Il Punto di Vista di Oscar GIANNINO

Italia incurabile: il maxi assenteismo dei vigili a Roma derubricato a mera coincidenza

 

Per carità, come sempre massimo rispetto della magistratura e delle sue sentenze. Ma questo non impedisce di dire, in attesa di conoscere le motivazioni della decisione assunta dal giudice del lavoro della terza sezione del Tribunale di Roma, che è devastante il segnale arrivato ieri all’opinione pubblica, ai dipendenti del Campidoglio e in generale a tutti i dipendenti pubblici italiani, visto che Roma è la Capitale.

Il giudice ha stabilito infatti che la maxi astensione dal lavoro di 767 vigili urbani romani la notte del Capodanno 2015, cioè dell’83% dell’organico del corpo mentre in romani nelle strade festeggiavano l’anno nuovo, non fu affatto uno sciopero selvaggio. Di conseguenza il giudice ha anche annullato la multa di circa 100mila euro che tre mesi dopo fu comminata a 5 sindacati dall’Autorità Garante sul diritto di sciopero. La cifra va dunque restituita ai sindacati. A questa decisione si aggiunge che dei 767 vigili solo una trentina finì per essere soggetta a indagine disciplinare interna. Mentre dei ben 100 medici indagati per falso dalla Procura – o per aver sottoscritto certificazioni mediche per quella notte senza aver incontrato il paziente, o per aver delegato impropriamente ad altri colleghi il farlo, o per aver ceduto a terzi le proprie password per le comunicazioni d’obbligo all’INPS – la maggior parte sembra uscire senza danno dall’inchiesta.

La somma di questi tre segnali è univoca: dunque quella notte non accadde niente di particolare, ordinaria amministrazione. Aveva evidentemente ragione il sindacato Ospol che all’indomani della maxi astensione, a chi come noi ne protestava l’illegittimità e intollerabilità, replicava sdegnato che al contrario l’83% di astenuti era “una percentuale fisiologica”. Evidentemente, è stato solo un fortuito caso, che in quella notte contemporaneamente e senza alcun concerto ben 567 si dichiarassero malati, 63 assenti per donazioni di sangue (a Capodanno!), 81 a casa per assistere parenti con patologie coperte da congedo parentale disposto dalla legge 104, e 52 per altri motivi.

Ma non scherziamo, per favore. Chi davvero può credere a una simile coincidenza? Solo chi decide di ignorare che quella notte fu causata dal durissimo scontro che il corpo dei vigili riservava all’allora comandante fresco di nomina, il superpoliziotto Raffaele Clemente, vissuto dai caschi bianchi romani come un corpo estraneo. Tanto estraneo che aveva disposto immediatamente rotazioni a catena degli incarichi per tutto il corpo, al fine di svellere incrostazioni decennali e rischiose connivenze. E alla lotta strenua contro la rotazione si aggiungeva quella per il salario di merito diviso tra tutti a pioggia, grave problema che resta ancora insoluto per tutti i dipendenti capitolini.

I sindacati quella lotta l’hanno vinta. Clemente non è più il loro comandante. C’è un vice, e il nuovo comandante dovrà essere scelto dalla giunta Raggi entro fine ottobre. Ma cosa farà la nuova giunta? Il solo fatto che davanti al giudice del lavoro il Comune di Roma non si sia costituito nel procedimento, ignorando del tutto le parole durissime che all’indomani della maxi protesta furono pronunciate da Clemente, sembra proprio la dice lunga su quanto possiamo aspettarci. E allora diciamolo in chiaro. Se il sindaco e la giunta Raggi credessero di doversi ingraziare sindacati, vigili e dipendenti, fingendo di non vedere che la prima svolta da imprimere è proprio quella della legalità, dell’efficienza e della trasparenza, allora vorrebbe dire che non ci siamo proprio.

E il comune cittadino, la società civile, che cosa devono pensare, assistendo al passaggio istituzionale in cavalleria di una vicenda che generò ironia e disprezzo sugli organi d’informazione di mezzo mondo? I dipendenti pubblici onesti e leali, quelli che credono nel dovere di prestare servizio alla collettività rispettando le regole e aspettandosi di vedere il proprio merito finalmente riconosciuto, come non immaginare che ancora una volta allargheranno le braccia, pensando che se le cose stanno così allora non c’è alternativa e devono farsi furbi anche loro? E i dirigenti, incaricati di vigilare sul comportamento dei sottoposti, svolgendo le proprie funzioni saranno forse spinti a maggior scrupolo, o piuttosto a chiudere gli occhi e a lasciar correre?

Lo sappiamo tutti, sono domande retoriche. L’amara risposta è nei fatti. L’immobilismo delle peggiori prassi vince ancora una volta. E fa apparire gli impegni della politica, alle riforme e alle svolte morali, come pure espressioni labiali a cui non seguono fatti conseguenti.

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