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AGRICOLTURA OGGI. PRODOTTI E PROBLEMI

 

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Il comparto agricolo, rappresenta per l’Italia un settore importantissimo per numero di Imprese, occupati e superfici coltivate. Come tale, i problemi che lo travagliano in questi anni devono essere analizzati e, se possibile, affrontati nel modo più rapido e deciso.

Al 31 dicembre 2015, per la prima volta dall’inizio della crisi economico-finanziaria mondiale, tornano a crescere (+0,27%) le aziende agricole iscritte al Registro delle Imprese presso le Camere di Commercio. Continuano a diminuire, invece, sia pure in misura sensibilmente più contenuta rispetto agli anni precedenti (-0,95%), le aziende agricole (agricoltura, silvicoltura e pesca). Il Registro delle Imprese riguarda solo le aziende con partita IVA che producono beni e servizi per il mercato.

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L’agricoltura occupa circa 1,3 milioni di persone per una superficie utilizzata di circa 13.000.000 di ettari.

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Nel 2015 essa ha fatto registrare il piu’ elevato incremento del Pil, con il valore aggiunto che è salito del 3,8%, spinto dal record storico nelle esportazioni agroalimentari a 36,8 miliardi di euro e dalla ripresa dei consumi alimentari delle famiglie, che per la prima volta da sette anni tornano positivi. Una analisi della Coldiretti relativa ai dati Istat sul Pil vedono il settore agricolo registrare un incremento addirittura sei volte superiore a quello medio nazionale. Nel 2014 il valore aggiunto dell’agricoltura ammontava a 31,5 miliardi di euro, pari al 2,2% del Pil nominale. Rispetto al 2013, si era registrata una forte flessione, pari al 6,6%, mentre il calo a prezzi costanti è del 2,2%.

Uno dei punti più preoccupanti è il continuo processo deflattivo che viene dalle campagne italiane nel 2016 a causa del crollo dei prezzi pagati ai produttori, dal -60% per cento dei pomodori al -30% per il grano duro fino al -21% per le arance rispetto all’anno scorso. L’andamento congiunturale di leggera crescita rilevata alla fine del primo trimestre 2016, non è stato  comunque sufficiente per arrestare la contrazione tendenziale. Dal confronto con lo stesso periodo dello scorso anno (aprile 2015), infatti, i listini alimentari continuano a perdere circa il 10% del loro valore iniziale.

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A guidare la classifica dei ribassi annui è stato, nelle ultime rilevazioni,ancora una volta l’olio d’oliva che, a fronte del confronto con la precedente campagna (tra le meno produttive degli ultimi decenni), ha visto i prezzi all’origine crollare del 30%. A seguire, le riduzioni dei prodotti ortofrutticoli, con gli ortaggi che hanno ceduto oltre un quinto del proprio valore all’origine (-22%) e la frutta, la cui contrazione si è attestata poco al di sotto dei venti punti percentuali. Appena al di sotto delle due cifre (-9%) le variazioni tendenziali dei prezzi delle colture cerealicole e delle carni avicole. Continuando sul fronte zootecnico, dopo gli avicoli, sono stati i listini delle carni suine a far registrare la contrazione più significativa (-6%), mentre i prodotti ovi caprini hanno mostrato un andamento pressoché stabile (-0,3%).  Infine, i prezzi del vino, la cui riduzione nel mese di febbraio si è attestata, così come si era verificato ad inizio anno, intorno ai tre punti percentuali.

Una situazione che sta assumendo toni drammatici anche per gli allevamenti con le quotazioni per i maiali nazionali destinati ai circuiti a denominazione di origine (Dop) che ormai da giorni sono scesi ben al disotto della linea di 1,25 centesimi al chilo che copre appena i costi della razione alimentare. Cosi come i bovini da carne che sono pagati su valori che si riscontravano 20 anni fa, per non parlare del prezzo del latte che, precisa la Coldiretti in un suo rapporto, con il venir meno degli accordi da marzo sarà ancora in balia dei prezzi imposti dall’industria.

Una soluzione a questo problema potrebbe consistere nel decreto che il governo ha firmato e inviato a Bruxelles, il quale  introduce l’obbligo dell’origine in etichetta per il latte e gli altri prodotti trasformati.

Con l’etichettatura di origine si dovrebbe finalmente contrastare l’inganno del falso Made in Italy che riguarda per esempio tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro venduti in Italia che sono stranieri così come la metà delle mozzarelle sono fatte con latte o addirittura cagliate provenienti dall’estero, ma nessuno lo sa perché non è obbligatorio riportarlo in etichetta.

