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TERZO SETTORE. COME EVOLVE IN “IMPACT INVESTING”

NOPROFIT

Terzo Settore, non solo ”Non-Profit” ma anche “Impact Investing”

 

Il Terzo Settore si differenzia dal Primo, lo Stato, che eroga beni e servizi pubblici, e dal Secondo, il mercato o settore “for profit”, che produce beni privati, e va a colmare quell’area tra Stato e Mercato nella quale si offrono servizi, si scambiano beni relazionali, si forniscono risposte a bisogni personali o a categorie deboli secondo approcci che non sono originariamente connotati dagli strumenti tipici del mercato, né da puro assistenzialismo pubblico.

Il tema centrale attorno al quale si muove questo sempre più ampio settore è definibile come “Sussidiarietà”:

dove la mano pubblica non riesce ad intervenire (per carenza di risorse, per una politica di riduzione della sfera pubblica, per incapacità gestionale, per disorganizzazione), le mani private del “buon samaritano” si incrociano e si “sporcano” per dare sollievo a situazione di bisogno e disagio, per intervenire in ambiti non considerati dalla mano pubblica, per sovvenire ad emergenze temporali dove l’immediatezza dell’intervento e la vicinanza al luogo ed alla situazione di emergenza sono più facilmente affrontabili dal “buon samaritano”.

Nel Terzo Settore vi sono numerosi soggetti attivi come formazioni sociali intermedie. Parliamo di istituzioni che non sono riconducibili né al settore pubblico né a a quello privato: ma soggetti organizzativi di natura privata volti a produrre beni e servizi di pubblica utilità. Negli ultimi vent’anni, in Italia così come in Europa, assistiamo ad un risveglio della società civile organizzata e allo sviluppo del Terzo Settore, a seguito di importanti processi di trasformazione sociale, politica e culturale. La crisi del “welfare state” ha costretto gli Stati e le società dei Paesi cosiddetti avanzati a rivedere priorità e modalità di erogazione dei servizi sociali. Il settore delle imprese ha subito e continua a subire trasformazioni. La Pubblica Amministrazione si snellisce. Il mondo del “non profit” cresce e si diversifica.

Diverse per struttura organizzativa – associazioni riconosciute e non riconosciute, fondazioni, comitati – e natura giuridica – cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, società di mutuo soccorso, imprese sociali e Onlus – le realtà del Terzo Settore hanno in comune alcune caratteristiche fondamentali, tra le quali l’assenza di scopo di lucro, che si traduce nell’obbligo di reinvestire gli utili nelle attività istituzionali, e la natura giuridica privata. Operano in numerosi settori: assistenza sociale, sanità, cultura, sport, cooperazione internazionale, istruzione e ricerca, ambiente, sviluppo economico e sociale, promozione e formazione religiosa, promozione del volontariato.

Lo sviluppo del settore “non profit” ha determinato nel tempo una sempre maggiore professionalizzazione del capitale umano impiegato e una progressiva tendenza a garantirne la stabilizzazione a livello contrattuale, seppur la vera ricchezza del settore non profit è costituita dalla forza lavoro volontaria (personale non retribuito).

Un ruolo significativo è quello dell’ “Impact Investing”, che prevede l’intervento di capitali privati (ad esempio nella forma di “Venture Capital” dedicato), che si realizza investendo capitali di rischio in start up o in giovani aziende che svolgano un’attività economicamente sostenibile e che abbiano l’obiettivo – intrinseco nel proprio modello di business – di creare un impatto sociale positivo.

La prima attività che ha promosso l’ ”Impact Investing” nel mondo è stata la Microfinanza nei Paesi in Via di Sviluppo. Questa attività si è sviluppata lentamente a partire dagli anni Novanta, sino a diventare un settore importante, profittevole e con un evidente impatto sociale positivo. Successivamente, l’”Impact Investing” si è allargato ad altre aree – quali ad esempio l’Educazione, la Sanità ed i Servizi alla persona – con l’obiettivo di rendere accessibili alle fasce economicamente più deboli della popolazione prestazioni e servizi che il Settore Pubblico di quei paesi non fornisce, e che gli operatori privati erogano a prezzi troppo elevati.

