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TAX RULING, REGOLE E VIOLAZIONI DEGLI ACCORDI FISCALI

LA PIANIFICAZIONE FISCALE DELLE MULTINAZIONALI.

Il tax ruling, tra regole e violazioni

 

La necessità di competere sul mercato globale ha provocato un mutamento della struttura organizzativa dei gruppi multinazionali: ne è nato un modello evoluto di grandi gruppi societari altamente integrati, per penetrare i mercati, creare sinergie e ridurre i costi.

Il disallineamento dei sistemi fiscali ha inizialmente generato problemi di doppia imposizione e costi di adempimento per le società globali. Le multinazionali hanno così posto in essere strategie di lecita pianificazione fiscale, che sfruttano i disallineamenti tra i vari sistemi fiscali per «rispondere» a schemi di imposizione societaria molto differenziati tra Paesi, oltre che a livelli di imposizione fiscale diversi.

Il tax ruling può essere descritto come una decisione anticipata in ambito fiscale, attraverso la quale le autorità di uno Stato membro comunicano ad una specifica società le modalità con cui verrà calcolata l’imposta sul reddito societario.
Mentre l’evasione fiscale consiste in una serie di atti illeciti volti a occultare o ignorare il presupposto d’imposta, nel senso che il contribuente paga meno rispetto a quanto dovrebbe per legge occultando redditi o informazioni alle amministrazioni fiscali, la pianificazione fiscale si verifica quando i contribuenti organizzano legalmente i loro affari fiscali al fine di ridurre al minimo il prelievo fiscale gravante su di essi.

L’estremizzazione di questi comportamenti ha generato strategie di pianificazione fiscale aggressiva che consiste nello sfruttare a proprio vantaggio le caratteristiche tecniche di un sistema fiscale o le disarmonie esistenti fra due o più sistemi fiscali al fine di ridurre l’ammontare dell’imposta dovuta e può essere attuata secondo vari schemi.

Fra le conseguenze di questa pratica si possono citare le doppie detrazioni (ad esempio la stessa perdita è detratta sia nello Stato della fonte che nello Stato di residenza) e la doppia non imposizione (ad esempio i redditi che non sono tassati nello Stato della fonte sono esenti nello Stato di residenza).

Dato che la pianificazione fiscale aggressiva consiste nello sfruttamento delle disparità esistenti tra due o più sistemi tributari, appare logico che  la stessa è ampiamente praticata da parte di imprese caratterizzate da un elevato livello di internazionalizzazione.

La tecnica di pianificazione fiscale più utilizzata dalle multinazionali è il “profit shifting”, che mira a spostare i profitti verso regimi fiscali privilegiati (caratterizzati da una bassa percentuale di prelievo fiscale) e di evitare il pagamento delle imposte nei paesi in cui le società pongono in essere operazioni commerciali sostanziali. Tale risultato può essere ottenuto, in una strategia aggressiva, nell’attribuire un valore artificiale ai corrispettivi da applicare alle operazioni commerciali intercorse tra società collegate e/o controllate residenti in nazioni diverse, al fine di trasferire l’imponibile dove più è conveniente. Una soluzione probabilmente efficace per contrastare tali fenomeni è la cooperazione tra Stati, sia sotto il profilo dell’armonizzazione degli strumenti legislativi, sia sotto il profilo della condivisione di metodi e strumenti di lavoro tra le Amministrazioni finanziarie.

 Il Tax Ruling, nella sua accezione deteriore di pianificazione fiscale aggressiva, è una definizione balzata in primo piano nelle cronache a seguito allo scandalo chiamato LuxLeaks, un affaire nato da una inchiesta giornalistica condotta in 31 paesi che portò alla luce un meccanismo (in quel momento perfettamente lecito) che permetteva a grandi aziende multinazionali di eludere il pagamento delle imposte.  Il nome venne scelto in quanto la base per le operazioni era il Lussemburgo, allora considerato uno dei paradisi fiscali, e toccò da vicino l’ora Presidente della Commissione UE, il lussemburghese Juncker.

Rimasero coinvolte trecento aziende in tutto il mondo di cui 31 in italia, tramite accordi segreti con il Lussemburgo, giganti come Amazon, Ikea, Deutsche Bank, Procter & Gamble, Pepsi e Gazprom, potevano spostare enormi quantità di denaro pagando spese irrisorie.  A livello italiano, tra le 28.000 pagine di documentazione saltarono fuori nomi eccellenti come Intesa San Paolo, Unicredit, Banca Marche e Sella, nonché Finmeccanica anche se statale.

Il fenomeno del tax ruling non ha riguardato solo il Granducato; già in passato l’ex commissario alla concorrenza Joaquin Almunia aveva aperto indagini, oltre che sul Lussemburgo relativamente ad Amazon e Fiat Finance and Trade, una sull’Olanda per Starbucks, e una sull’Irlanda riguardante Apple. In base ai risultati scaturiti da una indagine durata 15 mesi, la Commissione UE ha stabilito che i trattamenti fiscali di vantaggio riservati dai governi di Lussemburgo e Paesi Bassi nei confronti di Fca e Starbucks sono illegittimi e incompatibili con le normative comunitarie e per questo motivo entrambe le aziende hanno dovuto restituire circa 20-30 milioni di euro. Se la cifra in assoluto risulta poco significativa per i due giganti, il peso politico della presa di posizione ha pesato come un macigno.

