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L’ANGOLO DI ADAM SMITH

La legge di Murphy del commercio internazionale

 

“Io credo fermamente che un uomo di Stato debba conoscere i principali dettami della scienza economica; o per lo meno saper ascoltare coloro che tali dettami conoscono. Quando essi ignorano tali dettami, commettono grandi errori: costringono gli agricoltori a coltivare prodotti comparativamente più costosi e si aspettano poi che il prodotto netto dell’agricoltura nazionale aumenti. Ingiungono agli industriali di scemar con ogni mezzo il costo dei prodotti della loro industria e proibiscono loro di acquistare anche all’estero materie prime, macchine e altri strumenti”. Per questa sua frase contro l’autarchia e la “battaglia del grano”, Umberto Ricci, economista liberale della prima metà del ‘900, dopo essersi già dimesso dall’Accademia dei Lincei per non giurare fedeltà al fascismo, nel 1934 perse la cattedra universitaria e andò in esilio a insegnare al Cairo e a Istambul.

Oggi la situazione non è certo la stessa, ma i venti che spirano contro il libero commercio sono ripresi vigorosi.

Si è creata infatti in Europa  un’alleanza tra gli eredi del fascismo (in versione democratica e 2.0, certo) e del comunismo (in versione democratica e 2.0, certo) che, appoggiati da certi esponenti di una pluri-millenaria tradizione religiosa (la religione in sé, sui vantaggi comparativi del libero scambio niente ebbe da dire, salvo dover intervenire Deus ex machina quando –per difetto della distribuzione commerciale dell’epoca-  mancarono pani e pesci nei pressi del Mare di Galilea  e il vino alle nozze di Cana)  e da concreti interessi economici di industrie inefficienti, ha organizzato una vera e propria crociata contro l’apertura delle frontiere, che trova un bersaglio ideal nel Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti in negoziazione tra USA e Unione Europea.

Per carità, anche negli Stati Uniti la chioma argentea di un vecchio socialista ciarliero e quella cotonata di un astuto trombone miliardario stanno sferrando pesanti attacchi contro il libero scambio, ma questo non ci è di consolazione, semmai aggrava lo sconforto.

La conservazione e l’ideologia hanno sempre frenato le innovazioni anche più ovvie (basti pensare ai luddisti inglesi) ma certamente risulta strano che in epoca di piena globalizzazione, dove si è perennemente connessi o in viaggio e si acquistano gadget, macchinari e servizi provenienti da ogni parte del mondo, si sia sviluppata una repulsione così irrazionale nei confronti del commercio.

Fortunatamente la quasi totalità degli economisti ancora accetta l’assunto che il “Free Trade” è benefico per tutte le nazioni, sia che importino che esportino. L’intuizione la possiamo far risalire alle semplici parole che, mentre era predominante la teoria mercantilista, Adam Smith scrisse nella Ricchezza delle Nazioni: “E’ la massima di ogni uomo prudente, a capo della sua famiglia, di non cercare mai di fare a casa ciò che gli costerà più fare che andare a comprare”.

Ma torniamo al TTIP. Porterà vantaggi economici? Finora la stragrande maggioranza degli studi (CEPII, CEPR; Fondazione Bertelsmann; World Trade Institute, Atlantic Council) dice di si. In prospettiva dallo 0,3% allo 0,5% del PIL di crescita in più all’anno (un enormità,  soprattutto per paesi a basso tasso di sviluppo come l’Italia) equamente distribuita tra Europa e America. E’ vero che questi studi sono a volte un po’ simpatetici ed in più stimano anche gli effetti dell’eliminazione di barriere non tariffarie, più difficili da calcolare dell’abbassamento dei dazi doganali, ma tant’è. E comunque l’Italia, paese esportatore oggi colpito da dazi e restrizioni nei suoi prodotti tipici, avrà da guadagnarci più di altri. Il fatto che su alcuni argomenti le parti non siano d’accordo (apertura alle merci europee negli appalti americani o denominazione di origine controllata di cibo e vino) è la scoperta dell’acqua calda: cosa si negozierebbe altrimenti?

Porterà vantaggi politici? Senza dubbio. Prima di tutto impedirà la deriva degli USA verso il Pacifico: ricordiamoci che il TPP , accordo tra  11 stati affacciati su quell’Oceano, è già stato firmato. Anche il più convinto anti-yankee non può avere piacere che l’Europa abbia scarsa influenza su Washington e che il mercato USA sia meno accogliente verso le merci del Vecchio Continente. Inoltre, le regole del commercio internazionale è meglio scriverle insieme, tra paesi democratici e ad economia di mercato, piuttosto che doverle negoziare in posizione disunita con paesi che prendono i loro interessi molto sul serio come Cina, Russia ed India ed hanno sistemi di valori non proprio coincidenti con i nostri.

Pericoli? OGM, carni con ormoni, polli alla candeggina, esperimenti sugli animali per testare i cosmetici! Ora, a prescindere dal fatto che ad esempio sugli OGM il pragmatico approccio americano sarebbe migliore di quello europeo, “prudente” e abbastanza antiscientifico, la Commissione UE e molti governi hanno ribadito varie volte che questi argomenti non sono negoziabili; anzi, la Commissaria Malstrom, esagerando, ha affermato che le regolamentazioni potranno essere solo più stringenti non meno ( che razza di liberale! Il presupposto è che più si regola meglio è).

Insomma, crescita economica, convenienza politica, rischi limitati e persino  gli studiosi sono concordi sulla teoria dei vantaggi comparativi del libero scambio: cosa potrebbe fermare il Trattato? Il populismo e la Legge di Murphy che nella scienza economica è stata così teorizzata dall’accademico di Princeton Alan Blinder: :”Gli economisti hanno la minima influenza sulle politiche dove ne sanno di più e sono maggiormente in accordo; hanno la massima influenza sulle politiche dove ne capiscono di meno e litigano nel modo più veemente”. Appunto.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

 

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