Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

I metadati ancora misconosciuti dalla politica italiana: M5S e Pd a confronto

 

 

Uno dei luoghi comuni più abusati del dibattito pubblico italiano è ripetere che la rete e internet da anni hanno cambiato la politica, non solo la sua comunicazione ma ontologicamente il suo modo di essere. Al di là delle apparenze,  in realtà la politica italiana vive e riproduce lo stesso gap che scontiamo nelle comparazioni internazionali sulla bassa penetrazione della banda larga. E si direbbe che i troppi milioni di italiani che ancora non usano internet  in politica producano una conseguenza: a usare passabilmente bene le possibilità di internet è una minoranza assoluta dei partiti, e il più dei politici ne fa un utilizzo rozzo, limitandosi a sostituire con twitter e facebook i vecchi manifesti o le dichiarazioni alle agenzie.

Lo scimmiottamento americano da noi è un must. Ma è un mito privo di sostanza. Negli USA, la struttura nazionale del partito  democratico ha iniziato a investire nel 2004 progressivamente pacchi sempre più consistenti di milioni di dollari nell’accumulo e nell’interpretazione dei metadati ricavabili dai social network. Nel 2008, Obama vinse alla grande le presidenziali perché migliaia di volontari del partito non battevano le strade porta a porta come scioccamente si ripete, ma perché erano muniti distretto per distretto e Stato per Stato di indirizzi di potenziali elettori per le primarie e per le presidenziali, profilati nel tempo secondo le opinioni che avevano espresso sui social, le attività a cui avevano partecipato, i temi su cui discutevano, il modo in cui lo facevano, gli stili di consumo e di vita che praticavano.  Grandissime società di social analytics come Crimson Hexagon si sono sviluppate negli Usa dedicando centinaia di ricercatori allo sviluppo di algoritmi per dare ordine interpretativo  a milioni di messaggi, per poi passarli ad altri specialisti capaci di interpretarli secondo griglie pubbliche o private, a seconda che i committenti siano politici, istituzionali, o aziende che usano i big data e internet non solo per ottimizzare la propria offerta – ormai quella è la preistoria di internet – ma per identificare , coltivare e organizzare la propria domanda sul mercato. Per capirci, la Crimson Hexagon collabora da anni con università primarie della Ivy League come la Kennedy School of Government di Harvard.

In Italia, niente ancora di tutto questo. O meglio, ci sono due visioni e modelli molto diversi.

C’è una forza politica che sin dalla sua nascita ormai diversi anni fa, grazie a Roberto Casaleggio, ha capito che la rete non è solo uno strumento di comunicazione mass market just in time, ma molto di più: il moderno strumento per sostituire la vecchia organizzazione dei partiti a “struttura fisica”. Di qui il modello del movimento 5 stelle che fa storcere il naso alla “vecchia” politica italiana: coltivare dall’alto la rete “anche” come strumento di comunicazione, ma innanzitutto per tre altre funzioni: una piattaforma identitaria, una catena di focalizzazione, e uno strumento di controllo.  La priorità dei Casaleggio, prima del padre e oggi del figlio Davide, non è tanto e solo comunicare le posizioni del movimento ai 6-8 milioni di italiani che esprimono e formano le proprie opinioni sui social, ma sostituirsi in rete ai vecchi segretari organizzativi delle federazioni territoriali, al segretario politico nazionale, e anche ai collegi dei probiviri dei vecchi partiti.

Dall’altra parte c’è il Pd. Che, per molti versi incredibilmente, si trova nelle condizioni di aver accumulato in teoria negli anni milioni di metadati “a prescindere dalla rete”, grazie alla sua persistente – anche se ormai sempre più liquida – antica struttura territoriale. Eppure il Pd quei dati ancora mostra di non sapere come usarli. O forse non ha capito per tempo quanto erano preziosi.

Dal 2004 si sono tenute infatti nel nostro paese ben 41 elezioni primarie nel nostro paese per scegliere candidati premier, segretari di partito, candidati sindaci o presidenti di Regione. Ben 39 volte su 41, erano primarie del Pd o aperte agli alleati del Pd. Solo 2 volte erano primarie del centrodestra, e solo una volta a partecipazione rilevante,  quando nel febbraio 2014 fu scelta Giorgia Meloni leader di Fratelli d’Italia con 250mila partecipanti. Per Prodi premier nel 2005 alle primarie parteciparono 4 milioni e 300mila votanti. Per Veltroni segretario, nel 2005, 3 milioni e mezzo. Per Bersani, nel 2009, 3,1 milioni. Altrettanti in quelle per la segreteria del Pd in cui Bersani sconfisse Renzi, nel novembre 2012. E 2,8 milioni parteciparono per Renzi segretario, nel dicembre 2013. Quei milioni e milioni di identità personali avrebbero dovuto essere tutte digitalizzate per costituire il tesoretto degli analytics del Pd, l’equivalente del patrimonio di dati da cui partì 12 anni fa il partito democratico americano. Invece, rivolgendosi ai responsabili della comunicazione del partito, Francesco Nicodemo e Alessia Rotta, la risposta è che quando il Pd era la “vecchia ditta” nessuno ci ha pensato o ha avuto i soldi e la professionalità per farlo.  I dati sono stati affidati alle tecniche di conservazione delle diverse strutture territoriali, in anni in cui però organizzazione e competenze interne del partito da una parte dimagrivano, dall’altra mutavano a ogni leader l’un contro l’altro armato.

