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STARTUP. QUALE E’ LO STATO DELL’ARTE?

STARTUP INNOVATIVE. LEGGI, BILANCI E RISULTATI

 

 

Rendere l’Italia un Paese più ospitale per le nuove imprese innovative, le startup, siano esse digitali, industriali, artigianali, sociali, legate al commercio o all’agricoltura, o ad altri settori dell’economia, significa innanzitutto tentare di innescare un’inversione di tendenza in fatto di crescita economica e di occupazione, in particolare giovanile. Ma significa anche spingere affinché il nostro Paese diventi più veloce e dinamico, capace di tornare a scommettere sulle sue energie migliori.
In questo solco, il D.L. 179/2012 recante “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”,  ha introdotto nel panorama legislativo italiano un quadro di riferimento organico per favorire la nascita e la crescita di nuove imprese innovative (startup). La normativa è stata successivamente modificata dal d.l. n. 76/2013 e dal d.l. n. 3/2015.

L’art. 25 del decreto definisce la start-up innovativa come una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano oppure Societas Europea, le cui azioni o quote non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione. Vi rientrano, pertanto, sia le srl, sia le spa, le sapa, sia le società cooperative.

La società per essere definita start-up deve possedere seguenti requisiti:

  • la società deve essere costituita e operare da non più di 60 mesi;
  • essere residente in Italia, o in uno degli stati membri dell’Unione Europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo, purchè abbia una sede produttiva o una filiale in Italia;
  • il totale del valore della produzione annua, a partire dal secondo anno di attività, non deve superare i 5 milioni di euro;
  • non deve distribuire o aver distribuito utili;
  • deve avere quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
  • non deve essere stata costituita per effetto di una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.

Inoltre, la start-up deve soddisfare almeno uno dei seguenti criteri:

  1. sostenere spese in ricerca e sviluppo in misura pari o superiore al 15 per cento del maggiore importo tra il costo e il valore della produzione;
  2. impiegare personale altamente qualificato per almeno un terzo della propria forza lavoro ovvero in percentuale uguale o superiore a due terzi della forza lavoro complessiva di personale in possesso di laurea magistrale
  3. essere titolare o depositaria o licenziataria di almeno una privativa industriale relativa ad una invenzione industriale, biotecnologica, a una topografia di prodotto a semiconduttori o a una varietà vegetale ovvero sia titolare dei diritti relativi ad un programma per elaboratore originario registrato presso il Registro pubblico speciale per i programmi per elaboratore, purchè tali privative siano direttamente afferenti all’oggetto sociale e all’attività di impresa.

 

Sezione speciale del Registro Imprese

Viene istituita un’apposita sezione del Registro delle imprese con l’iscrizione obbligatoria per le start-up innovative e gli incubatori certificati al fine di poter usufruire dei benefici introdotti dalla normativa e nel contempo garantire la massima pubblicità e trasparenza.

Incubatore certificato di imprese start-up innovative

La norma definisce anche l’incubatore certificato di imprese start-up innovative, qualificandolo come una società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano o di una Societas Europaea, residente in Italia, che offre servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo di start-up innovative ed è in possesso dei seguenti requisiti:

  • disporre di strutture, anche immobiliari, adeguate ad accogliere start-up innovative, quali spazi riservati per poter installare attrezzature di prova, test, verifica o ricerca;
  • disporre di attrezzature adeguate all’attivita’ delle start-up innovative, quali sistemi di accesso in banda ultralarga alla rete internet, sale riunioni, macchinari per test, prove o prototipi;
  • essere amministrato o diretto da persone di riconosciuta competenza in materia di impresa e innovazione ed avere a disposizione una struttura tecnica e di consulenza manageriale permanente;
  • avere regolari rapporti di collaborazione con universita’, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari che svolgono attivita’ e progetti collegati a start-up innovative;
  • avere adeguata e comprovata esperienza nell’attivita’ di sostegno a start-up innovative.

Deroghe al diritto societario e riduzione degli oneri per l’avvio

Per consentire una gestione più flessibile e più funzionale alle esigenze di governance tipiche delle start-up, soprattutto se costituite in forma di S.r.l., sono introdotte le seguenti facoltà:

