TTIP AL ROUND FINALE. TUTTO BENE O TUTTO MALE? (2)

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TTIP TRA ACCORDI STATALI E DISACCORDI PRIVATI (2)

Il problema più ricorrente nel commercio dei beni e dei servizi è sempre lo stesso: la mancanza di standard procedurali comuni costringe – di fatto – chi esporta a rispettare due diverse procedure, con un aggravio in termini di tempo e costi. Si calcola che i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti ai prodotti europei siano pari all’1,2%, mentre le barriere non tariffarie comportino un peso addizionale di circa il 19%. Con settori, come quello dell’auto, che arrivano a punte del 25%, quando i beni dagli Usa arrivano in Europa.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
EXPORT IMPORT SALDO
(euro) (euro) (euro)
PRODOTTI ALIMENTARI, BEVANDE E TABACCO 2.796.619.091 289.717.621 2.506.901.470
di cui:
Carne lavorata e conservata e prodotti a base di carne 76.495.495 43.417.216 33.078.279
Pesce, crostacei e molluschi lavorati e conservati 7.060.388 20.458.894 -13.398.506
Frutta e ortaggi lavorati e conservati 140.088.240 60.502.823 79.585.417
Oli e grassi vegetali e animali 425.694.138 72.086.138 353.608.000
Prodotti delle industrie lattiero-casearie 245.907.824 244.456 245.663.368
Granaglie, amidi e di prodotti amidacei 29.718.219 826.808 28.891.411
Prodotti da forno e farinacei 252.253.604 1.533.804 250.719.800
Altri prodotti alimentari (zucchero, cioccolata, spezie) 286.831.511 13.539.071 273.292.440
Prodotti per l’alimentazione degli animali 4.979.700 8.511.135 -3.531.435
Bevande 1.327.267.713 68.560.744 1.258.706.969
– di cui Vini di uve 1.077.732.505 46.420.144 1.031.312.361
– di cui Birra 12.770.383 1.163.700 11.606.683

Ad oggi comunque non possiamo prevedere le reali ricadute del trattato proprio perché la segretezza dei negoziati non ci aiuta a capire quali ne siano i reali contenuti.

Dai dati della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo in totale l’Italia esporta negli Stati Uniti merci per quasi 3 miliardi di euro, in gran parte cibi trasformati,  mentre acquista dagli Usa prodotti per 806 milioni, di cui circa i 2/3 riconducibili all’agricoltura. Nello specifico, il saldo è negativo per commodity come cereali e soia ed è ampiamente positivo per il vino (oltre 1 miliardo di saldo attivo), l’olio, i formaggi, la pasta.

Il commercio agricolo tra Italia e Stati Uniti
EXPORT IMPORT SALDO
(euro) (euro) (euro)
PRODOTTI AGRICOLI, SILVICOLI E DELLA PESCA 64.041.381 516.759.599 -452.718.218
di cui:
Prodotti di colture agricole non permanenti 17.887.796 267.072.859 -249.185.063
– di cui Cereali (escluso il riso), legumi da granella e semi oleosi 1.019.739 240.358.467 -239.338.728
Prodotti di colture permanenti 40.170.158 181.403.002 -140.232.844
– frutta in guscio 35.895.691 177.393.423 -140.497.732
Animali vivi e prodotti di origine animale 1.128.686 20.962.715 -19.834.029
Prodotti della pesca e dell’acquacoltura 1.249.311 35.332.253 -34.082.942

 

Tra i rischi dell’accordo ci sono le condizioni di partenza delle differenti agricolture, con la struttura di quella americana che per dimensioni aziendali e costi di produzione potrebbe surclassare, in condizioni di mercato aperto e senza protezioni, la produzione di materie prime europee.
I problemi suesposti relativi a carne, pollame ed altri alimenti viventi potrebbero essere “sterilizzati” dal principio di “precauzione” adottato in Europa. Quanto agli Ogm, è recente la dura reazione del governo Usa alla proposta di Bruxelles di nuove regole sull’import di Ogm nell’Ue, che lascia ai singoli Stati membri la possibilità di decidere se limitarne o proibirne l’uso sul proprio territorio.

Come detto sopra, la differenza sostanziale tra Europa e Stati Uniti sta nell’approccio al cibo (ed ai medicinali): nel Vecchio Continente vale il principio di precauzione. In pratica se esiste il dubbio che una sostanza possa nuocere all’uomo, viene bandita. Gli Stati Uniti, invece, ritengono che sia necessario provare in modo inconfutabile che il prodotto è nocivo per la salute prima di ritirarlo dal mercato, secondo il cosiddetto criterio “fondato sulla scienza”. Sarà forse un caso, ma i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie statunitensi (Centers for Disease Control and Prevention) calcolano che circa 48 milioni di persone ogni anno (1 americano su 6) sono colpite da “foodborne illness”, ossia patologie causate da alimenti non sicuri, che per circa 3000 persone hanno conseguenze letali. “Noi in Europa siamo abituati bene per quanto attiene alla sicurezza alimentare  e lo dobbiamo alla solida legislazione sviluppata a partire dal Libro bianco della Commissione europea per la sicurezza degli alimenti, che risale al 2000. Veniamo anche informati dei rischi emergenti nell’intero mercato unico grazie al Rasff (Rapid alert aystem for food and feed), il sistema europeo di allerta rapido su alimenti, mangimi e materiali a contatto che prevede il ritiro immediato dal mercato dei prodotti ritenuti pericolosi”

