Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

Grecia: all’euroarea servono regole precise per ristrutturare i debiti sovrani

 

Sull’ennesimo capitolo della crisi greca, comincio dal fondo. Tra le tante pecche sin qui mostrate dalle regole dell’euro, manca un capitolo che definisca le condizioni estreme nelle quali por mano a ristrutturazioni dei debiti sovrani di un paese membro. E’ un difetto essenziale. La storia è purtroppo piena, di ristrutturazioni di debiti pubblici. E a maggior ragione il rischio si corre in anni di deflazione o, se andrà bene, di inflazione bassissima, per paesi rispetto alla media dell’eurozona incapaci di convergenza nel breve-medio periodo per forti squilibri economici e fortissimi squilibri sociali, come la Grecia. Meglio sarebbe avere dunque regole chiare, per consentire emergenzialmente ristrutturazioni almeno secondo regole chiare, tali da non allarmare i mercati e generare quell’effetto panico che da anni devasta la Grecia. Da due anni a questa parte, dacché Syriza vinse le elezioni a maggio 2014 (qui un utile cronoprogramma della crisi greca fino ad allora), la crisi del debito della Grecia avrebbe dovuto insegnarlo ai vertici dell’eurozona. Invece no, e continuiamo a sbattere la testa sullo stesso muro: dopo i 110 miliardi del primo programma di aiuti varato nel 2010, i 130 miliardi del secondo pacchetto varato nel 2011, la prima ristrutturazione del debito del marzo 2012 in forma PSI cioè superiore al 50% del valore facciale ma per i soli creditori privati della Grecia, gli 86 miliardi del terzo pacchetto firmato a luglio scorso e che dovrebbero accompagnare il risanamento greco fino al 2018.

Torniamo alla cronaca. Non è andato in porto l’Eurogruppo di ieri dedicato alla Grecia: si tratta di sbloccare una nuova tranche degli 86 miliardi di aiuti firmati a luglio scorso con Tsipras, finalizzati a coprire interessi e restituzione del debito pubblico di Atene dovuto fino a metà del 2018, quando il programma dovrebbe terminare. O meglio, è andato in porto per uno dei tre argomenti che erano da mesi sul tavolo, sui nuovi impegni assunti dal governo greco per rafforzare l’avanzo primario del bilancio greco, grazie al voto che Tsipras ha ottenuto dalla sua ristrettissima maggioranza domenica in parlamento. I ministri delle finanze europei aspettano altri chiarimenti su un secondo punto. Ma il capitolo fondamentale aperto è il terzo, a cui Tsipras tiene molto e sul quale, pur avendo in realtà l‘accordo del FMI, ha giocato malissimo la partita, inimicandoselo due settimane fa.

Cerchiamo di capire di che si tratta, per poi tornare al terzo punto che è quello centrale: cioè la riduzione del debito greco. Ponendoci il problema se sia fondato oppure no, e quali ragioni abbia la tenace opposizione tedesca.

La Grecia aveva ripreso a crescere timidamente fino a metà 2015, prima di chiudere l’anno di nuovo con due trimestri a crescita negativa sotto l’incalzare della tumultuosa trattiva europea, con il doppio colpo di scena successivo del referendum vinto da Tsipras, e poi delle nuove elezioni in cui, dopo aver fatto repentina marcia indietro rispetto al no all’accordo, ha riottenuto una maggioranza appesa a pochissimi seggi. Di fatto, il paese ha un debito pubblico in salita verso il 180% del PIL, grazie anche e soprattutto al fatto che di PIL ha perso dal 2007 lo spaventoso ammontare di 25 punti percentuali. Da tre anni la Grecia è a crescita demografica negativa, per effetto della crisi. Ha una disoccupazione che resta disastrosamente al 25%, e a poco meno del 48% tra i giovani, in troppo lento calo rispetto al 52,2% a cui era arrivata a marzo 2015. Su meno di 11 milioni di abitanti, 2,5 milioni sono sotto la soglia di povertà, e altrettanti lottano per non cadervi, di poco sopra la soglia.