  • facoltà di estendere di dodici mesi il periodo di c.d. “rinvio a nuovo” delle perdite (dalla chiusura dell’esercizio successivo alla chiusura del secondo esercizio successivo) e, nei casi di riduzione al di sotto del minimo legale, di consentire il differimento della decisione sulla ricapitalizzazione entro la chiusura dell’esercizio successivo.
  • facoltà di utilizzare anche per le startup innovative costituite in forma di S.R.L. istituti ammessi solo nelle S.p.A., in particolare la libera determinazione dei diritti attribuiti ai soci, attraverso la creazione di categorie di quote anche prive di diritti di voto o con diritti di voto non proporzionali alla partecipazione, o l’emissione di strumenti finanziari partecipativi;
  • facoltà di offrire al pubblico quote di partecipazione in startup innovative costituite in forma di S.R.L., consentendo di facilitarne l’accesso al capitale indipendentemente dalla forma giuridica prescelta;
  • facoltà di deroga al divieto assoluto di operazioni sulle proprie partecipazioni qualora l’operazione sia effettuata in attuazione di piani di incentivazione che prevedano l’assegnazione di strumenti finanziari a dipendenti, collaboratori, componenti dell’organo amministrativo o prestatori di opere o servizi, anche professionali (stock options e work for equity).
  • facoltà di emettere strumenti finanziari  forniti di diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi, escluso il voto nelle decisioni dei soci.

La start-up innovativa e l’incubatore certificato dal momento della loro iscrizione nella sezione speciale del registro delle imprese, sono esonerati dal pagamento dell’imposta di bollo e dei diritti di segreteria dovuti per gli adempimenti relativi alle iscrizioni nel registro delle imprese, nonche’ dal pagamento del diritto annuale. L’esenzione e’ dipendente dal mantenimento dei requisiti previsti dalla legge per l’acquisizione della qualifica di start-up innovativa e di incubatore certificato e dura comunque non oltre il quinto anno di iscrizione.Viene introdotto un regime fiscale e contributivo di favore per i piani di incentivazione basati sull’assegnazione di azioni, quote o titoli similari ad amministratori, dipendenti, collaboratori e fornitori delle imprese startup innovative e degli incubatori certificati. Il reddito derivante dall’attribuzione di questi strumenti finanziari o diritti non concorrerà alla formazione della base imponibile, sia a fini fiscali che contributivi. In questo modo, viene facilitata la partecipazione diretta al rischio di impresa, ad esempio attraverso l’assegnazione di stock options al personale dipendente o ai collaboratori di un’impresa startup.

Incentivi all’investimento in start-up innovative 

Per rafforzare la crescita e la propensione all’investimento in imprese startup innovative, è fondamentale cercare di creare un clima favorevole al loro sviluppo aumentando la loro capacità di attrazione dei capitali privati, anche grazie alla leva fiscale. Si è stabilito pertanto che sia consentito alle persone fisiche e giuridiche rispettivamente di detrarre o dedurre dal proprio reddito imponibile una parte delle somme investite in imprese startup innovative, sia direttamente che attraverso fondi specializzati.                                                 Per quanto riguarda l’accesso al credito, le startup potranno usufruire gratis e in modo semplificato del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, anche mediante la previsione di condizioni di favore in termini di copertura e di importo massimo garantito.

Sostegno all’internazionalizzazione

Vengono incluse anche le imprese startup innovative operanti in Italia tra quelle beneficiarie dei servizi messi a disposizione dall’Agenzia ICE per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane e dal Desk Italia: assistenza in materia normativa, societaria, fiscale, immobiliare, contrattualistica e creditizia, eventuale ospitalità a titolo gratuito alle principali fiere e manifestazioni internazionali e attività volta a favorire l’incontro delle start-up innovative con investitori potenziali per le fasi di early stage capital e di capitale di espansione.

Gestione della crisi nell’impresa startup innovativa e attività di controllo

L’intervento disciplina il fenomeno della crisi aziendale delle startup innovative, tenendo conto dell’elevato rischio economico assunto da chi decide di fare impresa investendo in attività ad alto livello d’innovazione. Dato l’elevato tasso di mortalità fisiologica delle startup si vuole indurre l’imprenditore a prendere atto il prima possibile del fallimento del programma posto a base dell’iniziativa. La scelta è quella di sottrarre le startup alle procedure concorsuali vigenti, prevedendo il loro assoggettamento, in via esclusiva, alla disciplina della gestione della crisi da sovra-indebitamento, applicabile ai soggetti non fallibili che non prevede la perdita di capacità dell’imprenditore ma la mera segregazione del patrimonio destinato alla soddisfazione dei creditori.

Per facilitare l’avvio di startup si prevede che, una volta decorsi dodici mesi dall’iscrizione nel Registro delle imprese del decreto di apertura della procedura liquidatoria, i dati relativi ai relativi soci non siano più accessibili al pubblico ma esclusivamente all’autorità giudiziaria e alle autorità di vigilanza.                                                                                                         In base ai dati raccolti da Cerved nel Registro delle Imprese Italiano, sono quasi 3 milioni le imprese nate tra 2008 e primo semestre del 2015 con sede in italia: di queste, 737 mila hanno adottato la società di capitale e 451 mila sono effettivamente newco, ossia non sono frutto di operazioni straordinarie (fusione, cessione, etc.). 285 mila newco hanno presentato un bilancio valido (2013 o 2014) e 276 mila hanno valore della produzione inferiore a 5 milioni di Euro e non hanno distribuito utili: sono queste le imprese che hanno i requisiti per iscriversi come startup innovative, se effettivamente svolgono un’attività innovativa

CERVED

Al bacino delle potenziali startup viene imposta come condizione preliminare la presenza di un sito web: sono 56 mila, circa un quinto del bacino potenziale.

