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Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

In ITALIA la vera diseguaglianza è quella contro i giovani: 4 rimedi (no bonus, grazie)

 

 

Il problema più rilevante delle diseguaglianze in Italia è quello a danno dei giovani. E’ questa l’amarissima lezione del rapporto annuale 2016 dell’Istat, rilasciato venerdì scorso. E per riequilibrare la bilancia occorrerebbero diversi mutamenti di fondo. Anzi. Bisognerebbe proprio che la politica nazionale facesse una scelta strategica completamente diversa, rispetto a quelle che dominano l’agenda pubblica economica nazionale. Essa è oggi tutta concentrata sulla sostenibilità della finanza pubblica a breve, sulle frazioni di punto di PIL di più deficit concessici dall’Europa, su quali bonus a questi e quelli, decisi discrezionalmente dalla politica sotto elezioni e referendum. E’ tutto al contrario, che bisognerebbe procedere. Poiché l’ingiustizia tra generazioni determina conseguenze sempre più disastrose nel lungo periodo, la politica dovrebbe anteporre a tutto scelte di pungo periodo invece di pensare ai sondaggi a breve. Come dite? Pensate sia impossibile? Bene, allora però bisogna saperlo: andremo a sbattere, è assolutamente certo.

Ricordiamo almeno qualcuno dei dati Istat che descrivono l’inferno giovanile in Italia. Il 70,1% dei maschi tra i 25 e i 29 anni e il 54,7% delle loro coetanee vive ancora in famiglia nel 2015, per mancanza di reddito. Il tasso di occupazione italiano nel 2015 è stato del 56,3%, rispetto a una media UE del 65,6%. Ma il punto è che malgrado Jobs Act e massiccia decontribuzione alle imprese per i nuovi contratti, gli occupati giovani non salgono ma scendono. Quelli tra i 15 e i 34 anni di età erano a fine 2015 solo 39,2% in Italia, rispetto a una media europea del 55,7%, mentre quelli 35-49enni da noi sono il 71,9% rispetto a 80,2% in Ue, e tra gli over 50enni italiani il 56,3% sono occupati, rispetto al 61,8% europeo. Si registrano in Italia tra i 15 e i 29enni oltre 2,3 milioni di individui non occupati e non in formazione (i famosi-famigerati NEET), e il 96% tra loro ha tra i 18- e i 29 anni.

Queste terrificanti statistiche hanno puntuale conferma nei dati sull’andamento del reddito e della ricchezza per coorti di età, rilevati dalla Banca d’Italia. Fatto pari a 100 il reddito medio equivalente del 1995, quello degli italiani ultra 64enni a fine 2014 era salito a 117, quello della fascia tra 19 e 34 anni era sceso a 88. Sempre fatto pari a 100 lo stock di ricchezza media (mobiliare e immobiliare, al netto delle passività finanziarie) del 1995, a fine 2014 per età del capofamiglia essa era salita da 100 a 160 in caso di ultra 65enni, mentre è scesa da 100 a 40 (sì, non è un errore di battitura) per chi ha tra i 19 e i 34 anni.

In sintesi estrema, questo è ciò che riserviamo ai giovani. Ingresso tardivissimo sul mercato del lavoro. Inizio ad età avanzata di regolarità contributiva previdenziale. Possibilità decrescente di vivere in proprio, e tanto meno di dedicarsi a un progetto-famiglia con casa e figli. Reddito bassissimo, di patrimonio poi meglio non parlarne (tranne quello eventualmente ereditato). Altissimo tasso di dipendenza dalle reti d’integrazione familiare, in presenza di un forte coefficiente tendenziale d’invecchiamento medio di genitori e nonni. Conseguenze di medio-lungo periodo: alta e persistente inoccupazione giovanile; bassi consumi nella coorte d’età che ha la più alta propensione a farlo sul reddito disponibile, rispetto agli anziani; squilibrio crescente dei conti previdenziali, visto che il nostro resta un sistema a ripartizione, cioè chiediamo ai giovani che lavorano tardi e con contratti a tempo di pagare le pensioni retributive in essere di milioni di italiani più anziani, quelle pensioni che i giovani mai matureranno e che, col sistema contributivo, saranno in ogni caso assai più basse di quelle che coi loro contributi fanno pagare oggi ogni mese; demografia sempre più compromessa, e di conseguenza crescente bisogno di immigrati – con tutti i problemi connessi – per sostenere i conti di lungo periodo del welfare italiano, cioè l’equilibrio tra gettito di imposte e contribuiti da una parte e prestazioni dall’altra (in ovvia crescita, con l’invecchiamento dell’età media della popolazione).

