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CHINA ANALYSIS con Rebecca Arcesati

European Business in China Position Paper 2015-2016: le raccomandazioni degli investitori europei a Pechino

di Rebecca ARCESATI, 23 aprile 2016

Tutti i riflettori sono puntati sulla mole di investimenti diretti esteri che dalla Cina si riversano in Europa (18 miliardi di dollari nel 2014, con l’Italia al secondo posto), oscillando fra posizioni ottimiste e timori allarmisti di una vera e propria invasione. Dall’altra parte, se il reshoring è divenuto fenomeno comune, gli investitori europei eca86bd9dddf1369ac5151continuano ad operare sul suolo cinese, che rimane un mercato strategico ricco di nuove opportunità. Mentre i bracci di stato cinesi acquistano aziende altamente strategiche come Pirelli, superare le barriere che ancora limitano l’accesso al mercato cinese è una questione più che mai attuale, che tocca il tema della reciprocità di trattamento.

Ogni anno esce il Position Paper “European business in China” curato dalla Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina. Si tratta di una realtà strategica per le nostre imprese che operano in loco: profonda conoscitrice del mercato e dell’opaco ambiente legislativo, attiva nell’interazione con le amministrazioni locali, ma soprattutto unico organo a fare azione di lobby.

Nel paper, distribuito a tutti i ministeri e alle amministrazioni locali in Cina, ma anche alla Commissione Europea, troviamo un’articolata serie di raccomandazioni di investitori e aziende europee al governo cinese sull’ambiente giuridico, economico e pratico in cui operano gli attori stranieri.

Un rapporto fondamentale per almeno due ragioni critiche: l’importanza crescente della partnership Cina-Ue nel commercio e negli investimenti diretti esteri, tanto da rendere irrinunciabile la conclusione dello EU-China Comprehensive Agreement on Investment; il trend di rallentamento economico cinese: è ormai percezione comune che il boom è giunto al termine e bisogna fare i conti con una Cina nuova. Dovrà farlo anche il Parlamento Europeo,  che a dicembre deciderà se concedere lo status di economia di mercato a Pechino, determinando importanti cambiamenti nella procedura di calcolo dei costi delle merci cinesi, che renderebbero difficile risalire ai sussidi statali e attivare misure antidumping. Ma il tema è politico, ed è delicato.

A che punto sono le riforme del governo cinese rispetto alle promesse politiche? Il paper individua alcuni elementi positivi:

  • Riduzione delle procedure di approvazione degli investimenti: meno burocrazia!
  • Misure per il controllo del colossale debito dei governi locali e riforme che agiscono sul mercato, come il sistema di assicurazioni sanitarie e le pensioni;
  • Tribunali specializzati nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale, un grande passo avanti che mostra la serietà dell’impegno cinese. Gli stessi investitori cinesi, che negli ultimi anni operano attivamente sul mercato domestico, sentono ormai l’esigenza di tutelare la ricerca e sviluppo (la Cina copre il 20% della spesa globale per R&D, al secondo posto dopo gli Stati Uniti);
  • Abbreviazione del Foreign Investment Catalogue, la lista che decide dove gli stranieri possono investire. Aree strategiche come telecomunicazioni, appalti pubblici e automotive sono off-limits.

Proprio l’ultimo punto suscita perplessità: il mantenimento di un catalogo che impedisce l’accesso a determinati settori e discrimina l’investitore straniero rappresenta un grosso ostacolo. A questo si aggiungono diverse aree in cui le riforme sembrano aver fatto dei passi indietro.

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Innanzitututto, le aziende statali (SOE) non hanno avuto limitazioni nei sussidi e nell’accesso preferenziale al credito, il che ostacola l’azione delle forze di mercato, cinesi ma anche straniere. A questo si accompagna il protezionismo occulto negli appalti pubblici: un’area di fatto proibita agli stranieri, che per partecipare hanno l’obbligo di costituire una joint-venture che sia controllata da cinesi. Si tratta di un tema complesso, perché limitare l’accesso a settori in espansione come sanità, farmaci, innovazione tecnologica e connettività sottrae innumerevoli opportunità di business alle imprese europee. Inutile precisare che le aziende cinesi non incontrano simili ostacoli in Europa.

Ci sono poi leggi non ancora approvate che destano preoccupazione: la Foreign Investment Law, che conterrebbe richieste inaccettabili per gli investitori stranieri discriminandoli ancora di più rispetto a quelli nazionali; e la legge sulle ONG, bloccata grazie all’azione di Screenshot 2016-04-22 15.16.17lobby della Camera, che limita anche l’azione delle associazioni di categoria: l’utilizzo flessibile e arbitrario della legge di sicurezza nazionale rappresenta un ostacolo insormontabile per il business, dato che legittima lo strapotere delle autorità di controllo. La sicurezza informatica è un caso esemplare: il paper stima che il great firewall sia responsabile di una riduzione dei ricavi del 2% per le imprese stranierie, non a caso lo U.S Office of Trade Representative ha inserito la censura tra le principali barriere al commercio nel suo rapporto annuale.

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Alcune raccomandazioni del paper, oltre all’eliminazione del catalogo sugli investimenti:

  • Implementare lo stato di diritto per ridurre finalmente l’incertezza e aumentare la trasparenza. Altro tema è la mancanza di chiarezza nella consultazione pubblica: quando a gennaio le autorità hanno deciso il circuit braker dopo i crolli dei listini, soltanto un weekend è stato concesso agli istituti finanziari internazionali per dare un parere;
  • Promuovere un ambiente favorevole all’innovazione, migliorando la protezione della proprietà intellettuale, l’accesso dei talenti stranieri e quello al credito;
  • Limitare il peso dello stato in economia. Questo è il grande tema, non soltanto per gli stranieri: i sussidi e la concorrenza sleale ai privati hanno creato enormi distorsioni nel mercato cinese, quali la spaventosa sovracapacità in alcuni settori e un debito a 282% del pil nel 2014. Il punto è che il monopolio delle SOE in settori strategici viene tuttora giustificato con esigenze di sicurezza nazionale.
  • Aumentare l’accesso mercato. Oltre alla citata sicurezza nazionale, esistono barriere dirette – si pensi al fatto che la fornitura di servizi legali alle imprese è passata nella categoria proibita agli stranieri – e ostacoli di fatto, come la complessa giungla di standard e certificazioni non in linea con i criteri internazionali che le merci europee devono rispettare per essere vendute in Cina, una discriminazione rispetto ai prodotti cinesi presente soprattutto nei settori dei macchinari e dei prodotti elettronici. Il 55% degli operatori intervistati per la Business Confidence Survey della Camera lamenta un trattamento sfavorevole.
  • Riforma finanziaria. Il punto centrale è la riduzione delle rigide limitazioni nella proprietà e sfera di business per le banche, le assicurazioni e i fondi di investimento stranieri.

Ecco perchè l’UE sta cercando di negoziare con Pechino un trattato sugli investimenti – per il quale ancora un paio d’anni saranno necessari – che sia onnicomprensvo e includa il tema dell’accesso al mercato, assicurando un trattamento parificato tra operatori cinesi e stranieri che non viene garantito dagli attuali 26 trattati bilaterali. Questo è senza dubbio il punto chiave nell’agenda UE-Cina per i prossimi anni.

Articolo scritto dopo la presentazione del Position Paper presso l’Università di Torino curata della Dott.ssa Sara Marchetta, vice presidente della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina e socia dello studio legale italiano Chiomenti a Pechino.

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