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Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

I “deficisti” nostrani tifano Brexit e Podemos, noi no

 

Le cronache politiche italiane sono sature di ogni minimo scambio d battute in vista del ballottaggio amministrativo, domenica. In realtà sono molto più importanti altre due tornate: soprattutto il voto al referendum britannico il prossimo 23 giugno, ma anche le elezioni spagnole tre giorni dopo. Con tutto il rispetto per chi uscirà vincitore a Torino, Milano, Roma e Napoli, il quadro europeo rischia in pochi giorni di essere investito da un maremoto. Forse uno tsunami, se i britannici il 23 scelgono alle urne l’uscita dall’Unione Europea. E l’Italia si illude, se ancora una volta pensa di essere immune dagli effetti della possibile tempesta.

Una tempesta che da possibile sembra divenire sempre più probabile, stando ai sondaggi che vedono nel Regno Unito attualmente in vantaggio l’ipotesi di uscita dall’Unione. Quando tre anni fa il premier britannico David Cameron, in vista delle elezioni del 2015, promise agli elettori il voto sull’appartenenza alla UE, non si rese probabilmente ben conto del pandemonio che scatenava. Ha rivinto alla grande le elezioni, l’anno scorso. E grazie ai laburisti ha battuto al referendum in Scozia l’indipendenza del Nord del paese da Londra (che riprenderà fiato, in caso di Brexit). Ma non ha drenato l’opposizione del nazionalista Ukip di Farage, primo partito alle europee del 2014 e ancora gratificato di oltre il 12% dei voti alle politiche del 2015. Né ha impedito che i Tories vadano al referendum spaccati, con circa metà dei parlamentari e cinque ministri pronti a riconoscere l’ex sindaco di Londra Boris Johnson come leader del partito, e capo riconosciuto dell’uscita di Londra dalla Ue.

Serve a poco ricordare che la Thatcher a metà anni Settanta propose ai britannici i vantaggi dell’Europa in cambio di una strenua difesa delle “eccezioni” garantite alla sovranità britannica. Eccezioni che Cameron ha ulteriormente rafforzato col pieno consenso europeo pochi mesi fa. La Thatcher ha avuto ragione. L’Europa con la sua politica tassa-spendi e il forte interventismo statale non ha impedito affatto al Regno Unito la rivoluzione liberal-liberista che ha segnato il suo rilancio mondiale, e che Tony Blair si guardò bene dallo smontare.  Ogni sforzo è stato fatto ora per ricordare ai britannici che se votano col portafoglio conviene loro restare nella Ue: rimarrebbero col primato continentale dei loro servizi finanziari, e continuerebbero ad avvantaggiarsene nell’economia reale, visto che il 45% dell’export è verso la Ue. Ma questa Europa attuale non è più misurata dagli elettorati sulle convenienze reali. E’ il cuore di milioni di europei, che Bruxelles ha perso. Persino nella nostra Italia. Figuriamoci dei britannici.  Agli occhi di molti dei quali l’Unione è diventata un pericoloso ponte per accelerare la crescita del quasi 14% di stranieri residenti nel Paese, a spese del proprio welfare.

Cameron e la business community ribadiscono ogni giorno stime sempre più allarmanti della perdita che Brexit comporterebbe per il Regno Unito: meno export e meno crescita, il trasferimento degli headquarters di molti gruppi finanziari, l’illusione che la svalutazione della sterlina possa compensare le perdite, visto che occorrerebbero molti anni prima di ottenere con la Ue le oltre 150 intese commerciali bilaterali che consentono alla Svizzera di prosperare ed essere “europea” pur fuori dalla Ue. Il superministro delle Finanze tedesco Schaueble è stato chiaro, in proposito. Berlino ha bisogno di Londra per equilibrare il ruolo statalista e deficista di Parigi: ma se Londra esce, non s‘illuda di trovare nei tedeschi una sponda collaborativa per rapide nuove intese commerciali.

Il perché è presto detto. Se esce Londra, non è la Grecia. E’ una potenza nucleare, che se ne va facendo restare in piedi la sua intesa militare bilaterale con la Francia, che è potenza nucleare anch’essa. Ed è un segnale ad altri grandi e piccoli paesi europei: un segnale che parla alle forze antieuropeiste e antitedesche che in molti di essi sono sempre più forti. Poco importa loro, nel nostro paese, che l’Italia non abbia le banche britanniche né un posto fisso al Consiglio di sicurezza dell’Onu grazie alle sue atomiche. In Italia parti rilevanti della destra e della sinistra e dei pentastellati sono pronti, chi più chi meno, a rilanciare la carta tricolore dell’uscita da euro e Ue.

