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Minibond, il 40% delle Pmi non è al corrente delle agevolazioni fiscali


I minibond offrono una fonte alternativa di finanziamento rispetto al canale bancario, e sono interessanti soprattutto per le piccole e medie imprese, che hanno bisogno di risorse a sostegno dei propri progetti di sviluppo, ma spesso necessitano di piani di ammortamento diversi da quelli previsti normalmente dagli istituti di credito.

E in effetti il mercato di questa particolare tipologia di obbligazioni societarie – che si colloca idealmente a metà strada tra high yield e debito privato – sta indubbiamente crescendo anche in Italia: secondo i dati di Borsa Italiana, i minibond quotati sul segmento ExtraMot Pro al 30 giugno 2016 erano in tutto 177, per un controvalore di 6,8 miliardi di euro, di cui 151 – circa l’85% – sotto i 50 milioni di euro (per un controvalore di 1,3 miliardi): per quest’ultimo tipo di emissioni, la cedola media è del 5,4% annuo e la scadenza media di 5,7 anni. Restringendo il campo al solo secondo trimestre dell’anno in corso, le emissioni sono state 13, di cui 10 sotto i 50 milioni di euro (cedola media 5% e maturity media 3,8 anni).

Potenziale inespresso

Resta il fatto che il potenziale inespresso dei minibond è ancora elevato, anche perché tuttora molte aziende non sono pienamente consapevoli di questa opportunità. Basti pensare che, secondo dati di Banca d’Italia citati nel corso di un evento ospitato da Bloomberg a Milano,  il 40% delle PMI italiane non è al corrente delle agevolazioni fiscali legate ai minibond, e cioè:

  • piena deducibilità degli interessi passivi;
  • esenzione dell’applicazione della ritenuta sugli interessi corrisposti;
  • deducibilità dei costi inerenti l’emissione.

Questi strumenti presentano poi dei vantaggi anche per gli investitori che decidono di sottoscriverli. Tanto per cominciare offrono rendimenti elevati, oltre a consentire di avere un rapporto diretto con l’imprenditore e di osservare da vicino il progetto finanziato.

Gli attori

Secondo una ricerca messa a punto da Mps Capital Services, l’emittente tipo di minibond è un’azienda con un fatturato compreso tra 20 e i 250 milioni di euro circa (ma non mancano realtà con fatturato inferiore), un progetto da realizzare e diversi requisiti, tra cui elevati tassi di crescita attesi, management stabile e una certa trasparenza nella reportistca.

Quanto agli investitori, a fare la parte del leone sono i fondi di minibond riservati a istituzionali, come il fondo PMI Italia, che dispongono delle competenze necessarie per valutare l’emittente, il progetto da finanziare e la capacità di rimborso del titolo. Ma i minibond attirano anche l’attenzione di banche locali, assicurazioni, cooperative, finanziarie regionali e, ultimamente, family office, che costituiscono un possibile punto di contatto tra minibond e clientela “retail”.

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Fonte: Mps Capital Services (Gruppo Montepaschi)

Il futuro

Con le  banche che non sembrano destinate a tornare tanto presto a riaprire i rubinetti del credito, lo spazio di crescita per i minibond certo non manca. Come tutte le cose però, anche questi strumenti – introdotti in Italia con il Decreto Sviluppo del 2012 – hanno bisogno di farsi conoscere: ci vorrà tempo e, forse, una comunicazione più decisa per sensibilizzare le PMI su questo tema.

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