Il pacchetto di misure taglia deficit approvato da Tsipras nel 2015 ha prodotto ciò malgrado un avanzo primario di bilancio dello 0,7% di PIL, al quale Ue e Fmi non hanno creduto troppo. E che resta comunque di gran lunga inferiore all’1,5% che serve come tappa intermedia, per realizzare il 3,5% di avanzo annuale al 2018. Per poi restarvi inchiodato per moltissimi anni, al fine di abbassare gradualmente il debito pubblico contando su una crescita che torni verso il 2% annuo. Di qui le nuove richieste avanzate da Ue e Fmi a Tsipras, se vuole che si stacchi un assegno capace di consentire alla Grecia di onorare i 2,5 miliardi di interessi che Atene deve ripagare a luglio ai propri debitori. La richiesta era di un pacchetto di misure su tasse e pensioni pari al 3% di PIL di minor deficit per circa 5 miliardi di euro, più fin da subito in altro pacchetto di tagli automatici per un altro paio di punti di PIL cioè altri 3,5 miliardi, nel caso in cui il primo blocco di misure si dimostrassero tali – come capitato sempre, sin qui – da fallire l’obiettivo. La Grecia ha puntato i piedi contro i tagli automatici, e per ora il pacchetto votato domenica scorsa dal parlamento greco non è lontano – sulla carta – dagli obiettivi richiesti solo per la prima tranche. Si tratta di un 1% di Pil da maggiori tasse sul reddito, un altro 1% dall’aumento dell’IVA al 24%, e infine un altro punto di PIL da interventi sulle pensioni. Quel che ancora non piace ai rigoristi è che la soglia di esenzione dall’IRPEF resta ancora tropo alta: era a 9600 euro cioè più alta che in Germania e Italia, e anche dopo il taglio a poco meno di 9100 euro resta tale. Resta aperta la trattativa sui tagli automatici, e su questo l’Eurogruppo si aspetta una risposta già entro giovedì. Un capitolo a parte è quello sulla riduzione dei crediti deteriorati e del risanamento delle 4 maggiori banche elleniche. In 3 anni, gli istituti di credito greci hanno visto scendere i depositi da quasi 250 miliardi a circa 130, e ancora a febbraio sono scesi di altri 5-600 milioni.

Ma il punto vero della trattativa, su cui fin dall’inizio ha puntato Tsipras, è il terzo: la riduzione del debito. Tsipras ha posto la questione sin dalla sua prima elezione a premier ma in maniera pragmatica, giocando sul tempo e contando sul fatto che negli anni la Ue dovrà arrendersi alla sua inevitabilità. Mentre Varoufakis ne aveva fatto una richiesta “tutto e subito”, ed è finito a fare il conferenziere internazionale, sostituito da Tsakalotos al ministero delle Finanze, pur sempre un marxista ma proprio per questo più realista e duttile, rispetto all’antagonista rigido per definizione.

Dijsselbloem, il capo dell’Eurogruppo, ha ribadito ieri che i ministri delle Finanze europei sono d’accordo per escludere assolutamente il taglio nominale del debito. Ma la discussione il 24 maggio ci sarà comunque, per valutare almeno ulteriori aumenti delle scadenze e aggiuntive riduzioni dei tassi d’interesse. Su questo tema, l’atteggiamento del governo greco è stato autolesionista. Da anni il Fmi si batte per una ristrutturazione sostanziale del debito greco. E ha mille volte ragione: credere che per 20 anni la Grecia sia capace di produrre avanzi primari annuali pari ad almeno il 3,5% del PIl è lunare, soprattutto nelle condizioni di bassa crescita reale europea che restano di fronte a noi nell’orizzonte previsivo attuale, per anni e anni. Tanto vale, afferma il FMI da 2 anni a questa parte, fare un bis della ristrutturazione sostanziale che alla Grecia fu concessa nel 2012, fino al 50-60% del valore facciale del debito sovrano ma per la sola componente allora detenuta da banche e creditori privati (chi sostiene che le banche di Francia e Germania rientrarono dall’esposizione greca, dimenticano questo piccolo particolare..)

Attualmente i creditori della Grecia sono però in larghissima misura pubblici. Atene deve oggi circa  53 miliardi ai paesi membri della Ue, con prestiti bilaterali della maturità media trentennale; poi 131 miliardi all’EFSF europeo con scadenza a 32 anni e mezzo, e altri 21,5 miliardi all’ESM, sempre europeo e con pari scadenza; infine 14,3 miliardi al FMI a scadenza tra i 3 e i 10 anni. L’interesse pagato sul debito è pari a una media annuale tra il 2 e il 3,5% del PIL, sempre che il PIL non cada ulteriormente ma ricresca. La minor scadenza dei debiti contratti col Fondo Monetario spiega perché il Fmi non creda sostenibile il debito greco. Ma, invece di tenersi buono il Fondo che rimprovera ai tedeschi l’opposizione alla ristrutturazione del debito, il governo di Atene due settimane fa ha frontalmente accusato il Fondo di voler strangolare la Grecia: perché l’idea dei tagli automatici come scudo di garanzia  è nata proprio a Washington, sperando che Atene dicesse no e che la Germania capisse che non c’è alternativa a un taglio ulteriore del debito.

Il problema fondamentale è sempre lo stesso: la Merkel non può dire al suo partito che si condona una parte del debito ad Atene, perché sarebbero punti elettorali guadagnati dai nazionalisti di AFD, e in primis la CSU e Schaueble sono contrarissimi. Bisognerà aspettare che cosa votano i britannici nel referendum del 23 giugno, e poi riaprire il negoziato coi greci. Perché un punto a me almeno apre chiaro. La tumultuosa e drammatica vicenda greca avrebbe dovuto farci capire da anni che occorrono regole precise per ristrutturare i debiti sovrani. Ripeto:  meglio regole chiare, per consentire emergenzialmente ristrutturazioni almeno secondo princìpi e procedure definiti, che suscitare ogni volta lo tsunami dei mercati.

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