La narrativa italiana predominante è diventata quella che accolla ai tedeschi le colpe dei problemi che noi non abbiamo risolto: il nostro eccesso di debito pubblico, la bassissima produttività, la persistente chiusura alla concorrenza ed efficienza dei servizi pubblici e anche di vasta parte dei servizi alle imprese sul mercato domestico (a cominciare dalle professioni), l’amplissima connivenza del privato con regole falsate nei 140 miliardi di forniture pubbliche. Destra e populisti predicano il ritorno salvifico alla liretta e alle sue svalutazioni, celando o sminuendo all’opinione pubblica la botta mostruosa che nel breve registrerebbe il valore di ogni reddito risparmio e patrimonio nostrani, riconvertiti in lirette. Mentre Pd e sinistra estrema preferiscono parlare, in caso di Brexit, di un grande attacco all’ ”austerity” – la parola a me fa ridere, vista la spesa pubblica in Italia l’austerity è stata solo del contribuente per rincorrere la spesa corrente ..- di  Berlino, per costringerla ad accettare l’Europa mutualistica: quella in cui i tedeschi, olandesi e finlandesi si accollano la ristrutturazione di 30-40 punti di PIL del nostro debito, e perché no, anche dello smaltimento dei nostri crediti bancari deteriorati, che sono un terzo di quelli dell’intera euroarea. I leader politici del Pd sanno benissimo che è una strategia irrealistica: tanto più prima delle elezioni tedesche previste nel 2017. Finora, l’idea di costruire intorno all’Italia la grande alleanza dei paesi deficisti non è mai riuscita ad aggregare la maggioranza dei paesi membri. Ma tant’è, la politica vive ormai di storytelling.

Gli antieuropeisti nostrani hanno venature diverse: dalla nostalgia dell’autarchia all’antimercatismo diffuso, al ritorno a una Banca d’Italia che batta moneta e torni a vigilare discrezionalmente un credito relazionale che, grazie alla vigilanza della BCE, è finalmente esploso in tutte le sue contraddizioni negli ultimi 2 anni. E’ una vera trasformazione quella avvenuta a via Nazionale: da battistrada delle scelte europee dell’Italia a portabandiera della contestazione frontale alle regole comuni. Mentre in altri paesi europei la protesta antieuropea “dal basso” s’identifica nello slogan  “basta coi banchieri”, il paradosso da noi è che al vertice delle istituzioni finanziarie abbia invece come slogan “viva i banchieri amici degli amici”. Ed è anche per questo che Tesoro e Bankitalia in queste settimane hanno sminuito il rischio per l’Italia, in caso di Brexit. Smentiti drasticamente dalle cadute in serie della Borsa italiana, la peggiore in Europa dopo quella di Atene: perché se con Brexit riparte la spread-dance, malgrado il QE della BCE la verità è che i mercati riprenderanno ad aggredire noi non perché siano cattivi o “tedeschi”, ma per i nostri purtroppo ancora deboli fondamentali, che hanno bisogno di anni di cure e riforme.

Ma, pur con tutte le loro differenze, gli antieuropeisti sperano che, dopo Brexit o anche a prescindere da Brexit, in ogni caso in Spagna tre giorni dopo vinca in Spagna Unidos Podemos di Pablo Iglesias, succhiando un bel po’ di altri voti ai socialisti di Pedro Sanchez che nei sondaggi sono in grande difficoltà, e dando vita in Spagna a quel punto a un governo destinato a spazzare vie tutte le riforme liberali di questi ultimi anni, in nome del deficit spacciato come la vera via alla giustizia sociale.

Nessuno, oggi, è in grado di dire davvero l’esito del gorgo che può aprirsi per l’euro e l’Europa, se con Brexit si smentisce l’irreversibilità del processo europeo e della moneta comune. Niente è scritto una volta per tutte, nella storia. Per chi è liberal-liberista meglio Uk dentro la Ue che fuori, perché è una sponda per contenere statalismo e dirigismo continentale. Ma, in caso di uscita, certo il Regno Unito continuerebbe ad avere una forza che, con tutto il rispetto per i moltissimi ormai che la pensano al contrario in Italia, noi al momento possiamo solo sognare. All’Europa latina del deficit libero ci penserebbero i mercati a presentare presto o tardi il conto, in un mondo reso instabilissimo dalla crisi dei BRICs, dal rallentamento della Cina, dall’oscillazione ondivaga del barile, e dal terrorismo islamista.

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