Il combinato disposto di tutti questi fattori concomitanti rende l’Italia oggi un paese nel quale per i giovani l’ascensore sociale sperimentato dalle generazioni precedenti nel proprio arco vitale tende invece a non funzionare. L’effetto di trasmissione del reddito dei padri a quello dei figli – i figli dei ricchi restano ricchi, i figli dei poveri restano poveri – è significativamente più elevato oggi in Italia che in Francia, Danimarca, Spagna, e in ambito europeo solo nel Regno Unito è più forte che da noi (cfr. Figura 5-11 a pag 216 del rapporto Istat). Se questo è il (terribile) quadro di fronte a noi, cerchiamo allora di individuare almeno alcuni, dei “cambi di prospettiva” che bisognerebbe realizzare. Nessuno di questi  si determina attraverso bonus discrezionali a tempo, servono misure universali e di lungo periodo.

Scuola. I milioni di disoccupati e NEET giovani non si spiegano solo per la crisi e la carente offerta di lavoro. C’è un problema gigantesco in Italia, dovuto al fatto che scuola e università pubbliche continuano a non fornire le skills oggi richieste dal mix delle specializzazioni dell’economia italiana: secondo diversi studi empirici quasi il 40% degli inoccupati giovani (tra chi cerca attivamente lavoro) e dei NEET che né più studiano né cercano lavoro, si spiega infatti col fatto che i loro diplomi e lauree valgono praticamente nulla agli occhi delle imprese. E di ciò rappresenta un gap ancora più serio in un paese che ha la seconda manifattura in Europa dopo quella tedesca, e che quindi ha bisogno di tecnici preparati già alla fine del ciclo secondario. Purtroppo, la riforma della Buona Scuola ha sì avviato a soluzione il precariato dei docenti nella scuola, ma non ha minimamente affrontato con serietà il riorientamento del ciclo secondario, terziario e post terziario secondo il modello “duale” tedesco, che attribuisce alla formazione professionalizzante – decisa insieme alle imprese, che la finanziano – uno scopo pariteticamente “degno” rispetto a quello di una formazione meramente accademica. Anzi, in Italia il più dei docenti trasmette agli studenti una sacrale contrarietà a tale scelta: “fuori le aziende dalla scuola pubblica” è il mantra autolesionista che ancora domina.

Lavoro. Politica e sindacati maggioritariamente pensano oggi che solo prepensionando gli anziani, rispetto ai tetti di vecchiaia stabiliti dalle legge Fornero, daremo più occupazione ai giovani. E’ un errore: non c’è nessun dato che confermi tale impostazione. Lo stessa relazione Istat che abbiamo citato all’inizio dedica un capitolo intero allo studio della questione (pagg 131-137), e conclude che la diversità delle skills tra aspiranti lavoratori giovani e disoccupati over 50enni già formati spinge le aziende comunque ad assumere i secondi e non i giovani, in caso di prepensionamenti. La staffetta generazionale è un’illusione. Come del resto si desume dal fatto che la stragrande maggioranza dei 186 mila occupati aggiuntivi in Italia nel 2015 grazie alla decontribuzione massiccia alle imprese si è concentrata nella fascia over50, mentre gli occupati giovani sono diminuiti. Aumentando le coorti dei prepensionati, crescerà invece l’onere sulle spalle dei più giovani che ogni mese ne pagheranno le pensioni, prima del tempo. Servirebbe molto più una diversa scelta, per sgravare e non aggravare ciò che lo Stato chiede ai giovani, quando e se iniziano a lavorare.

