BREXIT, ASPETTI E CONSEGUENZE

 

 BREXCART

 

Quando pensiamo all’Europa, ai suoi molti errori, alla burocrazia delle sue istituzioni, alle sue regole a volte incomprensibili, tendiamo a dimenticare alcuni enormi vantaggi dei quali godiamo. Grazie alla Ue possiamo liberamente circolare nei confini di 28 Stati, così come lo possono fare le nostre merci e i nostri soldi. E se ci trasferiamo in un altro Paese europeo ci è garantita la parità di trattamento come lavoratori e come cittadini, anche per i servizi sociali e sanitari.

Questi vantaggi potrebbero essere rifiutati dagli Inglesi il 23 Giugno, quando si terrà il referendum con il quale dovranno scegliere se restare nell’Unione Europea o uscirne.

L’eventualità di un’uscita della Gran Bretagna dall’UE è sempre più temuta dai mercati alla luce dell’incertezza circa l’esito del referendum e tali timori sono testimoniati dal tonfo della sterlina negli ultimi mesi (-8% da fine ottobre con discesa ai minimi dal 2009). Le previsioni di Credit Suisse dicono che
se dalle urne emergesse un voto favorevole all’uscita dall”Unione Europea, è probabile che comporterebbe un immediato e simultaneo shock economico e finanziario per il Regno Unito. Tra le conseguenze elencate da Credit Suisse ci sono: calo degli investimenti delle imprese  e della fiducia; un improvviso arresto dei flussi di capitale verso il Regno Unito che comporterebbe “un disavanzo delle partite correnti difficile da sostenere portando anche a  ad un forte calo della sterlina”. Nel peggiore degli scenari il PIL britannico potrebbe contrarsi nel breve periodo dell’1-2% in virtù del mix tra calo della fiducia delle imprese, inasprimento delle condizioni finanziarie, più alta inflazione e il calo dei redditi reali. Nel medio termine, la casa d’affari elvetica si aspetta comunque che un’uscita dall’UE sia negativa sia per la domanda che per l’offerta nel Regno Unito, implicando un più debole percorso di crescita del PIL.

Il centro studi Bertelsmann Stiftung ha calcolato che la Brexit costerebbe ai sudditi della Regina almeno 300 miliardi, con il Pil in calo del 12% nei prossimi 12 anni. Anche perché, accanto all’isolamento commerciale, si pagherebbe dazio per «la diminuzione del dinamismo economico e dell’indebolimento del potere innovativo di Londra come centro strategico».
Se invece Londra strappasse un accordo con Bruxelles sul modello svizzero (e sulla libera circolazione di merci, capitali e persone), la crescita avrebbe un sussulto “solo” dell’1,6%.

I sostenitori dell’uscita dall’Ue, tra cui alcuni politici e dirigenti di imprese, ritengono che il Regno Unito, la quinta economia al mondo, prospererebbe al di fuori del blocco dei 28, poiché risparmierebbe miliardi di sterline all’anno diretti alle casse dell’Unione europea e sarebbe libero di siglare i propri accordi commerciali con il resto del mondo. Dall’altro versante,il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, ha messo in guardia gli inglesi dicendo che l’uscita dall’Europa sarà irreversibile. Nel corso di un Convegno infatti, ha affermato che gli inglesi “non devono sperare che un voto per uscire dall’Ue possa significare l’avvio di nuovi negoziati sullo status della Gran Bretagna” all’interno dell’Ue. “Dentro significa dentro e fuori vuol dire fuori”, ha detto il ministro, che ha aggiunto: “l’accesso al mercato interno e’ legato a impegni. E un accesso maggiore e’ legato ad impegni maggiori. Un voto per uscire non sara’ utilizzato come base per ottenere un accordo migliore. Se il voto e’ a favore di un’uscita, comincera’ il processo di uscita”.