Si potrà finalmente imporre una “carta di identità” alla produzione di latte, formaggi e yogurt che è garantita a livelli di sicurezza e qualità superiore grazie al sistema di controlli realizzato dalla rete di veterinari più estesa d’Europa, ma anche ai primati conquistati a livello comunitario con la leadership europea con 49 formaggi a denominazione di origine realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e degli 1,7 milioni di mucche da latte presenti in Italia. Ad essere tutelati sono 120mila posti di lavoro nell’attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi che è la voce più importante dell’agroalimentare italiano dal punto di vista economico, ma anche da quello dell’immagine del Made in Italy.

Proseguendo l’analisi dei singoli settori, nell’ortofrutta operano 10 mila commercianti, di cui circa 2mila esportatori, mentre la domanda è nella mani di pochissimi buyer della gdo. C’è quindi un netto sbilanciamento di forze sul mercato, che indica la via per una maggiore valorizzazione della produzione italiana passante per l’aggregazione. Un esempio di quali traguardi si possono raggiungere seguendo questa strada lo testimonia la mela prodotta in Trentino Alto Adige: attorno al frutto si è creato più di un brand riconoscibile  che si promuove spesso assieme al territorio. E’ stato inoltre costituito un consorzio di secondo livello per l’internazionalizzazione in cui tutti i produttori si presentano assieme sul mercato export per fare massa critica.
L’olivicoltura nazionale ha bisogno di nuovi  investimenti sugli impianti, il processo di rinnovo oggi in atto è troppo lento. Bisognerebbe accelerarlo per produrre di più. In Spagna per esempio, la trasformazione è avvenuta passando da una media di 140 piante a oltre 1500 piante  ad ettaro a fronte di un’età media dell’oliveto italiano che va da 80 a 130 anni.  In Italia l’innovazione si è spesso fermata alle tecniche di potatura e raccolta tralasciando invece gli interventi che avrebbero dovuto migliorare quantità e qualità.
Il nostro Paese resta quindi un grande importatore di olio, soprattutto dalla Spagna: ne importiamo complessivamente  400 mila tonnellate, perché l’Italia ne produce 400 mila tonnellate in base all’ultimo anno e quindi si arriva al 50% o 60% del fabbisogno in base alle annate. Senza contare la questione delle “miscele” di olii che possono presentare  l’80% di prodotto italiano e il 20% di prodotto comunitario.

Per gli agrumi, si viene da una stagione da dimenticare. Oltre all’embargo russo “prolungato” nei confronti dell’Ue, e  quindi anche dell’Italia, la Russia ha recentemente “messo al bando” anche la Turchia che ha iniziato a riversare in Europa quello che oggi non può più spedire nel paese.  A questo si aggiunga  la  superproduzione dell’Italia nel 2015, assieme alla crisi generale dei consumi  e all’effetto disastroso degli accordi euromediterranei, ad esempio con il Marocco. Nella stagione di vendita iniziata a  novembre 2015 e terminante a giugno 2016 abbiamo perso sui due fronti: sui volumi con ’offerta rimasta in parte invenduta e sulle quotazioni  inchiodate sempre su livelli piuttosto insoddisfacenti: scontiamo diverse inefficienze sia del sistema agrumicolo che del sistema Italia.

Osservando infine il comparto della produzione biologica, è’ un fatto ormai noto che i consumi di prodotti bio abbiano ormai messo il turbo negli ultimi anni, ma produrre con questo metodo continua a essere interessante  per le aziende agricole. Soprattutto ora che anche in Italia la nicchia è cresciuta e si è trasformata in un vero e proprio comparto, il biologico si è liberato del termine “nicchia”, per diventare una produzione sostenibile proprio grazie ai territori più marginali che  sono anche più numerosi di quanto ci si immagina di solito. Il potenziale è ancora inespresso e molti terreni, se non coltivati con questo tipo di metodo, rischiano di essere abbandonati. In ogni caso va sempre considerata la funzione dell’agricoltura bio con funzione di presidio del territorio. Non è un caso che questo tipo di agricoltura rispettoso dell’ambiente sia incentivata anche dai contributi di misure dedicate dei Programmi di sviluppo rurale.

La gestione ridotta dei volumi si trasforma inoltre in un vantaggio per il produttore bio che può occuparsi anche dell’aspetto commerciale e spesso anche della trasformazione. Se quindi è possibile avanzare lungo la filiera e arrivare alla trasformazione l’azienda agricola riesce a stare bene sul mercato e recuperare ulteriore valore aggiunto.

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