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Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

La ripresa s’è fermata, non l’errore politico di evitare misure radicali

 

 

La tossicchiante ripresa italiana s’è fermata. Perché i guai sono sempre gli stessi, da vent’anni dicono i numeri. E assume forme diverse nel tempo comunque un’analoga risposta della politica: incolpare le circostanze esterne, evitare i necessari rimedi radicali, inventarsi costose strategie per compiacere il voto e prendere a calci la lattina. Il declino italiano continua, rispetto agli altri paesi. E la tanto decantata carica del governo Renzi appare ferma, spenta, incartata.

Le attese sulla prima stima del PIL italiano nel secondo trimestre 2016 sul precedente già scontavano un rallentamento rispetto al primo, che si era chiuso su un +0,3%. Che era comunque positivo, se si pensa che l’andamento del 2015 era stato in continuo décalage: dal +0,4% del primo trimestre, a +0,3%, +0,2% +0.1% nei trimestri successivi. La frenata era attesa, ma ci si aspettava comunque un sia pur risicato segno “più”. Invece la crescita zero ci fa tornare a una ripresa italiana che non riesce proprio a ingranare la marcia. Come già annunciato, del resto, dal dato di giugno della produzione industriale, in contrazione dell1% su base annua.

I fattori esterni sono noti, e spingono alla frenata. Ma non è vero che spieghino tutto. Da diversi trimestri infatti la crisi delle ex economie emergenti e le continue stime al ribasso del commercio mondiale producevano – per un paese esportatore quale siamo – un contributo esterno sempre più modesto e poi negativo, alla crescita del valore aggiunto nazionale trimestrale. Ma il fattore positivo era rappresentato dai primi – per quanto modesti – segni di ripresa della domanda interna e dei consumi. Nel secondo trimestre 2016 la crisi internazionale resta, ma al contrario l’ISTAT ci informa che la componente netta import-export offre un contributo positivo alla crescita, mentre è quella dei consumi interni a dare un apporto negativo.

Certo, conta Brexit: ma fino a ieri la stima egli effetti del voto per l’uscita di Londra dalla Ue vedevano l’Italia come uno dei paesi meno “impattati” dalla secessione. La Brexit, la crisi turca e l’attacco di DAESH c’è per tutti, ma intanto i paesi dell’euroarea sono cresciuti dello 0,3% nel secondo trimestre e dell’1,6% rispetto a fine giugno del 2015, noi siamo a zero nel secondo trimestre e a +0,7% su metà 2015. Il che significa, tristemente, che continuiamo ad andar peggio degli altri quando ci sono frenate internazionali, e peggio pure quando invece la congiuntura europea e mondiale volge al meglio.

Limitiamoci a tre osservazioni su questa doccia fredda: che cosa può derivarne per i conti italiani, cosa sarebbe auspicabile, e una valutazione invece di realismo politico.

E’ ora ovvio che le prospettive di crescita dell’1,2% del PIL nel 2016 e dell’1,4% nel 2017, avanzate dal governo ad aprile scorso, non reggano più. Il PIL 2016 dell’Italia può oggi limitare il suo aumento reale tra lo 0,6% e lo 0,7%. Meno del 2015.

E’ lo stesso MEF ad aver stimato che una crescita 2016 inferiore di mezzo punto al previsto può comportare un deficit per l’anno in corso che sfiora o supera il 3% del PIL, mentre il debito pubblico non scenderebbe più di quel soffio promesso – dal 132,7% al 132,4% del PIL – ma crescerebbe fino al 134%. Il governo ha già dichiarato che era sua intenzione chiedere alla Ue un altro mezzo punto di PIL in più di deficit – dall’1,8% previsto nel 2017 sino al 2,3%. Ma tale richiesta diventa più complessa, se intanto si mancano per l’ennesima volta gli obiettivi che erano stati assunti con Bruxelles per il 2016. Tra parentesi: dacché il governo attuale è in carica ha già beneficiato di 1,7% di PIL di deficit aggiuntivo negli anni rispetto agli obiettivi contrattati dal governo precedente, non è vero che viviamo in un regime di austerità cieca e inflessibile.

