L’ANGOLO DI ADAM SMITH

I test di serietà

 

Domenica si è votato per il primo turno delle elezioni amministrative in molti comuni importanti tra cui le 4 città più grandi d’Italia, Roma, Milano, Napoli e Torino.

Nel corso della campagna elettorale i cittadini hanno sentito di sicuro i candidati sindaci dichiarare il loro amore per la città, promettere di occuparsi dei problemi della sicurezza e delle periferie per renderle “più vivibili”, giurare di dedicare grande attenzione alle esigenze delle fasce più deboli, impegnarsi a “sburocratizzare” l’amministrazione. Tutti propositi lodevoli ma non nuovi: qualunque candidato del passato e magari attuale sindaco aveva individuato gli stessi obbiettivi riuscendo a raggiungerli con maggior o minore successo (sentendo i portabandiera delle opposizioni, naturalmente non conseguendo niente, anzi peggiorando la situazione).

Ci si potrebbe chiedere perché chi corre ora dovrebbe farcela là dove altri hanno miseramente fallito. Inoltre, queste promesse sono difficilmente verificabili (le periferie sono più o meno vivibili rispetto a 5 anni fa? Ah, saperlo) o non dipendono esclusivamente dai sindaci (la sicurezza è soprattutto affare di polizia e magistratura; la crisi economica o i flussi migratori incidono profondamente su fasce deboli, vivibilità e criminalità). L’amore per il paesello, poi, è una bella cosa, ma non porta grandi miglioramenti alla qualità della vita.

Per uscire un po’ dalla noia alcuni candidati hanno proposto iniziative originali tipo il ritorno al baratto o il far pagare i debiti municipali a qualcun altro: trovate che non sarebbero dispiaciute ad Ennio Flaiano, il grande scrittore che per l’Italia coniò la memorabile frase “la situazione è grave ma non è seria”.

Allora, come breve test di serietà dei candidati, suggerirei agli elettori di farsi un’idea innanzi tutto della loro onestà e preparazione (governare un comune non è l’equivalente di partecipare all’ ”ora del dilettante”) e di leggere nei programmi (i quali, si sa, non vengono completamente rispettati, ma almeno indicano una forma mentis) la presenza di impegni la cui realizzazione dipende esclusivamente dalle giunte, ne aumenta la responsabilizzazione e diminuisce il potere: essere chiamati a rispondere delle proprie azioni e rinunciare a leve di comando non fa mai piacere ai politici che, infatti, tendono a non dare garanzie in tal senso.

Primo punto, le tasse, vigorosamente aumentate in ogni comune rispetto alla passata legislatura. L’usuale scusa dei sindaci in carica è che sono stati costretti a farlo a causa della riduzione degli stanziamenti dello Stato centrale. Ebbene, secondo l’ analisi di CER e Confcommercio basata su dati ISTAT, nel quindicennio 1998-2014 le imposte locali sono aumentate del 72,2%, in particolare l’IRPEF locale è cresciuta del 155% e del 20% negli anni della recessione (2007-14). Le imposte locali registrano un + 22% nei soli 3 anni dal 2012 al 2014. La spesa corrente, però, in 15 anni è salita da meno di 130 a quasi 210 miliardi, con una lievissima diminuzione nell’ultimo quinquennio. Nel 2016, poi, comuni e province beneficiano di 480 milioni addizionali ai comuni per l’edilizia scolastica, 495 milioni per province e città metroplitane e un ampliamento per i comuni della possibilità di spesa per 676 milioni grazie all’allentamento dei vincoli di bilancio. Non credete quindi ai candidati che affermano non esserci spazio per la riduzione delle imposte e men che mai a chi proclama di volerle tagliare senza indicare le corrispondenti decurtazioni di spesa.

A tal fine sarebbe utile la trasparenza della macchina municipale. Avete mai esaminato un bilancio comunale? Provateci: sono talmente astrusi che gli stessi assessori preposti non sono in grado di spiegare molte voci anche importanti. La differenza tra comuni è enorme: alcuni sono degli indovinelli avvolti in un mistero all’interno di un enigma, per parafrasare Churchill. Altri se la cavano meglio e basta vedere la lista di chi vince i Wind Transparency Awards. Perciò, chi non si impegna a rendere immediatamente disponibile online ed accessibile in tempi certi tutta la documentazione, a descriverla in modo comprensibile e, infine, ad individuare le persone responsabili di ogni singolo atto o procedimento, andando oltre i requisiti minimi della legge del 2013, si rifiuta di fare una cosa facile e non costosa.

Anche sui bilanci delle partecipate ci vorrebbe chiarezza. E’ inutile dire che la municipalizzata Y è in attivo se poi si scopre che lo è grazie a massicci trasferimenti pubblici e questo lo si può comprendere solo spulciando voce per voce il conto profitti e perdite. E, a proposito, il terzo test per capire cosa aspettarsi dai futuri sindaci, è discernere tra quelli che assicurano di risanare e rendere più efficienti le aziende pubbliche (ci mancherebbe che qualcuno promettesse il contrario) e coloro i quali indicano la via maestra, cioè privatizzarle e aprire qualsiasi settore oggi di competenza municipale alla concorrenza. I primi si illudono ed illudono i cittadini (più o meno in buona fede è da vedere), gli altri rinunciano a quote importanti di potere e a macchine di creazione del consenso: vedete voi di chi fidarsi di più.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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