Fisco. Ecco la scelta strategica: per dare più reddito disponibile ai giovani bisogna rimettere mano a uno dei caposaldi del nostro ordinamento fiscale. Da decenni abbiamo adottato la progressività rispetto al reddito. Bisogna invece riscriverla rispetto all’età. In altre parole, a parità di reddito realizzato, ai giovani chiedere aliquote tributarie e contributive più basse rispetto ai lavoratori che vantano maggiore età contributiva. Per far salire invece le aliquote col tempo, man mano che l’anzianità contributiva di ciascuno si eleva. In termini attuariali, ogni cittadino italiano pagherebbe allo Stato la stessa cifra nel percorso vitate: ma da subito ai giovani resterebbero più soldi in tasca, cioè raddrizzeremmo quei terrificanti dati su reddito e patrimonio rilevati da Bankitalia e che abbiamo ricordato prima. Avrà mai la politica la forza per una simile scelta, visto che metà e più degli elettori potenziali (cioè quelli che in media nelle ultime occasioni si sono recati alle urne, pesati per coorte anagrafica) ha più di 50 anni? Rispondetevi da soli, non si tratta di essere pessimisti..

Credito. Non pesano solo fattori “pubblici”: un freno enorme è anche rappresentato dal fatto che il sistema bancario italiano a propria volta frena le possibilità dei più giovani. Afflitto com’è da bassa patrimonializzazione e da una mole schiacciante di crediti deteriorati, tranne poche iniziative per lo più propagandistiche il sistema bancario non ha affatto avviato massicci programmi di “rating ad hoc “ per la concessione di credito ai giovani. Ovviamente, non significa dare denaro automaticamente a chi ha meno anni: le banche non sono la san Vincenzo. Significa invece per esempio: munirsi di un sistema che pesi il valore reale attribuito dalle imprese a percorsi formativi in questo quell’indirizzo e in questa o quella Università (il valore legale del titolo di studio è una finzione in Italia come l’obbligatorietà dell’azione penale: il mercato distingue benissimo tra uno stesso indirizzo d’ingegneria conseguito al Politecnico di Milano e Torino rispetto ad altre facoltà italiane..), per concedere credito a universitari da ripagare con orizzonti temporali e rate solo a occupazione avvenuta (e qui fanno testo le medie retributive che, appunto, le Università dovrebbero rilevare e in alcuni casi lo fanno, insieme alle percentuali di occupati a distanza di anni dal diploma…). Significa inoltre: mutui a condizioni distinte per coorte anagrafica di nascita, finanziamenti a startup giovanili a minor copertura effettuata attraverso invece garanzie reali. E via continuando.

Certo, aiuterebbe infine un’ultima cosa. Invece di chiedere di più a uno Stato che con le sue regole attuali offre loro l’inferno, i giovani potrebbero decidere di provare a disintermediare l’attuale offerta politica e organizzarsi in proprio. Un bel “partito della giustizia tra generazioni” scuoterebbe la politica molto più di tutto il resto e di considerazioni in punta di dati e analisi, temo.

 

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1 Commento su Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

  1. Molto rumore per nulla. In Italia una azienda che vuole mettere un euro in tasca ad un dipendente finisce con lo spenderne almeno 2. E sull’euro percepito, il miserabile dipendente dovrà poi pagare Iva (di cui è l’unico destinatario) accise (mica le scarica) et similia.

    Se l’obiettivo è il suicidio, il nostro cuneo fiscale applicato ai dipendenti è una scelta eccellente: ancora un po e siamo a pezzi. Se vogliamo sopravvivere, allora dovremo semplicemente spostare un po di tasse dalle tasche vuote a quelle piene. Immagino che non lo faremo.

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