A fine 2015 le imprese censite nel registro delle startup e delle PMI innovative erano 5.439, un numero che non assume alcun significato se non si scandaglia la genesi e la natura della neo-imprenditoria italiana, per accorgersi che le aziende veramente innovative sono molte meno e che il registro è una scatola che contiene di tutto un po’ ma non tutto.

STARTUPSOLE

Tra le 5.439 vi sono imprese che provvedono allo sviluppo, alla produzione e alla commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico figurano produttori di bevande, alberghi (uno dei quali con sito web in costruzione), coltivatori, retailer e fornitori che traspongono in digitale ciò che già esiste offline, come servizi di baby sitting, vendite al dettaglio o all’ingrosso, sartoria oppure offset printing. Tutte imprese che di innovativo hanno solo il canale di vendita, ovvero l’ecommerce. Il registro elenca startup che hanno avuto accesso a fondi pubblici e non vi figurano invece quelle che hanno trovato altre forme di finanziamento.

I settori in cui le start up operano sono 5: Agricoltura/Pesca, Commercio, Industria/Artigianato, Servizi, Turismo.

Il maggior numero si start up opera nel settore Servizi (3893) seguito da Industria/Artigianato (954), Commercio (230), Turismo (39), Agricoltura/Pesca (15).

Tutto ciò serve a ribadire che deve essere il mercato a definire ciò che è innovativo e non un decreto. La rappresentazione numerica offerta dal registro è una lente d’ingrandimento che rende macroscopico il fenomeno startup il quale, al contrario, soffre di crescita rallentata. Il registro diventa quindi strumento di distorsione di un intero comparto che merita ben altre attenzioni,  in quanto gli startupper italiani avrebbero talenti e creatività riconosciute anche all’estero, mentre tra le cose che mancano per favorire la crescita organica c’è la capacità di attrarre investimenti.

Selezionando le neo imprese nate da una invenzione – frutto del coordinamento con i centri di ricerca o atenei – protetta da brevetto, si scopre che sono in totale 1015 delle quali ben 39 hanno già superato la soglia di un fatturato che oscilla tra i 500.000 euro e il milione.

Alcune di queste – pochissime in realtà considerando che la maggior parte delle start up per ora non supera i 9 dipendenti e molto sono nate da una attività di ricerca e sviluppo – si sono ormai strutturate, sotto il profilo del numero degli addetti, come vere e proprie imprese con un numero di dipendenti che va da un minimo di 50 a 249.

Il peso delle nuove imprese innovative sulle società di capitali è più elevato della media nei servizi alle imprese (0,78%) e nell’industria in senso stretto (0,31%). Si evidenzia che il 18,3% delle società di capitali che operano nelle attività di R&S sono startup innovative; notevole è anche la quota di startup fra le società dei servizi di produzione di software (4,8%).

Una delle caratteristiche peculiari delle startup innovative è l’elevato grado di immobilizzazione dall’attivo patrimoniale: il rapporto è pari al 29,9% ed è cinque volte il rapporto medio delle società di capitali (5,9%).

Durante i primi esercizi di operatività è probabile che si presentino risultati economici in perdita a causa del peso del debito nella fase iniziale dell’attività. Il 57,1% delle startup innovative nel 2015 è in perdita (questo insieme di imprese rappresenta circa il 40% della produzione complessiva), mentre il restante 42,9% presenta un utile d’esercizio. Gli indicatori di redditività ROI e ROE delle startup innovative registrano valori negativi, ma se ci si riferisce soltanto alle imprese in utile, gli indici sono sensibilmente migliori di quelli delle altre società di capitali. La struttura finanziaria delle startup innovative è relativamente migliore di quella delle società di capitali. Situazione inversa per le startup in utile, che hanno una situazione finanziaria peggiore della media delle società di capitali. Per ogni euro di produzione le startup innovative generano in media 12 centesimi di valore aggiunto, un dato più basso di quello delle società di capitali (20 centesimi). Limitatamente alle imprese in utile, le startup generano invece più valore aggiunto delle società di capitali (33 centesimi contro 20).

Il loro numero cresce in media al ritmo di 2 imprese al giorno, quindi è probabile che al momento di leggere, la statistica risulterà già obsoleta. Quello che è interessante notare dalla Relazione 2015 del Registro Imprese, è che circa il 35% degli investimenti, ovvero 28,2 Mil di Euro (con riferimento al 2013, ultimo dato disponibile) ha beneficiato degli incentivi fiscali previsti dalla legge 221.

