L’ECONOMIA DI GAIA con Gaia CACCIABUE

La spinta per rilanciare Parma viene dal settore privato

 

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Parma, io ci sto!, (http://www.parmaiocisto.com) con tanto di punto esclamativo. Si tratta di un progetto presentato ormai il 9 marzo, passato per qualche motivo sotto silenzio fino a qualche giorno fa.

L’omonima associazione ha cinque soci promotori: Alessandro Chiesi (Chiesi Farmaceutici S.p.a.), Guido Barilla (si presenta da sé, e manco a dirlo sarà responsabile dei progetti dedicati al cibo), Andrea Pontremoli (Dallara Automobili), l’Unione Parmense degli industriali e la Fondazione Cariparma. L’associazione è stata fondata con lo scopo di valorizzare la città e il suo territorio e di rilanciare il loro progresso sociale ed economico: sostanzialmente, per creare un percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine. E in effetti, negli ultimi anni molte scelte tutt’altro che sostenibili hanno tristemente portato Parma agli onori della cronaca: i crack della Parmalat e della squadra di calcio cittadina, lo scioglimento dell’amministrazione locale per corruzione. Nonostante tutto ciò, Parma vanta tutt’oggi condizioni di vita sopra la media nazionale: disoccupazione sotto il 7%, settimo posto per PIL pro capite e 5 miliardi di export provinciale. Nel 2014 il Telegraph l’ha classificata come il quarto miglior posto dove vivere al mondo, è risultata essere la città preferita dagli italiani secondo un sondaggio di Panorama, oltre a diventare nel 2015 “Città creativa per la gastronomia UNESCO” (qualunque cosa questo voglia dire).

Dunque gli illuminati promotori di Parma, io ci sto! non possono evidentemente dire di partire da zero. L’associazione ha invitato tutti i 45 sindaci della provincia e le istituzioni locali a sottoscrivere il progetto e tutti si sono presentati e hanno appoggiato l’iniziativa, senza distinzioni di partito. Al momento garantiscono di essere completamente scollegati da qualsiasi esponente politico, sebbene disponibili a lavorare con qualsiasi partito succeda in comune al grillino Pizzarotti.

Se un’iniziativa del genere non scatenasse critiche ci sarebbe da preoccuparsi: infatti di critiche ce ne sono, e tante. Sulla pagina Facebook del progetto si ricorda tutto quello che i promotori dell’associazione hanno permesso accadesse negli anni scorsi –ammesso che fosse in loro potere evitarlo-, con l’accusa di non essersi interessati all’epoca delle sorti della città, o di aver saputo e taciuto, o peggio.  Ma rifiutarsi di vedere le opportunità che l’iniziativa può offrire è sintomo di una visione viziata: i mancati interventi in passato non tolgono sostanza ha quello che potrebbe esser fatto in futuro. Un occhio critico è indispensabile per la vera buona riuscita di un progetto del genere, ma scivolare nel solito “se a riuscire dev’essere qualcun altro, meglio che tutto rimanga com’è” rappresenta l’ennesimo auto-sabotaggio all’italiana.

Di certo c’è che i primi propositi sono davvero ambiziosi: creare un dipartimento agroalimentare all’interno dell’università che diventi un riferimento mondiale per il buon cibo, ristrutturare il quadrilatero culturale del centro storico, rilanciare il festival Verdi e creare un km verde a sud della città.

Il manifesto di Parma, io ci sto! si basa infatti su quattro campi d’azione: “Il buon cibo”, “La nostra cultura”, “Turismo e tempo libero”, “La formazione e l’innovazione”. Se vi suonano familiari è perché in qualunque parte dell’Italia viviate le avreste tutte da valorizzare: sono precisamente le basi su cui l’Italia intera dovrebbe costruirsi un futuro (sostenibile).

Gaia Cacciabue

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