Proviamo ad analizzare le singole conseguenze per l’Inghilterra attese dagli analisti nel caso di Brexit:

1) Sterlina. I mercati valutari hanno iniziato a scontare l’eventualità di una Brexit prima delle elezioni. La sterlina si pensa potrebbe ancora perdere fino al 12%, il tutto accompagnato da un aumento della volatilità. La debolezza della divisa non sarebbe una notizia totalmente negativa per il Regno Unito, perchè ci sono numerosi risvolti positivi di cui tener conto. Per esempio il disavanzo delle partite correnti britannico potrebbe trarne beneficio. Una conseguenza che potrebbe rivelarsi cruciale se gli investimenti diretti esteri dovessero vacillare, rendendo ingestibile l’attuale deficit. Tuttavia, per coprire integralmente il disavanzo, sarebbe necessaria una flessione molto marcata della valuta e difficilmente la sterlina rimarrà così fiacca nel lungo termine. Si tratterebbe pertanto di un sostegno solo temporaneo piuttosto che di una soluzione di lungo periodo, e la questione degli investimenti diretti esteri dovrà essere affrontata separatamente.

2) Listino di Londra. Anche i mercati azionari potrebbero beneficiare dell’indebolimento della sterlina. Le società incluse nel FTSE 100 generano circa il 70% dei propri utili all’estero e il deprezzamento della valuta si tradurrebbe in un loro aumento, con effetti positivi sulle azioni. In seguito a pesanti correzioni potrebbero presentarsi opportunità nei titoli domestici britannici di cui si potrebbe approfittare subito, in particolare per quanto concerne le azioni che facevano parte dei vari “panieri Brexit”, creati dalle banche d’investimento nel tentativo di sfruttare i timori legati all’uscita del paese dall’Unione europea. Inoltre l’esposizione agli utili realizzati all’estero è positiva per gli investimenti, poiché questi ultimi beneficiano della debolezza della sterlina.

3) Tassi. Un crollo del valore della sterlina potrebbe far schizzare l’inflazione. La Bank of England potrebbe quindi optare per una politica restrittiva ed alzare i tassi, invertendo la rotta rispetto al quantitative easing portato avanti dal 2008. A seconda di quanto si indebolirà la valuta, esistono una serie di decisioni possibili per la Bank of England, oltre quella relativa ai tassi di interesse. La BoE sta per ora rinviando la prospettiva di un loro aumento e potrebbe persino decidere di ridurli. Questo allentamento della politica monetaria sarà probabilmente imitato dalla UE, che dovrà affrontare condizioni di mercato incerte e alla perdita di uno dei maggiori centri finanziari mondiali, la City di Londra. Un’ulteriore espansione accentuerebbe le divergenze di politica monetaria costringendo la Fed a una pausa di riflessione sul senso di proseguire sul suo percorso di rialzo dei tassi se la crescita globale è inibita. Ad oggi Yellen non ha ancora preso decisioni al riguardo.

4) Titoli di stato. Un aumento della volatilità e, più in generale, una perdita di fiducia nei mercati creerebbero non poche difficoltà agli investitori. In primo luogo i Gilt potrebbero perdere il loro status di bene rifugio, per via della possibilità che le imprese trasferiscano le proprie sedi centrali altrove o del timore che la Boe riesca con difficoltà a mantenere il controllo della politica monetaria. Tuttavia, i detentori di Gilt sono in maggioranza fondi pensione nazionali e banche centrali, ed è improbabile che questi soggetti si dimostrino investitori volubili, pronti a lasciare i mercati britannici a causa della decisione sulla Brexit. È plausibile quindi che l’uscita dalla Ue si ripercuota più sulla valuta e su specifici titoli anziché sui Gilt, con un impatto potenzialmente limitato.