Se invece analizziamo il Venture Capital per le startup in Italia, si potrebbe  riassumere la sua attività con la formula: poco e quel poco sussidiato dal settore pubblico non in maniera trascurabile. Al dato sul VC fa da contraltare il dato sui finanziamenti bancari erogati alle startup tramite accesso al Fondo di Garanzia: 198 Mil. di Euro (al 30 giugno 2015). Che il nostro sistema finanziario sia banca-centrico non lo si scopre certo oggi, ma rimane evidente lo scarto in termini dimensionali con l’investimento equity di qui sopra. Il che fa sorgere una prima serie di domande. Deve dunque la politica industriale del nostro Paese ancora concentrarsi sul tentativo di rivitalizzare il segmento VC? Eventualmente quale  modello di policy adottare? Può il governmental venture capital (vedi il fondo “Italia Venture I” gestito da Invitalia Ventures), seppur incardinato in una logica di co-investimento con partner privati sulla falsa riga del modello israeliano “Yozma”, rappresentare la strada giusta? Quale relazione esiste tra i due strumenti di policy implementati, incentivazione fiscale del VC ed accesso privilegiato al Fondo di Garanzia: complementarietà o sostituzione? Queste sono solo alcune delle domande che sorgono sulla tematica finanziamento. Ma veniamo al secondo aspetto: dal 1° gennaio 2014 al 30 giugno 2015 sono state solo 59 le imprese che hanno cessato la loro attività. Le startup innovative italiane sostanzialmente non muoiono. O comunque muoiono (molto) meno rispetto a quanto ci si sarebbe potuto aspettare. Bisogna anche qua capire il perché. Il dato non è necessariamente positivo. Queste imprese dovrebbero infatti  incarnare progetti imprenditoriali altamente innovativi, dagli esiti fortemente incerti, “fisiologicamente” destinate ad un alto tasso di fallimento. La stessa policy riconosceva questa necessaria quintessenza, prevedendo dei meccanismi di “fail fast” per consentire agli imprenditori una rapida ripartenza e comunque una minore vessazione in caso di fallimento.

L’analisi della casistica dei fallimenti delle iniziative imprenditoriali rientranti nella definizione di startup evidenzia quali sono i punti fondamentali di carenza che portano alla chiusura:

  • Mancanza di mercato del prodotto o servizio commercializzato,
  • Esaurimento della cassa liquida,
  • Team sbagliato per competenze o affinità,
  • Scarsa competenza del mercato o del prodotto,
  • Prezzi sbagliati dei prodotti e loro posizionamento concorrenziale,
  • Prodotto povero o poco innovativo,
  • Mancanza di business model con conseguente sbandamento operativo,
  • Marketing inadeguato,
  • Scarsa attenzione ai clienti ed alle loro esigenze,
  • Prodotto fuori moda o fuori mercato,
  • Perdita del focus,
  • Disarmonie con gli investitori e con la base societaria.


Un dato freschissimo dice che gli investimenti in start up sono stati negli ultimi sei mesi di 2,4 miliardi di dollari nel Regno Unito e di soli 72 milioni di dollari in Italia. Un gap che non è solo di carattere finanziario (sappiamo tutti che loro sono la capitale finanziaria d’Europa e una delle principali del mondo), ma è anche legato alla facilità con la quale si apre e si gestisce un’azienda, la leggerezza della burocrazia e i costi relativi.

Per superare queste barriere, e nato un nuovo sistema per investire nelle start-up innovative, un sistema tutto digitale e approvato dalla Consob: CrowdFundMe, una piattaforma di equity crowdfunding, che ha lanciato il suo portale a luglio. Il nuovo sistema permetterà di acquistare quote societarie senza dover andare in banca per la validazione e il perfezionamento dell’investimento: tutta l’operazione si conclude online.

In Italia le startup innovative sono 5.949, un numero non alto ma con enormi potenzialità di sviluppo: danno lavoro a 22 mila persone, fatturano 349 milioni di euro e quasi un quarto di esse è guidata da giovani under-35. Queste cifre possono sembrare basse (e in effetti lo sono) ma potrebbero crescere esponenzialmente con un sostegno maggiore. La mancanza di opportunità di finanziamento porta alla mortalità di una start-up su due nel giro dei primi 24 mesi. L’equity crowdfunding è un’opportunità perché permette di raccogliere finanziamenti anche da piccolissimi investitori (su CrowdFundMe si parte da un minimo di 250 euro): un’alternativa ai “business angels” e ai fondi di investimento che in Italia investono molto poco nelle start-up.

 

 

 

 

 

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