan, in particolare la diversità di condizioni nelle quali viene applicato, ovvero l’assenza di forte inflazione e di crescita bassa, ma anche la volontà a focalizzarsi di più sull’innovazione scientifica e tecnologica. Per questo il piano quinquennale fissa il target della spesa per ricerca e sviluppo (R&D) al 2,5% del PIL per il 2020. Per lo stesso anno i  servizi dovranno produrre il 56% della ricchezza del paese.

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Naturalmente per fare tutto questo Pechino dovrà aumentare ancora il suo supporto monetario e fiscale; ovvero politiche macroeconomiche espansive e generoso aumento del credito. Li ha annunciato che l’asticella del deficit raggiungerà il 3% del PIL nel 2016, e il debito dovrebbe aumentare al 258% del PIL rispetto al 247% a fine 2015. Il governo intende fornire più liquidità per aiutare altre parti dell’economia a ridurre la loro mole del debito (quello dei governi locali in primis, 37,7% del PIL) ritardando quindi il deleveraging statale. Ciò suscita preoccupazione in molti economisti che il focus sia tornato dalle riforme alla crescita ad ogni costo. Secondo Bloomberg, il rischio di aumentare lo stimolo senza implementare le riforme potrebbe portare il governo ad avere il suo target di crescita a fine anno, ma anche problemi strutturali molto più seri  con cui fare i conti. Non dimentichiamo che l’agenzia di rating Moody’s ha declassato il giudizio verso la Cina da “stabile” a “negativo” per l’incertezza nell’implementare le riforme. Di positivo c’è l’intenzione di promuovere investimenti “efficienti”, diversi dall’ondata di denaro riversata in immobili vuoti per stimolare l’economia dopo la crisi finanziaria del 2008.


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Una delle aree in cui il governo ha mostrato più titubanza è la riforma delle aziende di stato (SOE),  passo doloroso ma necessario nell’aggiustamento strutturale dell’offerta per risanare il settore produttivo. Sono le “aziende zombie”, ribattezzate così per l’inefficienza e l’enorme debito accumulato in particolare dopo il 2008: il governo ha tenuto in vita a forza di sussidi stabilimenti in settori malati di sovraccapacità, in particolare carbone, ferro e cemento. Su questo punto insiste il Fondo Monetario Internazionale, ma anche gran parte dell’establishment politico ed economico, come emerso dal dibattito tra i delegati.

Nel discorso di apertura dell’ANP, Li aveva ribadito che si proseguirà con operazioni di consolidamento e apertura al mercato ed eliminazione dei trattamenti preferenziali per le aziende pubbliche, ma senza fornire molti dettagli sull’implementazione. Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, le province cinesi stanno cercando di differenziare i motori della crescita progettando tagli agli stabilimenti “zombie” e puntando su settori avanzati e competitivi sia in Cina che all’estero: in sintonia con lo spirito del Piano quinquennale, per cui la qualità deve rimpiazzare la quantità.

Il governo sostiene che è possibile tagliare il surplus dell’industria pesante senza causare licenziamenti di massa, attraverso “misure innovative” e ricollocamento della manodopera. La leadership sta affrontando il problema con gradualità per non causare scossoni nella società, memore degli oltre 28 milioni di licenziamenti causati dalla prima ondata di chiusura delle aziende di stato del governo Zhu Rongji a partire dal 1997, ma una ristrutturazione indolore non è pensabile. Secondo Reuters, 5/6 milioni di persone potrebbero perdere il lavoro nei prossimi 2 o 3 anni, in un fase ben diversa da quella di boom economico che aveva salutato l’ingresso nel WTO nel 2001. Probabilmente il pacchetto da 15 miliardi di dollari per il ricollocamento dei lavoratori annunciato in Assemblea significa che Pechino fa sul serio. Certo, se la riforma verrà implementata e molti stabilimenti chiusi, Pechino dovrà mobilitare ancora di più le proprie  riserve monetarie per tappare i buchi.

Intanto numerosi impianti sono alle prese con la sovraccapacità e le proteste ci sono già. Nello Heilongjiang, cuore della “cintura di ruggine” del nord-est, migliaia di minatori sono scesi in strada contro il mancato pagamento degli stipendi; il gruppo Longmay che li impiega ormai sopravvive  per miracolo e potrebbe licenziare oltre 50mila dipendenti, mentre il governo provinciale chiede altri prestiti alle banche statali. Il sistema di assicurazione contro la disoccupazione necessita di una profonda revisione che favorisca il ricollocamento dei lavoratori licenziati per tagliare la capacità produttiva in eccesso. Quest’anno il governo intende creare 10 milioni di nuovi posti di lavoro nelle città, dove al termine del periodo di azione del Piano Quinquennale dovrebbe risiedere  il 60% della popolazione.

La ristrutturazione non è compito facile, ma i costi che Pechino dovrà pagare se sceglie di concentrarsi solo su target di crescita a breve termine saranno troppo alti perché la si possa rimandare al prossimo ciclo di pianificazione. E se Li sostiene la possibilità di un compromesso “win-win” tra crescita, ristrutturazione e stabilità occupazionale, gli economisti dicono che occorre fare scelte controverse.

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