Ma se l’accordo dovesse passare e una grande azienda di carni americana trovasse ostacoli normativi nell’esportare i suoi prodotti nel nostro Paese, potrebbe rivalersi contro lo Stato italiano chiedendo un risarcimento? “La risposta purtroppo è sì in virtù della clausola sull’Isds (acronimo di Investor to state dispute settlement) che, per quanto venga sconfessata, è parte integrante della trattativa. Se la clausola venisse introdotta, in pratica l’azienda che ravvisa una violazione dei suoi interessi potrebbe appellarsi a un tribunale privato sovranazionale che potrebbe dargli ragione, imponendo allo Stato che la ostacola un risarcimento milionario”.  Vuol dire che se c’è un accordo internazionale e se c’è uno stato che legifera in contrapposizione all’accordo stesso, l’azienda chiede una compensazione rivolgendosi a una sorta di corte di giustizia privata.

Ci sono poi le tutele di ambiti produttivi nobili (i vini doc, per esempio), su cui l’Europa ha costruito una rete di eccellenze che senza controlli potrebbe essere spazzata via. Fra le righe si affaccia la visione di un mercato non più libero, ma selvaggio, senza la necessaria capacità di auto-regolamentazione perché le forze in campo, quelle di multinazionali ormai più potenti degli Stati sovrani, restano al fuori di ogni controllo. Su questo punto vi è  da considerare che il nostro Paese in Ue ha il numero più alto di Igp, (Indicazioni geografiche protette),  per non parlare delle Dop (Denominazioni origine protetta): siamo famosi nel mondo per la qualità del nostro cibo e non possiamo accettare un trattato al ribasso, che si traduca in un appiattimento delle nostre eccellenze enogastronomiche. Il Ttip deve dunque aiutarci a tutelare le produzioni agroalimentari italiane dal fenomeno dell’Italian sounding, ossia l’imitazione di prodotti tipici nostrani, molto diffuso sul mercato statunitense dove i prodotti made in Italy taroccati, dal Parmesan all’Asiago, dai pomodori San Marzano al salame Milano, valgono quasi 20 miliardi. La presunzione statunitense di continuare a chiamare con lo stesso nome o nomi simili alimenti del tutto diversi è inaccettabile perché è una concorrenza sleale che danneggia i nostri produttori”, conclude l’esperto. Un mercato, quello del falso made in Italy, che nel mondo vale oltre 60 miliardi di euro, ossia esattamente il doppio delle esportazioni dei prodotti originali

Inoltre l’Icei (Istituto di cooperazione economica internazionale) paventa un altro rischio legato all’Italian sounding: “I prodotti di imitazione statunitensi, che in Europa finora non potevano entrare, troveranno un vastissimo mercato acquirente nelle fasce di popolazione a minor reddito, oppure nei paesi Ue con minor tradizione alimentare. È prevedibile, conclude l’Istituto, che i danni per l’export italiano non si verificheranno nel commercio con il Nordamerica, ma sui mercati terzi europei. In Germania, Regno Unito, Paesi Bassi i consumatori troveranno per la prima volta al supermercato prosciutti, formaggi e salumi con lo stesso nome di quelli italiani, ma a minor prezzo”.

Il commercio di auto rappresenta il 10% dell’interscambio commerciale tra tra Usa e Ue. Si chiede insieme un nuovo accordo che includa l’eliminazione di barriere tariffarie e non tariffarie. Questo aumenterà i volumi commerciali, abbasserà i costi di produzione, creerà più posti di lavoro e migliori, e migliorerà la competitività industriale.
Secondo le associazioni dei produttori, questo può accadere senza abbassare gli standard ambientali e di sicurezza che abbiamo sia negli Usa che nell’Ue. Proprio sul fronte sicurezza, le associazioni chiedono che Usa e Ue riconoscano i rispettivi standard, visto che sono nei fatti equivalenti, ma costringono i costruttori che esportano i loro veicoli a maggiori spese, senza che questo si traduca nei fatti in ulteriori garanzie.
I flussi di investimento diretto estero sono ancora più significativi. Nel 2013 le imprese Usa hanno investito circa 312 miliardi di euro nell’Ue, mentre le imprese europee hanno investito 159 miliardi di euro negli Usa. Inoltre, il 70% degli investimenti statunitensi in Europa è concentrato nei servizi finanziari (che per il momento sono esclusi dal tavolo negoziale). Inoltre, restano alcune restrizioni all’investimento applicate da entrambi i lati dell’Atlantico in settori come la difesa, le costruzioni navali, i servizi televisivi e il trasporto aereo.
Le liberalizzazioni del Ttip riguardano quindi anche i servizi: si prevede di assicurare un trattamento non meno favorevole per lo stabilimento sul loro territorio di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello accordato alle proprie società, consociate o filiali. Sono esclusi, per volontà francese, i servizi audiovisivi.
Sul fronte dei servizi, i flussi bilaterali di commercio ammontavano complessivamente a 282,3 miliardi di euro nel 2011. Gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale dell’Europa anche in questo settore e rappresentano circa il 29% delle importazioni e il 24% delle esportazioni Ue. E ancora, si stima che circa cinque milioni di posti di lavoro nell’Unione dipendano dagli scambi commerciali con gli Usa.

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