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Un anno di Quantitative Easing. I suoi risultati e l’Helicopter Money

L’ipotesi affascinante dell’Helicopter Money

Un anno fa Mario Draghi lanciava il Quantitative easing,  programma d’acquisto di titoli, inizialmente da 60 miliardi al mese e avrebbe dovuto riportare l’inflazione verso un obiettivo vicino al 2%.

La riflessione oggi si concentra su cosa ha funzionato o meno durante quest’anno di Qe.

Secondo il parere di diversi economisti, il programma ha avuto successo nel contrastare un ulteriore peggioramento della deflazione, ma non nel raggiungere l’obiettivo di crescita dei prezzi, sul livello che il mandato affidato alla Bce indica in una dinamica vicina al +2% nel medio termine; infatti dai dati Eurostat, l’inflazione è risultata  negativa a Febbraio, Marzo ed Aprile. Quel che preoccupa  è che difficilmente l’ulteriore espansione del programma offrirà sufficienti stimoli all’inflazione.

Draghi ha spiegato che l’indicatore maggiormente osservato nelle stanze di Francoforte sia lo swap rate 5y5y, cioè la scommessa dei mercati su quale sarà il tasso medio di inflazione fra cinque anni e per i successivi cinque. Tale tasso è sceso sotto il 2% fin dalla seconda metà del 2014 e ciò è stato uno dei motivi che ha portato al varo del Qe. L’andamento delle aspettative ha segnalato spinte alternate tra ribassi (timori per la crisi finanziaria cinese e calo dei prezzi del petrolio) e rialzi (aspettative di una forte espansione del QE nel Dicembre 2015). Alla fine hanno prevalso i pesi negativi e si è arrivati a un minimo storico dell’1,4%.

Perché le aspettative di inflazione sono così importanti? Più sono basse, più possono spingere al ribasso gli investimenti e avere un effetto negativo sulle dinamiche salariali riducendo la domanda aggregata, oltre a rialzare il tasso di interesse reale sui debiti, con effetti negativi sui soggetti indebitati (siano essi pubblici o privati).
I tassi bassi però non hanno effetti soltanto negativi. Oltre al bilancio pubblico, anche quello delle famiglie ne ha tratto beneficio. Inutile ricordare che gli spread ai minimi hanno abbassato le rate dei mutui e i costi dei finanziamenti. Si aggiunge a queste considerazioni il miglioramento delle condizioni di accesso al credito censito dalle Bank Lending Survey della Bce.

Tali condizioni si sono alleggerite maggiormente in Italia, mentre sono rimaste stabili in Germania e Spagna e si sono ristrette in Francia. Anche in questo caso, però, gli effetti sull’economia reale si sono rivelati a luci e ombre. I consumi dell’Eurozona si sono riportati sopra i livelli pre-crisi, ma era un trend già in atto prima dell’annuncio di Draghi e che si è semplicemente consolidato. Male invece gli investimenti che sono ancora inferiori del 15% ai livelli ante-recessione.
La teoria finanziaria assume che tassi di interesse negativi incoraggiano le banche a prestare i soldi a tassi più bassi e i risparmiatori ad aumentare i consumi, spingendo in giù il tasso di cambio, anche perché verrebbe scoraggiato l’afflusso di capitali dall’estero.

Ma la realtà delle cose non appare del tutto come previsto sui libri. Il credito e i consumi non stanno aumentando adeguatamente, le variazioni nei cambi o non sono significative o non hanno grandi conseguenze. In particolare, nonostante gli sforzi molto rilevanti della banca centrale, l’aumento del credito è stato nel tempo molto debole. Si potrebbero aggiungere all’elenco anche un basso livello di investimenti pubblici e privati, un basso livello di aumento della produttività, dei salari stagnanti. Per altro verso diversi Economisti sottolineano come grandi liquidità e bassi tassi di interesse preparano in qualche modo la crisi futura in quanto contribuiscono in misura rilevante alla formazione delle bolle finanziarie.

A contorno non pesano poco gli scetticismi europei di paesi come la Grecia, la Gran Bretagna e la Finlandia che, per ragioni diverse, potrebbero uscire dal gruppo. E quelli di tanti altri non più disposti ad accettare aprioristicamente l’essere membro UE.
La Banca Centrale Europea sta utilizzando i mezzi a disposizione a più non posso ma i provvedimenti presi a Marzo, di una portata apparentemente eccezionale non hanno prodotto gli effetti sperati.
Queste manovre innovative nella misura ma convenzionali nella forma, non sono sufficienti a dare la scossa, a fare girare un sistema che necessita di liquidità da spendere nei consumi.

