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#IlGraffio – Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: ecco la “riforma” delle BCC

 

La riforma delle BCC entra nel vivo: il prossimo 15 giugno scade il termine per avvalersi della clausola “way out”. I tempi sono stretti, ma i nodi da risolvere sono tanti e intricati: il settore deve trovare un nuovo assetto.

Si apre una nuova era per le banche di credito cooperativo. La riforma delle BCC sta entrando nel vivo e, nel giro di qualche settimana, gli operatori del settore dovranno compiere delle scelte cruciali per il loro futuro. Il 15 giugno 2016 scade il termine per aderire alla clausola “way out”, strada percorribile dalle BCC con un patrimonio superiore ai 200 milioni di euro: questa opzione consentirà a chi se ne avvale di continuare a operare in autonomia, a patto però di trasformarsi in Spa (la stessa opzione è concessa anche a BCC di dimensioni inferiori che volessero aggregarsi con una BCC più grande). In alternativa le banche di credito cooperativo possono accettare di aderire a una nuova struttura, prevedibilmente una holding, e in questo caso gli indizi sembrano puntare sull’utilizzo di Iccrea Holding, una banca di secondo livello partecipata al 90% dalle BCC stesse. I tempi sono stretti, ma i nodi da risolvere sono tanti e intricati.

Il panorama delle Bcc in Italia

Le BCC in Italia sono tante: 390 (47 nella provincia di Bolzano, 41 in quella di Trento, 41 in Friuli Venezia Giulia, e poi 37 in Lombardia e via via sino alle 9 di Piemonte e Calabria). Poche però (solo 12) hanno un patrimonio superiore ai 200 milioni necessari per poter continuare in modo autonomo: fra queste ci sono laBCC di Roma (con un patrimonio di 700 milioni), la Banca d’Alba, alcune BCC emiliane e qualcuna lombarda.

Che fare di fronte al bivio?

La scelta dunque, soprattutto per queste 12 Bcc più grandi, è se rimanere autonome o aggregarsi in una holding. Ad oggi però, non è ancora chiaro e deciso quale struttura e/o veicolo farà da holding di sistema, anche se sembra prendere quota l’ipotesi di scegliere Iccrea Holding.

Se così fosse, sarebbe da rivedere l’assetto partecipativo: è possibile infatti che alcune delle BCC che oggi hanno un peso rilevante nell’azionariato di Iccrea Holding vogliano uscirne, avendo molte di esse (le 12 sopra menzionate) un patrimonio superiore ai 200 milioni che consente loro di navigare in modo autonomo senza doversi aggregare con altre BCC. In tal caso la holding stessa perderebbe i “pesi massimi”, ed aggregherebbe i “pesi medi e piccoli”.

A seguire, andrebbe rivisto il sistema di governo aziendale, la cosiddetta “governance”. Ma altri punti sono ancora da definire, per un settore che ha avuto indubbi problemi e che deve trovare una nuova “missione”.

I nodi ancora da sciogliere

  1.  Operatività territoriale: oggi le BCC operano su aree geografiche limitate al localismo, sia per la raccolta che per gli impieghi alla clientela; bisognerà capire in che modo il diverso assetto organizzativo, che si verrebbe a creare con l’istituzione di una holding “di sistema BCC”, potrà definire e affrontare la presenza su aree geografiche diverse, spesso con caratteristiche economiche (settori e distretti industriali, specializzazioni, …) molto varie.
  2. Erogazione del credito: oggi le BCC erogano credito a realtà spesso piccole, a proprietà familiare, talvolta micro-imprese, tenendo conto di criteri di valutazione del merito di credito che fanno riferimento a rapporti fra fido concesso e patrimonio della banca. Questi criteri – che limitano (o dovrebbero limitare) l’esposizione e quindi la concentrazione del rischio – potrebbero risultare superati in uno scenario con una holding di sistema adeguatamente patrimonializzata, che consentirebbe la concessione di fidi anche a realtà imprenditoriali di maggiori dimensioni ( le cosiddette corporate). In questo caso però, verrebbe “snaturata” la natura (fino ad ora) cooperativistica delle BCC (e questa osservazione viene fatta senza entrare nel merito se tale natura sia buona o meno buona, da superare o mantenere).
  3. Competenze di valutazione del credito: valutare il merito di credito di una PMI è un’attività assai diversa dal valutare il merito di una impresa grande, con attività diversificate, spesso con una struttura di partecipazioni diversificate per attività e geografia; immaginare che con un “colpo di bacchetta magica” le competenze cambino e si adattino ad un nuovo scenario è impresa affascinante, ma assai complessa e dall’esito incerto.

 Un’operazione rischiosa

Sottoporsi ad un intervento di chirurgia plastica è spesso affascinante per chi abbia perso, col tempo, la bellezza e la forma; ma spesso il risultato finale non soddisfa chi vi si sottopone, oltre all’occhio degli altri. Temiamo che anche in questo caso mettere mano ad una riforma senza aver chiarito le conseguenze operative e strutturali porterà ad un’opera incompiuta, con danno per la clientela attuale; ma che attendersi dal “diavolo che fa le pentole, ma non i coperchi”?

Corrado Griffa

Corrado Griffa

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina.

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