5) Settori. Nell’ambito dei mercati azionari diversi settori saranno interessati in misura differente. Come è prevedibile, l’impatto maggiore sarà percepito dalle banche, mentre la grande distribuzione, gli altri servizi finanziari, gli assicuratori e gli operatori immobiliari saranno meno influenzati dall’evento. Ricordiamoci quale è la composizione del Pil Inglese

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I servizi finanziari forniscono al Regno Unito un vantaggio competitivo cruciale. Alcune società finanziarie hanno già iniziato a trasferirsi a Francoforte e a Dublino per evitare un sovraccarico burocratico, in quanto la presenza a Londra era vista in ogni caso come un varco d’accesso all’Europa. Le grandi investment bank non sono le uniche a rischio di fuga. Si comincia a vociferare infatti che alcuni wealth/asset manager e assicuratori stiano valutando le trafile giuridiche e regolamentari a cui dovrebbero sottoporsi per continuare a operare in Europa se non restassero nella City.

Con il settore dei Servizi (per lo più finanziari) che, come vediamo, performa meglio del totale di tutti i comparti ed un’importanza della manifattura e delle produzioni industriali tutto sommato poco rilevante, l’economia Britannica sarebbe soggetta al rischio di fuga dei produttori di servizi, mentre il vantaggio di una moneta svalutata gioverebbe relativamente poco al Pil nazionale.

Con Brexit inoltre, il Regno Unito dovrebbe rinegoziare l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio in una fase di rallentamento per quanto riguarda gli scambi. Questo avverrebbe perchè alcuni specifici vincoli, ad esempio il livello dei dazi sui prodotti, rientrano nei trattati (58) già firmati dall’Ue, e il nuovo scenario imporrebbe ulteriori accordi commerciali. Un contesto che indebolirebbe le aziende britanniche e la produttività.

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Dal lato dei costi di “associazione”, ogni anno Londra versa nelle casse di Bruxelles lo 0,5% del suo Pil. Un’inezia, se si pensa che, secondo la Confindustria britannica, la permanenza in Europa garantisce al sistema imprenditoriale locale un valore aggiunto tra i 62 e i 78 miliardi di sterline all’anno.
Il Ministro Osborne a tal riguardo, ha affermato che il Governo stima una perdita per la Nazione di almeno 30 mld si sterline nel breve termine e, addirittura, 300 mld nel medio-lungo.

6) Mercato immobiliare. Il mercato immobiliare sarebbe ovviamente minacciato dalla perdita di acquirenti esteri e dall’impatto proveniente dai rendimenti obbligazionari. Tuttavia, la debolezza della sterlina potrebbe compensare questi effetti negativi e attrarre maggiore interesse. Se il governo britannico decidesse di modificare le norme relative agli acquisti di immobili da parte di residenti esteri si potrebbe assistere a una diminuzione degli investimenti, anche se la natura rischiosa del mercato immobiliare impedirebbe una rapida fuga da parte di chi ha già investito.

Il Quantitative easing della Bce, ulteriormente potenziato da Mario Draghi il 10 marzo scorso con il programma di acquisto di bond corporate, ha dato la spinta decisiva anche al mercato dei mutui e dei prestiti che potrebbero però risentire negativamente della Brexit ed imboccare una curva a U, tanto più se Francoforte optasse per un rialzo dei tassi. Ipotesi che rimescolerebbe totalmente le carte in tavola e per questo, al momento, ancora estremamente remota.

Per l’Italia, della quale ricordiamo il grande debito pubblico e l’elevata ricchezza delle famiglie, il differenziale con i Bund tedeschi, che è già tornato sopra i 140 punti, potrebbe ulteriormente crescere, data la corsa ai titoli di Stato tedeschi considerati alla stregua di beni rifugio nonostante rendimenti ormai prossimi allo zero. Le conseguenze sugli interessi pagati dallo Stato sarebbero pertanto pesanti.

Nel caso di forte aumento dell’inflazione, la Bank of England potrebbe optare per una politica restrittiva ed alzare i tassi, probabilmente influenzando la Federal Reserve, che potrebbe finalmente decidersi a far aumentare i tassi anche in Usa. L’Europa assisterebbe quindi ad una fuga di capitali verso i due paesi anglosassoni ed la Bce potrebbe vedersi costretta a ripensare la sua strategia di tassi zero.