E allora, in questo scenario c’è chi ha pensato: «Ma se anziché foraggiare le banche, foraggiassimo direttamente le famiglie e le imprese, a parità di sforzo economico?»
Una provocazione?
Mica tanto se lo stesso Mario Draghi ha definito l’ipotesi come «interessante».
La cinghia di trasmissione tra BCE, Banche, Imprese e Famiglie non è fluida. Troppe energie si disperdono e troppo spesso la finalità di finanziare l’economia reale viene disattesa.
Si sta diffondendo pertanto l’attenzione su un provvedimento, proposto da Milton Friedman alla fine degli anni Sessanta, che consiste nella produzione di denaro dalla banca centrale e nel suo trasferimento direttamente alle famiglie, proprio come se fosse denaro lanciato da un elicottero. Un trasferimento diretto di denaro avrebbe, secondo Friedman, l’obiettivo di indurre la gente a spendere più liberamente e quindi riportare l’inflazione verso l’alto. L’idea venne poi fatta sua da Ben Bernanke, ex Governatore della Fed americana, che lo definì “Helicopter money”.
L’Elicottero Monetario prevede di superare i passaggi intermedi per arrivare direttamente all’utilizzatore finale, a patto che diventi anche il consumatore finale.
Perché uno dei punti critici è proprio questo: la maggiore liquidità in tasca produrrebbe nuovi consumi o minore indebitamento?
L’obiettivo da centrare è proprio questo: spendere per rilanciare i consumi.

Se il Quantitative Easing non funziona, per sbloccare l’economia l’helicopter money, nella sua semplicità e linearità, rappresenta una specie di uovo di Colombo.

L’ipotesi potrebbe sembrare stravagante, ma diversi esperti studiano la questione da tempo e la trovano plausibile. La domanda di beni e servizi in teoria ne riceverebbe un forte impulso e il livello dello stimolo sarebbe proporzionale al valore della nuova moneta creata.

La distribuzione di moneta potrebbe avvenire o direttamente, lanciandola metaforicamente da un elicottero, o indirettamente, finanziando un aumento in deficit della spesa pubblica o una riduzione delle tasse. Oggi, l’idea che l’helicopter money possa rappresentare la soluzione finale al problema della deflazione ha varcato la soglia dell’università e si è posizionata al centro del dibattito economico. Un dibattito che sta coinvolgendo la comunità dei banchieri centrali, dividendola tra coloro che  vedono nel “finanziamento monetario dei programmi fiscali” una proposta percorribile. E coloro che invece la rifiutano a priori. Il governatore della Bce, Mario Draghi, sembra invece stare nel mezzo. Nel corso di una audizione al Parlamento europeo, l’ha definita un’idea intellettualmente affascinante, ma impraticabile nel contesto istituzionale europeo in quanto il finanziamento monetario esplicito del deficit pubblico è infatti vietato dai Trattati europei.

 Il governo Renzi, a suo modo ha già fatto ricorso all’helicopter money con l’operazione 80 euro, che ripeterà quest’anno, e con quella dei 500 euro per i giovani. Ma per ora con scarsi risultati che riteniamo siano da imputare, nel caso del bonus da 80 euro, all’erronea individuazione della platea di beneficiati dal provvedimento. Rivolto a dipendenti con soglie di reddito prestabilito, non va a agevolare altri che invece sono sotto a tale soglia e che quindi avrebbero, secondo le Teorie classiche del consumo, una propensione marginale alla spesa molto maggiore. Ed infatti, assistiamo ad un aumento delle giacenze sui conti presso le Banche. Il bonus non viene speso ma accantonato nel timore di nuovi eventi negativi.

Di questo provvedimento, comunque, nei corridoi della Bce non vogliono neanche sentirne parlare.

L’elicottero monetario, dicono, non è solo ingiusto (rischia di dare a chi già ha), ma anche inefficiente. Si afferma infatti (come dimostra peraltro l’esperienza italiana), che molte persone, se ricevessero un assegno oggi, lo terrebbero da parte per ripianare debiti e pagare imposte senza rianimare l’economia.

Altre obiezioni vengono formulate da una corrente diversa di pensiero. La prima riguarda il pericolo che tale misura scateni un forte livello di inflazione; si può rispondere che nell’attuale situazione deflazionistica questo può essere un fatto positivo, purché ovviamente non si abusi della misura. D’altro canto, in un’economia mondializzata, nella quale i paesi low cost a manodopera abbondante sono legioni, l’esplosione dei prezzi dei prodotti non appare più possibile.

L’altra obiezione è quella che, in certi paesi, mentre la domanda verrebbe stimolata, si creerebbero forti pressioni sulla bilancia dei pagamenti, nel senso che in quelli industrialmente meno avanzati una parte consistente del bottino verrebbe usato in larga parte per acquistare merci estere.

Ebbene, riconoscendo che, più in generale, non verrebbe risolto il problema delle eventuali debolezze di struttura di un’economia, accanto alla distribuzione di denaro alla popolazione si tratterebbe anche, ad esempio nell’eurozona, di preparare piani di sviluppo che prevedano grandi investimenti, molto più corposi e convenienti del famigerato piano Junker, rivolti in particolare da una parte alla riconversione delle economie in senso ecologico, dall’altra alla ristrutturazione e riqualificazione dell’economia dei paesi più deboli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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