L’ “Impact Investing” nei Paesi più sviluppati ha una storia ancora più breve e caratteristiche meno definite, perché con questo termine si intendono investimenti realizzati in settori molto diversi tra loro (si va dall’ambiente, al sociale, alla sharing economy) e con modalità operative e livelli di coinvolgimento operativo che variano molto da operatore a operatore.

Un po’ di storia italiana …

Nel maggio 2014, il Governo ha predisposto le Linee guida per una riforma del Terzo settore formulando i criteri per una revisione organica della legislazione riguardante il volontariato, la cooperazione sociale, l’associazionismo non-profit, le fondazioni e le imprese sociali. Dal 13 maggio al 13 giugno 2014, il Governo ha aperto una consultazione pubblica sulle Linee guida, per confrontarsi con le opinioni degli attori del Terzo settore e dei cittadini sostenitori o utenti finali degli enti del non-profit, di cui sono stati resi pubblici i risultati definitivi nel settembre 2014; in seguito, il Consiglio dei Ministri, il 10 luglio 2014, ha approvato un disegno di legge delega per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale. Obbiettivo del provvedimento è, da un lato, quello di introdurre misure per la costruzione di un sistema che favorisca la partecipazione attiva e responsabile delle persone, singolarmente o in forma associata, per valorizzare il potenziale di crescita e occupazione insito nell’economia sociale e nelle attività svolte dal settore, anche attraverso il riordino e l’armonizzazione di incentivi e strumenti di sostegno; dall’altro quello di uniformare e coordinare la disciplina della materia caratterizzata da un quadro normativo non omogeneo e non più adeguato alle mutate esigenze della società civile.

Il disegno di legge, esaminato, in sede referente, dalla XII Commissione affari sociali, è stato approvato dalla Camera dei deputati il 9 aprile 2016 ed è attualmente all’esame del Senato.

Terzo settore. Tra le principali novità vi è la definizione di Terzo settore (art. 1), molto più ampia rispetto a quella arrivata dalla Camera; essa comprende «il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale». Vengono poste fuori da questo recinto associazioni politiche, sindacati, associazioni professionali e fondazioni bancarie. Anche le operazioni ammesse sono più numerose, perché alle associazioni è consentito promuovere e realizzare «attività di interesse generale, mediante forme di azione volontaria e gratuita, di mutualità o di produzione o di scambio di beni o servizi». Il governo ha il compito di semplificare il procedimento di riconoscimento della personalità giuridica, «nonché prevedere obblighi di trasparenza e informazione» anche attraverso forme di pubblicità dei bilanci (art. 3).

Volontariato. Il riconoscimento della specificità del lavoro volontario (art. 5) è uno dei punti fermi raggiunti in commissione. Le questioni da considerare includono le tutele dello ‘status’ di volontario, quelle delle «organizzazioni di soli volontari, anche operanti nella protezione civile. Viene superato il sistema degli osservatori nazionali per il volontariato, prevedendo al loro posto il Consiglio nazionale di Terzo settore come «unico organismo unitario di consultazione degli enti. Infine, altre novità riguardano anche i Centri di servizio per il volontariato, che nella nuova versione possono essere promossi da tutte le realtà del Terzo settore e erogare servizi a tutti, anche se la governance deve essere gestita dalle sole realtà di volontariato.

Impresa sociale. Su questo tema le modifiche del Senato hanno riguardato soprattutto le attività svolte dall’impresa sociale (art. 6), non prevedendo più «l’ampliamento dei settori », ma la semplice «individuazione dei settori in cui può essere svolta l’attività d’impresa». Sparisce poi anche la «ripartizione degli utili», sostituita da un mandato al governo per prevedere «forme di remunerazione del capitale sociale» che assicurino la destinazione degli utili alle attività stabilite in statuto.

Servizio civile. Sarà universale, riguarderà i giovani dai 18 ai 28 anni, italiani e stranieri regolarmente soggiornanti. Nel nuovo testo, entrano i giovani stranieri regolarmente soggiornanti e il riferimento alla «difesa non armata della patria»: due punti sui quali si è dibattuto a lungo nell’ultimo biennio. Chiarite anche le competenze tra Stato ed enti locali, come pure la gestione e la valutazione dell’attività degli enti accreditati.