Guardando fuori dal Regno Unito, molti analisti scommettono su un effetto negativo soprattutto sui paesi del Sud Europa, che hanno uno scambio commerciale elevato e ricevono forti investimenti da Londra. E di certo aumenterebbe di piu’ di un miliardo il contributo che l’Italia versa al bilancio di Bruxelles. Ma secondo altri i piu’ penalizzati sarebbero Irlanda e Olanda.

I conti non sono certi ne’ facili: esistono diverse macro-variabili che li rendono assai ballerini. La prima e’ il trattato di Lisbona che all’articolo 50 prevede che uno stato membro, prima di uscire dalla Ue, contratti per due anni, rinnovabili, le nuove condizioni dei suoi rapporti con Bruxelles. L’altra variabile dipende dalla precedente: quali condizioni tratterebbe l’Inghilterra? Quali vantaggi manterrebbe e quali perderebbe? Infine c’e’ la variabile psicologica, quale sarebbe l’effetto di paura e di instabililta’ sui mercati e sulle loro interconnessioni. E infatti anche la tedesca Fondazione Bertlesmann distingue tra “effetti statici” ed “effetti dinamici”. Alcuni dati sono certi, come i contributi che il Regno unito non versera’ piu’ a Bruxelles, ma quasi tutti gli altri dipendono da effetti economici mixati con effetti psicologici. Del resto le connessioni di mercati e industria sono tali che il leave non sarebbe indolore per nessuno. Basti pensare che il 50% sia dell’export che dell’import del Regno unito viaggia su rotte europee.

Un filtro potrebbe essere messo inoltre per chi va in cerca di lavoro, anche perche’ e’ proprio questo uno dei motivi che stanno spingendo molti inglesi delle classi medio-basse a sostenere la Brexit. Secondo le stime, ci vorranno circa due anni per rinegoziare le clausole per la circolazione delle merci e dei lavoratori. E se verranno rispettate le previsioni degli analisti piu’ pessimisti, una quota parte del milione di posti di lavoro che verrebbero spazzati via dalla Brexit potrebbe essere composta di italiani. Gia’ molti operatori della City, infatti, stanno pensando di trasferirsi in altre borse europee e i loro dipendenti vedrebbero emigrare il loro quartier generale da Londra a Dublino, Amsterdam o Francoforte.

Ma l’impatto piu’ forte, dal punto di vista economico, sarebbe quello su rapporti commerciali e imprese. Anche i 50 rapporti commerciali che legano Ue e Gb verrebbero ricontrattati e molto dipendera’ da quali saranno i nuovi patti tra Londra e Bruxelles. Attualmente l’Italia ha un saldo commerciale di 12 miliardi di euro con Londra, pari allo 0,8% del Pil. Uk esporta il suo 2,8% verso l’Italia ed importa il 3,7%. Un avanzo che potrebbe venire eroso dall’introduzione di eventuali barriere tariffarie e non tariffarie al commercio e dall’indebolimento della sterlina. I sostenitori dell’uscita dalla Ue ritengono che, complice un surplus nella bilancia dei pagamenti, Bruxelles abbia ogni interesse per assicurare la continuazione nello scambio di beni e servizi, ma l’Europa non ha alcun vantaggio nella creazione di un precedente nella fuoriuscita di un Paese.

Per quel che riguarda le imprese italiane due sono i dati importanti da valutare. L’Inghilterra investe 24 miliardi di dollari in Italia e l’Italia ricambia con 13,9 miliardi di dollari di investimenti Oltremanica; 86 mila lavoratori italiani sono occupati in multinazionali inglesi, 67 mila inglesi in aziende a capitale italiano. Le implicazioni di un peggioramento dei rapporti e del possibile cambio di legislazione da parte di Londra sono evidenti ma non quantificabili.

 

 

 

 

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