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L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

Come salvare il pianeta 1 miliardo di alberi (e molti droni) alla volta

 

Ogni anno vengono abbattuti circa 26 miliardi di alberi. Le zone maggiormente colpite negli ultimi decenni sono state l’Africa Sub-Sahariana, il Sud America e i Caraibi: 970 mila km quadrati di foreste spariti negli ultimi 25 anni, l’equivalente di 1.000 campi da calcio ogni ora.

Due terzi delle foreste di tutto il mondo si concentrano in soli 10 paesi (Russia, Brasile e Canada in primis), i quali finiscono per avere un potere decisionale critico nella gestione del patrimonio forestale mondiale.

Le cause della deforestazione variano da zona a zona, ma nella fascia tropicale le quattro cause principali sono la produzione di legname e la conversione in terreno agricolo per foraggio, soia e olio di palma. Poiché due cause su quattro sono riconducibili all’allevamento di bestiame, questi dati offrono la base di partenza per teorie complottistiche che vedono nel consumo di carne la principale causa dei problemi ambientali, indicando lo stile di vita vegano come unica possibile salvezza per l’umanità (per chi volesse approfondire c’è un documentario ad hoc: Cowspiracy).

Al di là dei deliri vegan è stato calcolato che la deforestazione da sola causa il 10% delle emissioni di gas serra, più o meno come 600 milioni di macchine. Finora si è ricorso a diversi modi per limitare e/o risolvere il problema della deforestazione: leggi restrittive, che stabiliscano aree protette o impongano tasse considerevoli, o all’opposto incentivi ai proprietari dei terreni per non disboscare (esperimenti del secondo tipo sono già stati fatti in Brasile, Costa Rica e Messico sotto il nome di PES, payment for ecosystem services). Teoricamente si potrebbe arrivare a creare un mercato globale dove questi incentivi sarebbero pagati da coloro che nel frattempo stessero producendo emissioni.

La discussione sul tema procede già da diversi anni ma senza definire un approccio efficace. Non che non vi siano programmi di ri-forestazione: ci sono, ma in tutto gli alberi piantati in un anno sono solo 15 miliardi, poco più della metà di quanti ne vengono abbattuti nel frattempo.

Al di là della dimensione politica, la difficoltà è in gran parte intrinseca nel problema, e di natura pratica: piantare –e far crescere- nuovi alberi è un processo molto più complicato e lungo rispetto ad abbatterli. Il metodo più efficace è farlo a mano: in questo modo le probabilità che la pianta attecchisca e cresca aumentano moltissimo rispetto ai risultati che si ottengono con le seeds bombs, le bombe di semi lanciate da un aereo che al momento sono il secondo metodo più usato. D’altro canto il processo manuale è molto lento e non può stare al passo con i ritmi della deforestazione, nemmeno ora che in diversi paesi è rallentata considerevolmente (Brasile: -80% rispetto al 2004).

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Attuale distribuzione delle foreste, fonte: NASA Earth Observatory

 Lauren Fletcher, ex ingegnere nasa, ha pensato di applicare l’approccio su ampia scala della deforestazione alla ri-forestazione, utilizzando droni. Lo so cosa state pensando: i droni ormai sono la panacea per tutti i mali, quale che siano il problema e il settore, presto o tardi arriva qualcuno che si propone di risolvere la situazione con robottini volanti.

I droni di BioCarbon Engineering (*) hanno però attirato moltissima attenzione, arrivando alle semi finali del Drones for Good 2015 a Dubai (ebbene sì, una competizione dedicata alle “droniche” forze del bene), vincendo la Skoll Venture Award e la Hello Tomorrow 2015, entrambe competizioni per start up innovative dall’impatto positivo.

I droni di Fletcher sono programmati per sorvolare la zona valutando il potenziale di ri-forestazione, il tipo di suolo e le caratteristiche topografiche, e stabilendo quindi lo schema migliore per “piantare” gli alberi. Dopo di che lasciano cadere capsule che contengono un seme già germinato e un gel a base acquosa ricco di nutrienti per facilitarne la crescita.

Secondo le stime di Fletcher due persone con a disposizione più droni potrebbero piantare da sole 36.000 alberi al giorno, con un risparmio dell’85% rispetto al metodo tradizionale e in modo enormemente più rapido, se si considera una media di 3.000 semi al giorno distribuiti manualmente.

Il progetto ha senza dubbio molte potenzialità: permette di rimboscare zone impervie o difficilmente raggiungibili, con più efficacia del seed bombing e più efficienza dell’operazione manuale.

Ma come molte altre buone idee, potrebbe esaurirsi nelle aspettative: ad oggi è impossibile trovare informazioni aggiornate sul procedere della produzione e sui test. Le ultime notizie prevedevano il primo tentativo per l’autunno 2015, ma niente è arrivato ai media, sebbene negli ultimi mesi la BioCarbon Engineering sia stata oggetto di migliaia di articoli – e non è un’iperbole.

Non resta che aspettare e sperare che non finisca tutto in niente. E se un giorno vedrete un robot volante intento a bombardare il suolo non preoccupatevi, sta salvando il pianeta.

Gaia Cacciabue

(*)http://www.biocarbonengineering.com

 

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