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#IlGraffio: Si può credere ai “target price”?

 

Nei loro report sui titoli azionari, gli analisti delle case di investimento indicano il “target price”, cioè il prezzo-obiettivo che il titolo potrà raggiungere in un prossimo futuro sulla base dei piani industriali preparati dalla società e dello scenario macro-economico e settoriale. Ma quanto è affidabile questo indicatore?

Si può credere ai target price?

Analizziamo una situazione concreta, di cui si è parlato ampiamente in queste settimane: il dossier RCS.

A fronte di una OPS (offerta di scambio azionario) avanzata da Cairo Communications su RCS, è stata annunciata una contro-OPA da un pool di investitori (InvestIndustrial di Bonomi, Mediobanca, Della Valle, UnipolSai). Il CdA di RCS ha dichiarato non adeguata l’offerta di Cairo perché non allineata con il “target price” del titolo RCS, che il “consensus” degli analisti indica a 0,81 euro per azione. L’effettiva quotazione del titolo RCS ante-OPS però era di 0,408 euro per azione al 7 aprile 2016. (Ci asteniamo da ogni valutazione o considerazione su OPS e contro-OPA, non avendone titolo e merito.)

L’andamento del titolo RCS  nel tempo

Un po’ di storia non fa male, a saperla recuperare: partiamo dall’andamento del titolo che nei 5 anni trascorsi ha avuto un massimo a 7,367 euro per azione il 6 settembre 2012 e un minimo a 0,4713 euro il 31 marzo 2014; nei 12 mesi passati, il massimo è stato 1,243 euro il 21 marzo 2014.

Gli analisti di Equita, in un report datato 17 marzo 2014, hanno assegnato al titolo RCS il giudizio“Buy” con un “target price” di 2,1 euro, rilevando l’impatto del taglio dei costi per 220 milioni previsto dal management. Kepler dal canto suo, il 2 agosto 2013 ha classificato “Hold” l’azione, con un “target price” di 1,38 euro nella convinzione che il taglio dei costi avrebbe dato i suoi frutti in tempi più rapidi del previsto. Ancor prima, Deutsche Bank ha emesso un “Buy” con un “target price” di 1,30 euro, sempre nella convinzione di un nuovo taglio dei costi da parte della società.

Il bilancio

Nei 5 anni trascorsi, la società ha effettuato alcuni aumenti di capitale, ma nonostante l’afflusso di mezzi freschi ha complessivamente “bruciato” circa 1.300 milioni di euro: il “cost cutting” atteso non si è sostanziato, nonostante la vendita della divisione Libri (i cui effetti sul conto economico di RCS si dispiegheranno solo nel 2016) e dello stabile storico di via Solferino a Milano. E le perdite sono continuate: nel 2015 a fronte di ricavi per 1.065 milioni l’EBITDA è stato di 16,4 milioni ed il risultato netto è stato una perdita di 175,7 milioni; il debito a fine 2015 era di 436,7 milioni, contro un patrimonio netto di 105,2 milioni (tutti dati tratti dal sito di Borsa Italiana).

Molte promesse non mantenute

In sintesi: una società che non ha rispettato, nemmeno lontanamente, gli obiettivi dichiarati e reiterati; piani industriali presentati alla comunità finanziaria che sempre indicavano “sorti migliori e progressive”; analisti che sempre hanno “assecondato e comprato” tali piani presentati dal management; investitori privati (che complessivamente possiedono circa il 38% delle azioni RCS, mentre il restante è stato sinora in “mani solide ed amiche”) che hanno sottoscritto azioni sulla base delle previsioni (rivelatesi assai e troppo ottimistiche, dopo pochissimo tempo). Il tutto, in uno scenario di mercato che, pur essendo difficile, non è stato “dirompente” e tale da essere considerato “straordinario” o non prevedibile.

Si può fare di ogni erba un fascio?

Astrarre dal particolare al generale è sempre fuorviante, ma l’esperienza di RCS degli ultimi anni fa apparire facile la risposta alla domanda iniziale (“si può credere ai target price?”): un sonoro “no”.

Certo, gli analisti hanno accesso a dati ed informazioni pubbliche, ai “road show” organizzati dalle singole società, alle “conference call” tenute dal management delle singole società che dispensano “slides” multicolori con numeri sempre belli e brillanti, ad incontri “one-to-one”, tutte belle cose che al singolo investitore privato sono negate. Ebbene, allora sembra emergere una situazione ove forse gli analisti farebbero bene a tornare sui banchi di scuola (secondaria) e studiare i “basics” della materia, il management a conoscere le società che guidano, i consigli di amministrazione a valutare con tempestività le azioni del management, gli azionisti “pesanti” a smetterla di considerare le società possedute come “terreno esclusivo di caccia al piccione”; e gli azionisti privati a ben considerare se, ancora in volta, vogliono o no essere i soliti “piccioni”.

Corrado Griffa

Corrado Griffa

Classe 1955, laurea in Giurisprudenza all’Università di Torino, master in direzione aziendale alla SDA Bocconi, corsi di perfezionamento alla Harvard Business School. Trentennale esperienza professionale nella finanza bancaria (Citigroup, JPMorgan, Merrill Lynch), finanza di impresa (Finanza Straordinaria Fiat holding, CFO Saiag Comital), consulenza strategica (partner Gea); ha costituito Griffa & Associati, che si occupa di operazioni societarie: fusioni, acquisizioni, M&A, ristrutturazioni industriali e finanziarie. Appassionato di montagna e di mare, lettore di saggi di storia ed economia, dilettante ai fornelli con grande soddisfazione dei figli (azionisti di maggioranza) ed amici. Chief editor del think tank ItaliAperta, collabora a Smartweek.it con la sua “una tazzina di caffè…”: gusto forte e concentrato, ogni mattina

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