Il Tesoro in queste settimane ha prennunciato che sino al 27 settembre, quando consegnerà la prevista nota di aggiornamento al DEF, limerà e correggerà le sue cifre per capire quali siano i margini della manovra di bilancio 2017.

Ma una cosa è sicura, ci saranno parecchi miliardi in meno rispetto alla rosee attese di qualche mese fa. E la minor crescita non aiuta certo nemmeno l’altro punto dolente italiano: quella della solidità complessiva del sistema bancario italiano, il cui margine di intermediazione da attività caratteristica – ergo la redditività – scenderà ulteriormente. Non proprio ciò che dovrebbe aiutare la complessa manovra in atto su MPS, o le attese per l’aumento di capitale di Unicredit.

Quanto agli auspici, e cioè cosa sarebbe preferibile, è un discorso lungo, che dipende dalla lettura che si dà della crisi italiana. Se si guarda ai numeri, l’Italia ha una crisi di produttività stagnante ventennale, da metà degli anni ‘90. E da allora – non dal 2008 o dal 2011 – gli investimenti netti delle migliaia di imprese industriali censite da Mediobanca sono inferiori alla quota annuale di ammortamenti: cioè la quota investita per nuovi impianti, innovazione di prodotto e processo, distributiva e di capitale umano è minore di quella spalmata nei bilanci annuali per “spesare” le innovazioni del passato (chi volesse approfondire questo e molti altri dati, li trova in questo bel librino di Riccardo Gallo) . Del resto, rileva sempre Mediobanca, il margine industriale delle imprese resta, nei bilanci 2015, inferiore del 37% a quello del 2007 e del 20% per le imprese manifatturiere: e non solo per la crisi del mercato interno, ma grazie a tasse che gravano anche se il reddito è zero o negativo. E Restiamo in Italia con una quota di occupati del 57%, rispetto al 78% della Germania, 77% della Gran Bretagna, 76,5% di Danimarca e Olanda.

In un paese con questi ritardi strutturali, servirebbero da anni interventi radicali per accrescere la produttività, abbattere il fisco su imprese e su lavoro, accrescere verticalmente la concorrenza, visto che il più dell’offerta dei servizi pubblici e privati ne restano escluse. E poiché per abbattere davvero il fisco di diversi punti di PIL occorre rivedere energicamente il perimetro dello Stato, come accrescere la concorrenza significa scontentare infinite lobby, è esattamente quel che la politica italiana di ogni colore ha diluito ed evitato di fare.

Se però dagli auspici passiamo al realismo politico, avverrà altro da quanto serve. Prevale l’idea generale che la colpa sia di una stagnazione secolare: ma essa non spiega perché noi andavamo e andiamo peggio degli altri, se non fosse per difetti domestici. Non si guarda all’effetto paradossale di aver chiesto alle banche centrali di comprare tempo con tassi negativi, che abbattono sì gli oneri per i debiti pubblici, ma nel tempo ottengono effetti sempre più distorsivi se gli interventi energici della politica mancano. Ci si accapiglia sulle regole europee: che hanno certo molte approssimazioni e difetti, ma così facendo in tutti i paesi europei si dà sempre più fiato a chi auspica l’esplosione della stessa Ue come soluzione alle responsabilità proprie.

La prossima legge finanziaria cade malauguratamente a cavallo del referendum sulla riforma costituzionale, sul quale Renzi e il governo hanno scommesso tutto. Ciò non aiuta, rispetto al bilancio che occorrebbe fare di interventi e bonus che sin qui hanno mobilitato ingenti risorse di bilancio, con però non ingenti risultati. E’ ovvio che il “segno” della manovra sia inteso invece dal governo al fine di convincere quella parte di oppositori al referendum che più il governo teme: sinistra Pd e sindacati. Ed ecco perché da mesi e mesi parliamo di prepensionamenti a chi un lavoro ce l’ha, invece di misure che sarebbero ben più urgenti per la ripresa italiana. Il declino continua rispetto agli altri paesi, buon referendum a tutti.

 

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