TTIP AL ROUND FINALE. TUTTO BENE O TUTTO MALE?

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TTIP TRA ACCORDI STATALI E DISACCORDI PRIVATI (1)

 

Tpp o Ttip? Attenzione alle sigle, segnalano una sfasatura nei tempi e nei dibattiti. In America al momento si parla del primo: Trans Pacific Partnership. Riguarda i paesi dell’Asia-Pacifico, con i due pesi massimi che sono Stati Uniti e Giappone, ma senza la Cina. È il primo in dirittura di arrivo. Per il Tpp Obama ha già ottenuto al Congresso il “fasttrack“: la corsìa veloce che consente un’approvazione rapida perché i parlamentari possono votare solo sì o no all’intero pacchetto, senza emendamenti su singoli aspetti.

Il trattato che interessa gli europei è in seconda posizione nella tabella di marcia, si chiama Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip). Che cos’hanno in comune Ttip e Tpp? Tre cose importanti.

Anzitutto si tratta della prima revisione generale delle regole della globalizzazione dal lontano 1999 (creazione della World Trade Organization, l’arbitro del commercio mondiale), cui poi seguì nel dicembre 2001 la dirompente adesione della Cina.

 Secondo: questi due nuovi trattati riuniscono paesi abbastanza simili tra loro per livelli di sviluppo e garanzie di diritti (Usa, Giappone, Ue) mentre non includono i Brics (Brasile Russia India Cina Sudafrica).

Terzo: la nuova tappa delle liberalizzazioni cerca di smantellare i protezionismi occulti, fatti di barriere non-tariffarie, perché i tradizionali dazi doganali sono già scesi molto.

Il Ttip riguarda 850 milioni di abitanti fra il Nordamerica e l’Europa, che insieme rappresentano il 45% del Pil mondiale. Il commercio transatlantico che verrebbe influenzato dalle nuove regole, in settori come le commesse, opere pubbliche, servizi, supera i 500 miliardi di euro all’anno. I soli investimenti diretti dagli Usa in Europa superano i 320 miliardi, quelli europei negli Stati Uniti sono un po’ più della metà. Siamo quindi nel cuore della globalizzazione “avanzata”, quella che unisce tra loro paesi ricchi. E tuttavia si è fatta strada nel Vecchio continente l’idea, non del tutto infondata, che siano gli europei a godere oggi delle regole più avanzate in materia di salute, protezione del consumatore, qualità dei servizi pubblici.

Il trattato Ttip è costituito da 24 capitoli, divisi in tre parti, che riguardano accesso al mercato, cooperazione in campo normativo e norme. In sostanza, l’obiettivo generale è quello di abbattere le barriere doganali e aprire il mercato attraverso un’armonizzazione delle norme in vari settori: si va dalle merci agli appalti pubblici, dagli investimenti all’energia, dalla concorrenza alla proprietà intellettuale, dalle medicine ai pesticidi. E tante altre voci.

Le obiezioni al Ttip si concentrano su due aspetti. Da un lato si teme che sia il cavallo di Troia per introdurre nei supermercati e sulle tavole degli europei gli organismi geneticamente modificati, la carne agli ormoni, o altri tabù del salutismo. Ma questo problema è già risolto: l’Unione europea ha stabilito che non rinuncerà al suo “principio di precauzione”; sugli ogm resta perfino il diritto dei singoli Stati membri dell’Unione di vietarli se lo ritengono necessario. L’altro tema scottante è la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per annullare provvedimenti considerati discriminatori. Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi. Ne parleremo in seguito.

Le stime sui benefici di questa globalizzazione 2.0 indicano un aumento dello 0,5% del Pil europeo (che di questi tempi non è poco) grazie all’abbattimento delle “barriere invisibili” che ostacolano le imprese. Ma in passato le previsioni sui benefici del Nafta o del mercato unico europeo peccarono sistematicamente per eccesso di ottimismo. Addirittura, secondo alcuni il Trattato impoverirebbe l’Italia: a rischio ci sarebbero 1,3 milioni di posti di lavoro con un calo del 30-40% di scambi di prodotti a danno soprattutto delle Pmi. Numeri che vengono tratti dall’esempio dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico: in 12 anni gli Usa hanno perso un milione di posti di lavoro, anziché crearne migliaia di nuovi. Le aziende, infatti, hanno preferito spostarsi verso il Messico dove tutele e diritti – e di conseguenza costi – sono inferiori rispetto agli Stati Uniti.

I negoziatori parlano soprattutto di regole per arrivare a una serie di standard uniformi che vengano universalmente riconosciuti sulle due sponde dell’Atlantico. Sul tavolo, però, ci sono anche temi come l’accesso alle commesse pubbliche in molti settori, la definizione di nuovi e più ambiziosi standard in alcuni settori industriali e nei servizi.

Le Carte del Ttip, trapelate alla stampa attraverso Greenpeace Olanda, offrono una visione inquietante dei meccanismi internazionali di commercio. Ma sarebbe sbagliato leggere gli aspetti più discutibili delle normative in discussione usando una chiave ideologica fuori tempo massimo, cioè vedendoli come residui della volontà imperiale americana decisa a imporre l’interesse delle sue corporation di fronte a un’Europa bene intenzionata ma debole e ricattabile. Ma la mancanza assoluta di trasparenza in questo negoziato fa capire molto bene che le decisioni da prendere sono tutt’altro che inoffensive.

SCAMBIUEUSA

 

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