L’ANGOLO DI ADAM SMITH

La banca degli onesti

 

L’assonanza tra la banda degli onesti e la banca degli onesti è fin troppo ovvia: e in tutti e due i casi alla mente degli italiani vengono in mente dei Totò e Peppino che stampano soldi falsi, piuttosto che integerrimi banchieri dediti a massimizzare gli interessi di clienti ed azionisti nel rigoroso rispetto della legge.

In questo periodo così turbolento per il mondo del credito, molti si chiedono se i problemi enormi che si trovano a dover fronteggiare le banche italiane siano frutto soprattutto di disonestà o incapacità o cattiva sorte, intendendosi per quest’ultima la situazione di stagnazione economica costellata da shock in cui vive da anni l’economia italiana. Oppure una combinazione delle tre cose insieme.

A tali quesiti tenta di dare una sua personalissima risposta Fabio Innocenzi, oggi 55enne capo italiano del private banking (la gestione personalizzata di portafogli) di UBS ed in passato enfant prodige della finanza italiana. A poco più di 30 anni, infatti, Innocenzi si è trovato alla guida del comparto del risparmio gestito di Unicredit, allargatosi con l’acquisizione di Pioneer, fino a diventare il numero 1 del settore in Italia. Appena 40enne, è stato nominato amministratore delegato di Banca Popolare di Verona portandola a divenire, tramite una buona gestione, la fusione con la Popolare di Novara e quella più discutibile con la Popolare di Lodi, il terzo gruppo bancario del paese, il Banco Popolare. Nel momento di massimo splendore della sua carriera, gli dei, sempre invidiosi del successo e della ybris dei mortali, hanno deciso di punire il brillante banchiere, scatenando nel 2008 la tempesta perfetta: conti un po’ marci di Popolare di Lodi, crisi finanziaria internazionale e scandalo Italease, società collegata al Banco, con conseguente ricevimento di avviso di garanzia da parte di Innocenzi.

L’esperienza per lui è stata così formativa (e traumatica) che ha deciso di scrivere un libro per raccontare la sua storia il cui titolo è significativo: “Sabbie mobili: esiste un banchiere perbene?”. La sabbie mobili sono quelle dei gironi danteschi giudiziari cui sono sottoposti gli imputati italiani, soprattutto quelli innocenti. L’esistenza del banchiere perbene è una domanda legittima vista la demonologia che si è sviluppata nel mondo occidentale per il quale “le banche” sono viste come una sorta di entità metafisica maligna impegnata a distruggere “l’economia reale”, truffare i risparmiatori, ricattare i governi ed ingrassare, per l’appunto, i banchieri.

Le risposte di Innocenzi sono necessariamente provvisorie, ma vanno lette in primis perché il libro è scritto bene: l’ex enfant prodige della finanza ha un talento di narratore e sa alternare umorismo e suspense. In secondo luogo perché affronta attraverso il proprio vissuto almeno 4 temi fondamentali: il funzionamento della giustizia, la governance delle banche italiane, mercato ed istituzioni del Belpaese e la fallacia del complottismo.

Partiamo da quest’ultimo tema. Chi vede il mondo bancario attraverso le lenti deformate del grillismo o della Naomi Klein di turno prende un ovvio abbaglio. I banchieri non sono una setta di templari solidali intenti ad estrarre valore per sé a scapito di tutto il resto dell’universo. Sono persone a volte capaci, altre meno, bricconi o galantuomini, pavidi o coraggiosi ma tutti umani, fin troppo umani. Le loro decisioni hanno a che fare con il calcolo economico e la conoscenza professionale ma anche con tutte le altre componenti dell’azione umana che troviamo nella nostra classe del liceo o al circolo delle bocce: moralità, ingordigia, simpatia, odio, orgoglio, lungimiranza, sventatezza, lealtà, disonestà . Le descrizioni dei vari personaggi in commedia fan ben comprendere che è possibile si creino delle consorterie, la più celebre rimane quella dei “furbetti del quartierino” sui quali si allungava l’ombra del “capo”, l’ex governatore di Banca d’Italia Fazio, ma sono occasionali e rapide a sciogliersi. Le alleanze sono variabili, benché alcune amicizie siano più durature così come certe inimicizie. Molti, compreso l’autore, sviluppano un robusto ego: c’è chi lo tiene sotto controllo e chi no. Ma, insomma, più che di fronte alla Spectre ci si trova davanti al gruppo TNT di Alan Ford.

