CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

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La provocatoria immagine utilizzata da Caixin, uno dei giornali di punta dell’informazione finanziaria cinese, in un articolo che denunciava la censura di cui la testata stessa era stata vittima. Tempestivamente rimosso dalla rete dalle autorità, rappresenta un gesto raro e rischioso di protesta mentre cresce la stretta sui media.

Xi Jinping: il leader forte tra dissenso e rallentamento economico

Di Rebecca ARCESATI, 10 aprile 2016

La sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo non si è svolta a ciel sereno per il Partito comunista cinese, tantomeno per il Presidente Xi Jinping. Due documenti scottanti sono circolati sui media, facendo sorgere ancora una volta dubbi sul consenso politico di cui gode quello che è ritenuto il leader più forte dopo Deng Xiaoping.

Il primo è un saggio, intitolato “Migliaia di uomini accondiscendenti non eguagliano un consigliere onesto”. Si tratta di un’allegoria che racconta una vicenda di età imperiale, tipicamente utilizzata in Cina per esprimere critiche o moniti al potere in maniera legittima. Lodando l’operato dell’imperatore Taizong, che aveva scelto un consigliere che non mancava di criticare i suoi errori, esso esprime un ammonimento a Xi – a mio avviso non così velato – per la crescente limitazione del dibattito e della libertà di pensiero. “Non dovremmo essere spaventati da persone che dicono le cose sbagliate; dovremmo essere spaventati da persone che non dicono nulla”, e ancora “Il segretario del Partito [Xi è sia Presidente della Repubblica Popolare Cinese che leader del partito, ndr] deve essere un buon team leader, e come tale deve mettere tutti i problemi sul tavolo e fare attenzione al lavoro di quei compagni le cui opinioni siano diverse dalla sua”.

Il secondo, quello del 4 marzo, proprio mentre il “parlamento” cinese iniziava i lavori, è ben più esplicito e intimidatorio. E’ infatti una lettera aperta, firmata dai “fedeli membri del Partito”, che chiede le dimissioni di Xi. Diverse critiche vengono mosse al leader: politicamente, aver abbandonato il “sistema democratico di leadership collettiva”– un sistema decisionale ben definito e istituzionalizzato, che potremmo esemplificare con la figura del predecessore Hu Jintao, contrapposta a quella di Deng – accentrando troppo potere nelle proprie mani e coltivando un vero e proprio culto della personalità; sul piano economico, il crollo dei listini e la volatilità dei mercati immobiliare e finanziario, con la perdita di ingenti somme di denaro da parte dei cittadini, ma anche i licenziamenti derivanti dalla riforma del settore statale e l’erosione delle riserve valutarie; una politica estera assertiva colpevole di aver riportato gli Stati Uniti nell’area; sul piano ideologico, una distorsione del ruolo dei media come mezzo di propaganda. Criticati anche gli esiti della campagna anticorruzione, una “lotta di potere” responsabile secondo gli autori del clima di pressione che aleggia sia nel governo che nell’economia.

Tutti temi più che mai delicati per il governo cinese in questa fase. Se la veridicità della lettera è messa in discussione, il punto è che i segnali di tensione sopra e dentro Zhongnanhai, il blindato quartier generale del partito a Pechino, si fanno da tempo sentire. A preoccupare la leadership i destini incerti dell’economia, stretta fra cifre poco convincenti sul Pil, instabilità finanziaria e proteste di lavoro in tutto il paese, oltre 2700 nel 2015, segno dello stato comatoso di quei settori produttivi statali che con fatica Xi sta cercando di riformare. Se le cose non migliorano, non sarebbe del tutto da escludere che Xi, preoccupato dall’instabilità politica e sociale e della perdita di credibilità, inasprisca ulteriormente la sua linea, silenziando il dissenso e utilizzando la lotta al malaffare come arma contro gli oppositori. Questo è soltanto uno degli scenari possibili, certo è che il presidente sa utilizzare bene  il nazionalismo per rinsaldare il potere all’interno.

La legittimità del partito si gioca sul benessere della popolazione: se dopo il fatidico spartiacque del 1989 (Tiananmen) il partito ha rilanciato la riforma negli anni ‘90, unendo con successo un boom economico vertiginoso alla “Campagna per l’educazione patriottica” e cementando il consenso popolare, quando la crescita si fa più incerta molti sono pronti a mettere in discussione l’operato del vertice: gli intellettuali, ma anche quegli imprenditori che guidano lo sviluppo del paese, spaventati dalla stretta sulla corruzione, insoddisfatti dall’incertezza delle riforme di mercato.

