CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

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Pechino e la “diplomazia dell’acqua”

Di Rebecca ARCESATI, 28 marzo 2016

Dove scorre nella provincia cinese dello Yunnan è chiamato Lancang, “turbolento”, ma è meglio noto come Mekong. Il fiume più lungo dell’Indocina nasce nell’altopiano del Tibet, nella provincia cinese del Qinghai, e dopo aver attraversato parte del territorio della RPC bagna Myanmar, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam prima di gettarsi nel Mar Cinese Meridionale. Dalle sue acque dipende da millenni la vita nella regione: via di comunicazione e scambi culturali e commerciali, è prezioso soprattutto lungo il suo medio e basso corso, risorsa per la pesca, per irrigare i campi e, in Vietnam, fonte di terra coltivabile generata ogni anno dall’avanzare del delta.

Come per tutte le risorse indispensabili, chi sta alla sorgente ne controlla l’accesso, di fatto esercitando un immenso potere sugli altri paesi. Dal 15 marzo al 10 aprile, Pechino farà fluire acqua dalla sua diga di Jinghong verso i paesi a valle con lo scopo di alleviare la più spaventosa siccità che ha colpito il delta nella storia recente. Circa 10 milioni di persone rischiano gravi carenze di acqua e cibo nel sud del Vietnam, mentre in tutta l’area 160mila ettari di risaia sono stati danneggiati a causa dei livelli di salinizzazione: un disastro per l’economia locale.MekongMap

I quotidiani cinesi celebrano con entusiasmo l’iniziativa, dipingendo Pechino come il gigante benevolo della regione. Lu Kang, portavoce del ministero degli esteri, ha affermato: “Le persone che vivono lungo il Lancang-Mekong sono nutriti dallo stesso fiume. E va da sé che gli amici devono aiutarsi a vicenda quando c’è bisogno di aiuto». Si tratta della tipica fraseologia utilizzata dalla Cina nei rapporti economici diplomatici, ma è bene leggere tra le righe di simili discorsi sullo sviluppo win-win che accompagnano sempre di più le iniziative di cooperazione di questo potente attore, in Asia e non solo.

La tesi di Pechino è che i recenti fenomeni climatici nella Penisola Indocinese siano da additare a El Niño, la massa caldo-umida che si forma regolarmente sul Pacifico e che condiziona il clima del Pianeta alterando temperature e precipitazioni. Quello del 2015-2016 sarebbe il peggiore: secondo l’OMS, 60 milioni di persone sarebbero a rischio di problemi legati alla salute nei paesi in via di sviluppo più colpiti.

Ma c’è anche un’altra storia, quella delle sei maggiori dighe costruite dalla Cina lungo il corso superiore del Mekong. Secondo fonti vietnamite, la responsabilità della siccità è in parte di queste opere dell’uomo, che aprendosi e chiudendosi alterano il ciclo naturale del fiume. Per questo motivo, le tonnellate di acqua alluvionale che scendono al delta sarebbero diminuite da 26 a 7. Gli imponenti flussi d’acqua rilasciati dal fiume al mare quando Pechino lo decide aumentano poi la salinità, oggi a livelli senza precedenti, mettendo a rischio specie protette e la vita dei coltivatori di riso. Le polemiche sulle dighe proseguono fin dagli anni ’90, quando diversi scienziati cominciarono a prevedere l’impatto negativo che esse avrebbero causato.

Al di là dell’eco mediatico, diversi aspetti dell’operazione appaiono controversi. Un’analisi della Mekong River Commission mostra che negli ultimi mesi il livello d’acqua sarebbe in realtà aumentato, perciò far defluire le acque servirebbe comunque alla Cina per evitare danneggiamenti alle dighe. Inoltre, dati i 4000 chilometri che separano Jinghong dal delta, alcuni stimano che appena il 3-4% dell’acqua raggiungerà l’area. Sembra piuttosto che la decisione di Pechino abbia una forte valenza diplomatica. Finora il destino del Mekong è sempre stato deciso senza consultare i Paesi a valle: dopo decenni di pressioni la Cina sta cercando di aumentare la trasparenza sulla gestione delle acque.

Si capisce come Pechino abbia interesse ad allontanare le polemiche sulle dighe e sostenere la tesi che la siccità sia un fenomeno naturale. Le dighe sono utilizzate per produrre energia idroelettrica, la seconda maggiore fonte del paese, e Pechino vuole aumentare la capacità a 350 gigawatts entro il 2020; 11 nuove dighe saranno completate nei prossimi mesi e Pechino ha bisogno del supporto dei vicini per i suoi progetti.

Il forum plurilaterale di cooperazione che risponde a questo scopo è il Lacang-Mekong Cooperation Framework, incoraggiato principalmente dalla Cina. All’ultimo summit, svoltosi mercoledì nella località tropicale cinese di Sanya, Pechino ha puntato su una cooperazione ad ampio respiro, annunciando che investirà 1,3 miliardi di euro in prestiti e aprirà una linea di credito di 10 miliardi di dollari per finanziare progetti di sviluppo infrastrutturale e industriale nella regione, oltre a 500 milioni di dollari nei prossimi cinque anni per alleviare la povertà. Una mossa che mostra tutta la leva politica di cui la Cina dispone in sud-est asiatico: la strategia è quella di aumentare il prestigio e l’influenza regionale (sempre a discapito degli Stati Uniti) proseguendo in parallelo il nuovo slancio di cooperazione allo sviluppo che la sta rendendo, nel bene e nel male, un attore globale a tutti gli effetti.

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