Quest’aspetto umano, che rende godibile il libro, fa rimanere un po’sottotraccia il secondo aspetto che a mio parere è determinante per capire glorie e disastri delle banche italiane, quello della governance. Non che Innocenzi se ne dimentichi: parla dei controlli interni carenti e abbozza una difesa non troppo convincente del sistema delle banche popolari. Tuttavia, non emerge abbastanza chiaramente che i più importanti flop bancari italiani sono riconducibili ad un solo fattore: pessimo governo societario, reso possibile da regole interne sconclusionate o non rispettate, in assenza di controlli interni e con scarsa efficacia dell’azione delle autorità di vigilanza. Esempi? Popolare di Lodi, MPS, Popolare Brescia, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Banca Marche, Cariferrara, Etruria, Banco di Sicilia, Carichieti, tutte banche popolari o nelle mani di fondazioni autoreferenziali e quasi sempre non quotate, il che vorrà pur dire qualcosa. La mancanza di abbastanza gatekeepers, i guardiani dei cancelli, sia di mercato che istituzionali, sono un guaio serio in Italia, così come lo è la commistione tra politica, banche, imprenditoria locale.

Il che ci porta alle considerazioni sul mercato e le istituzioni in Italia. Innocenzi fa una scoperta in America, dove per un certo periodo va a lavorare: la rigidità del mercato del lavoro, il posto fisso, l’assenza di meritocrazia con premi e punizioni a seconda della performance non sono garanzie sociali, ma una clamorosa iniquità verso chi è fuori dal circuito lavorativo e, pur più capace, non riesce ad entrarci perché escluso dai privilegiati che presidiano la cittadella degli occupati a tempo indeterminato. E’ una rivelazione che forse non aveva bisogno di Boston per palesarsi, ma gli viene descritta dal suo collega americano in termini esemplari. E le istituzioni nel nostro paese, tra cui la magistratura di cui parleremo a breve, sembrano muoversi tutte in un contesto in cui sia ovvio che non è il mercato a determinare il successo o il fallimento di un’impresa. Desolante.

Infine, la giustizia. In tutto il mondo capita ad innocenti di essere ingiustamente accusati e, contrariamente a ciò che è fortunatamente capitato all’autore, ossia essere assolti, patire addirittura ingiuste condanne. Il processo penale è un inferno quasi peggiore della pena, soprattutto per chi ha la coscienza pulita. L’Italia ha questa particolarità che rende tutto meno sopportabile, vale a dire che per arrivare all’assoluzione di primo grado l’imputato è dovuto passare attraverso un PM (che avrebbe voluto archiviare), un GIP, un altro PM (che ha voluto rifarsi il suo convincimento), il GUP e, finalmente, il tribunale, in un lasso di tempo superiore ai 5 anni per un primo grado di giudizio relativo a reati commessi 7-8 anni prima. L’effetto è deleterio anche perché crea una certa assuefazione: nessuno dei colleghi di Innocenzi sembrava dare peso reale ai suoi problemi giudiziari, come se fosse una specie di pedaggio che bisogna pagare ad un sistema oscuro ma che non vuol dire nulla a meno che tu non sia un notorio brigante.

Fra tante cose che si sono scritte sulla crisi del sistema bancario italiano questo libro si inserisce dunque alla perfezione: lo leggi e capisci che nulla avviene per caso.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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