Il risultato è che il Pd, anche sotto Renzi che pure all’importanza dei metadati dichiara di credere molto, ha organizzato sì in maniera ferrea i propri influencer eletti secondo temi e campagne che vengono controllati e diramati da palazzo Chigi. Ma siamo ancora al cecchinaggio degli avversari e alle campagne tematiche e d’opinione, lontani anni luce dal market targeting che i metadati ben analizzati dovrebbero produrre, per contattare indecisi potenziali ed elettori dubbiosi. Certo, è stato assoldato Jim Messina che per 4 anni è stato chief of staff di Obama e che dei metadati fa il suo credo. Girano indiscrezioni sul fatto che forse il lavoro di “pesca a strascico” sugli stili di consumo sia stato appaltato all’esterno a qualche grande multinazionale digitale, che fatica meno a procurarseli a suon di bigliettoni dagli over the top americani come Twitter e Facebook e Google – in Italia in realtà c’è un complesso tema di severe disposizioni sulla privacy da rispettare, almeno in teoria – ma ufficialmente di questa nuova “attività riservata” del Pd non si sa nulla. Dai bilanci delle fondazioni “personali” dei leader pd, come la renziana Fondazione Open che è subentrata a Big Bang, non sembrerebbe che questa attività sia svolta. Negli incontri con gli accademici e i tecnici della comunicazione politica digitale, ci dice la professoressa Sara Bentivegna autrice dei testi più avanzati in materia nel nostro paese, Nicodemo presenta i dati dei contatti realizzati da Renzi e dalla struttura che rilancia le sue parole d’ordine: ma tutto ciò non c’entra nulla coi metadati. Anzi, lo stile di questa comunicazione ha finito per rappresentare a propria volta un autogol, troppo inficiato com’è dalla character assassination dell’avversario.  E’ vissuta da molti ormai sui social con crescente fastidio, è uno dei fattori di crisi della credibilità della leadership renziana.

Per converso, il modello Casaleggio attira molte critiche, ma guarda “oltre”. Non è vero che sia una piattaforma aperta, perché anche nella nuova app Rousseau, che viene rilasciata “a fette” progressive di questi tempi, i 130mila iscritti sono rigidamente compartimentati secondo diversi livelli: ottenuta la chiave di accesso per identità, un livello di compartimentazione è quello orizzontale-territoriale, a cui se ne somma uno verticale per diversa carica occupata, dai Comuni al Parlamento Europeo. Sta di fatto che ai semplici iscritti a Torino non risulta agevole farsi un’idea dei dibattito sui rifiuti o sulle partecipate aperto a Roma, e viceversa. Ma, contemporaneamente, Rousseau è un formidabile strumento per indirizzare-controllare quelli che prima del turno amministrativi erano i 1796 eletti certificati del movimento ai diversi livelli, e che ora sono diventati molti di più. E oltre alla dimensione identitaria-organizzativa-controllo, la Casaleggio Associati sin dall’inizio ha iniziato a raccogliere e interpretare metadati in rete per scegliere toni e candidati, e per escludere la concessione del simbolo. Una grande riservatezza sin dall’inizio copre questa attività, perché dai suoi bilanci la Casaleggio sembra non avere la mole di risorse finanziarie per elaborare e perfezionare la serie di algoritmi necessari a raccogliere e interpretare milioni e milioni di conversazioni sui più diversi argomenti, e anche la Casaleggio come il Pd non risulta aver coinvolto accademici e tecnici nel lavoro d’interpretazione dei dati. Ma è proprio il mutare del sentiment attraverso l’analisi di metadati, dicono alcuni, ad aver spinto Casaleggio prima della sua scomparsa a convincere Grillo al passo indietro.

In conclusione, siamo ancora ai primi passi.  Ci sono competenze per applicare i metadati alla politica anche in Italia, come lo spin off universitario realizzato a Milano da Andrea Ceron e Luigi Curini, o società come Blogmeter che lavora soprattutto per le grandi reti del consumo. Ma in politica i tanto criticati 5 stelle hanno alla propria testa un ferreo e motivato circolo chiuso d’indirizzo sui metadati, il Pd mostra di averlo capito ma ancora non lo pratica (e comunque vi osterebbe l’odio fortissimo reciproco nutrito dai suoi leader), gli altri balbettano.

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