Intanto il giro di vite è già iniziato: le autorità hanno arrestato diverse persone presunte collegate al caso della lettera, apparsa su un sito specializzato in diritti umani e fatta circolare anche sul filo-governativo Watching.cn. Scomparso per giorni il giornalista Jia Jia, ora rilasciato, noto per esprimere apertamente critiche verso l’operato del partito. Ma è soltanto l’ultimo di una serie di giornalisti, attivisti per i diritti umani, avvocati imprigionati per le loro opinioni: secondo il Commitee to Protect Journalists, nel 2015 la Cina ha rinchiuso più giornalisti di ogni altro paese, 49 arresti registrati. Ricordiamo anche i cinque librai di Hong Kong, luogo più che mai sensibile dopo le manifestazioni democratiche degli Ombrelli, legati ad una libreria che pubblicava testi scandalistici sui politici cinesi.

Una campagna di controllo mediatico senza precedenti nell’ultimo ventennio, portata avanti con decisione da Xi Jinping con l’obiettivo di mantenere la conformità ideologica con il Partito e frenare il dissenso. A inizio anno, il presidente ha condotto una storica visita ai più importanti media di stato richiamando la necessità che essi “parlino per il partito”.

La risposta contrariata del commentatore e magnate immobiliare Ren Zhiqiang su Weibo, il twitter cinese, gli era costata la cancellazione del suo account (38 milioni di follower). A prendere le sue difese niente meno che un impiegato della Xinhua, la voce del partito, con una lettera indirizzata all’Assemblea Nazionale del Popolo, poi rimossa. Censura anche per il prestigioso e rispettato magazine finanziario Caixin, per un’intervista ad un delegato della Conferenza Politica Consultiva che durante i lavori delle due assemblee denunciava la mancanza di libertà a dare suggerimenti in occasione di simili incontri politici; Caixin ha risposto con un articolo di protesta, anch’esso rimosso dalla rete.

Simili mosse a livelli molto alti del mondo editoriale e del business indicano forti resistenze ad un controllo centrale sempre più stretto, ma anche faticoso, una sfida notevole per il governo. Tuttavia, la questione è più profonda: le lotte interne all’establishment che hanno circondato l’ascesa di Xi non sono scomparse. La campagna contro la corruzione, se si possono discuterne i metodi, è oggettivamente ciò di cui la Cina aveva bisogno da anni per eliminare ostacoli mortali per attuare le riforme verso un più sano sviluppo economico. Farsi molti nemici, per Xi, era inevitabile e la lettera potrebbe arrivare proprio da quei settori in cui si annidano interessi “sconfitti” dal pugno di ferro del presidente.Our-cover-this-week-Beware-the-cult-of-Xi.-Xi-Jinping-the-Chinese-leader-has-one-all-consuming-proje

Tutto questo ci racconta una battaglia di interessi politici ed economici, che questa volta è riuscita a insinuarsi ai più alti livelli dell’apparato mediatico statale. In Occidente potremmo definirla una fuga di notizie. Lo scontro è tra i “liberali”, come Ren Zhiqiang, preoccupati della centralizzazione del potere, e i “conservatori”, che premono per una linea autoritaria a guidare la potenza cinese nell’arena internazionale. Quanto alla lettera, bisogna chiedersi quanto vasti sono i gruppi di interesse che la sostengono e se davvero vorrebbero una Cina così liberale, o soltanto più libertà di non rendere conto dei propri patrimoni. Detto questo, non si può non preoccuparsi di una partito che reprime sempre di più la libertà di espressione.

Ma si può, sulla scia di molte testate statunitensi, liquidare Xi come un leader accentratore e a tratti dispotico, ascrivendogli un culto della personalità degno del nuovo Mao Zedong? Se canzoncine virali sul nuovo “core leader” circolano in rete, in una campagna di comunicazione pubblica ingegnosamente studiata, la figura del presidente è molto più complessa.

Per certi versi, Xi è senza dubbio un “core leader”. Ha incrementato il controllo sulla rete, richiamato con forza l’unità del partito e l’etica dei funzionari, assunto la direzione di importanti commissioni, tra cui quella per le riforme, condotto all’arresto di 336 mila funzionari nel 2015, la cifra più alta in 20 anni, colpendo nomi potenti dell’establishment, e molto altro. Del resto la sfida è la trasformazione del Paese e la liberalizzazione economica, mantenendo il partito in sella. Probabilmente alla Cina serve proprio una figura come lui.

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