Fondazione Italia Sociale. Tolto in extremis l’emendamento del governo (art. 9bis) che istituiva una fondazione – una sorta di agenzia ribattezzata subito ‘Iri del Sociale’ – capace di attirare le donazioni di imprese e cittadini. Una proposta che ora il governo ha ripresentato, rivista, in Aula, lasciando il finanziamento pubblico iniziale di un milione di euro.

Il Terzo Settore nel mondo …

I risultati di uno studio comparativo (Salamon, Sokolowski, List 2003), effettuato tra il 1995 e il 1998 dalla Johns Hopkins University su 35 Paesi (industrializzati, in via di sviluppo e in transizione), mostrano che il totale delle spese del Terzo Settore. aggregato rappresenta il 5,1% del PIL dei 35 Paesi, mentre la sua forza lavoro copre il 4,4% della popolazione economicamente attiva, con 39,5 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno (FTE, Full Time Equivalent), dei quali 22,7 milioni remunerati (57,5%) e 16,8 milioni volontari (42,5%). Il numero complessivo dei volontari (a tempo pieno o parziale) raggiunge i 190 milioni (circa il 20% della popolazione adulta). La distribuzione della forza lavoro in base al campo di attività per 32 Paesi è la seguente: 23% nell’istruzione, 19% nei servizi sociali, 19% nella cultura, 14% nella sanità, 8% nello sviluppo, e il restante 17% disperso in campi minori. Ben il 63,3% di questa forza lavoro fornisce beni e servizi materiali, il 32,4% offre invece consulenze e servizi immateriali (difesa dei diritti, promozione di idee ecc.), e il restante 4,3% si distribuisce tra l’attività delle fondazioni, della cooperazione con l’estero e altro. L’attività del Terzo Settore viene finanziata per il 53,4% attraverso tariffe, per il 34,9% attraverso sussidi o acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche, e per il rimanente 11,7% attraverso libere donazioni di cittadini e istituzioni private.

Considerando i Paesi aggregati per aree geografico-culturali, si osserva come la dimensione del Terzo Settore. a livello globale sia correlata positivamente con il grado di industrializzazione dei Paesi considerati. Gli occupati equivalenti a tempo pieno (FTE totali) dei Paesi in via di sviluppo e in transizione, per es., sono appena l’1,9% della popolazione attiva, contro l’8,2 dei Paesi anglosassoni. Un altro aspetto interessante è il tipo di finanziamento. Tra i Paesi industrializzati, l’area asiatica si finanzia molto di più attraverso le tariffe (61,8%) che attraverso i sussidi e i contratti con le amministrazioni pubbliche (34,8%). Seguono da vicino, per livello delle tariffe, i Paesi scandinavi (59,4%) e quelli anglosassoni (54,6%). La relazione si inverte, invece, nel caso dei Paesi dell’Europa continentale; in questi infatti le tariffe coprono il 35,4% del finanziamento totale e i sussidi e i contratti con le amministrazioni pubbliche il 57,6%. Questi dati indicano che nella tradizione dell’Europa continentale il Terzo Settore si delinea come un soggetto meno indipendente dal settore pubblico e anche meno orientato al mercato rispetto agli altri Paesi avanzati, dove sembra prevalere un modello più imprenditoriale. Differenze poco significative emergono nella quota di finanziamento derivante dalle donazioni, che si attesta su una media dell’11,7%; uniche notevoli differenze quella dei Paesi in via di sviluppo e in transizione, che presentano una quota molto alta (16,1%), e quella dei Paesi asiatici industrializzati, che ne hanno una molto bassa (3,5%). In questo quadro l’Italia presenta un’alta incidenza della forza lavoro del Terzo Settore sul totale della popolazione economicamente attiva (8,5%), con un sostanziale equilibrio tra finanziamento privato (44,6%) e pubblico (46,7%), e con donazioni in linea con la media dei Paesi industrializzati non asiatici. Il primo censimento delle istituzioni non-profit per l’Italia (ISTAT 2001) mostra che le organizzazioni del Terzo Settore attive nel 1999 erano 221.412 (ca. 40 ogni 10.000 ab.), con una distribuzione territoriale disomogenea (51,1% nel Nord, 21,2% nel Centro e 27,7% nel Sud). Il valore aggiunto del Terzo Settore. era pari a circa il 2% del PIL italiano, anche se gli studi hanno mostrato che, se riferita soltanto al settore sociale, tale quota cresce fino a raggiungere percentuali più elevate.

 

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