Ultimo “scandalo” in termini temporali è giunto con il provvedimento di Bruxelles che ha multato Apple per una cifra record di 13 miliardi di Euro, per aver goduto, dal 2003, di vantaggi fiscali illeciti accordati dall’Irlanda. Secondo la decisione Ue, Cupertino dovrà restituire alla stessa Irlanda le imposte inevase, grazie a un sistema di aliquote vantaggiose, sui profitti ottenuti nel periodo dal 2003 al 2014.

La globalizzazione dell’economia non è stata accompagnata da un allineamento dei vari ordinamenti fiscali, che sono rimasti «imprigionati» entro i confini nazionali; in un ottica di competizione globale, gli Stati si sono «affidati» anche all’aspetto tributario per cercare di attrarre investimenti o comunque base imponibile.

A seguito di queste evoluzioni, le multinazionali hanno adattato la propria struttura organizzativa ottimizzando la loro produzione e commercializzazione a livello globale, per sfruttare sia i bassi livelli di tassazione sia il network delle oltre 3.000 convenzioni contro le doppie imposizioni esistenti tra i vari Paesi, e arbitrare tra le asimmetrie dei vari ordinamenti per pianificare a livello globale dove pagare le imposte.

Ogni procedura di ruling può avere una durata variabile da alcuni mesi o diversi anni e si concretizza in incontri e richieste di documentazioni integrative, oltre a eventuali accessi che hanno lo scopo di verificare l’esattezza dei dati forniti. La sua conclusione avviene firmando un accordo dove le parti stabiliscono il metodo e la formula da utilizzare per il calcolo del reddito dell’intangibile.

In Italia l’art. 8 della Legge n. 326/2003, ha previsto, per le imprese con attività internazionale , la possibilità di utilizzare una procedura di ruling, con principale riferimento al regime dei prezzi di trasferimento, degli interessi, dei dividendi e delle royalties, e alla valutazione preventiva della sussistenza o meno dei requisiti che configurano una stabile organizzazione situata nel territorio dello Stato, tenuti presenti i criteri previsti dall’articolo 162 del Tuir nonché dalle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate all’Italia.

Con le indicazioni odierne delle Entrate, si definisce la nuova procedura che consente di definire in anticipo con il Fisco il livello di tassazione di specifiche operazioni: il regime dei prezzi di trasferimento (il transfer pricing); la determinazione dei valori di uscita o di ingresso in caso di trasferimento della residenza; l’attribuzione di utili o perdite alla stabile organizzazione; la valutazione preventiva della sussistenza dei requisiti che configurano una stabile organizzazione; l’erogazione o percezione di dividendi, interessi, royalties e altri componenti reddituali.

La procedura in questione si conclude con la sottoscrizione di un accordo, tra l’Amministrazione finanziaria e l’impresa con attività internazionale, che vincola, entrambe le parti, sulle questioni oggetto di accordo per il periodo d’imposta nel corso del quale l’accordo stesso è stato stipulato e per i quattro periodi d’imposta successivi.

A valle dell’intesa tra società e Fisco, si prevede che la prima metta a disposizione dei funzionari la documentazione utile a verificare che tutto venga svolto, a livello contabile, come da accordi, anche attraverso verifiche sul campo delle Entrate sesse.

Quella del tax ruling, così regolata, è ormai una pratica mondiale, ma per la normativa UE tale comportamento “ha ridotto artificiosamente le imposte a carico delle società” e alterato artificiosamente la concorrenza. Per quanto riguarda la stima ufficiale del fenomeno, le analisi effettuate dall’OCSE hanno stimato, in modo prudenziale, una perdita di gettito compresa tra il 4% e il 10% delle entrate globali derivanti dalle imposte sui redditi delle società (corporate income tax), corrispondente a circa 100-240 miliardi di dollari all’anno.

Si è pertanto approvata la direttiva n. 2015/2376/UE, che troverà applicazione dal 1° gennaio 2017, riguardante lo scambio automatico obbligatorio di informazioni nel settore fiscale: l’obiettivo è migliorare la trasparenza delle regole fiscali che gli Stati membri forniscono in casi specifici alle imprese in merito alle modalità con cui sarà trattata la tassazione.

Sull’onda dell’indignazione generata dallo scandalo dei Panama Papers, alla fine di maggio 2016, i ministri delle Finanze dell’Unione europea hanno deciso di stilare una backlist europea dei paradisi fiscali. Naturalmente nel loro comunicato non parlano espressamente di paradisi fiscali né di liste nere. Li definiscono più pudicamente «giurisdizioni non cooperative» e specificano che si tratterà di paesi terzi, cioé non aderenti all’Unione europea. La Commissione europea ha avviato le procedure per definire il nuovo elenco e la lista dovrebbe essere pronta entro la fine del 2017.

I paradisi fiscali, infatti, non sono solo un problema esterno ai maggiori paesi del mondo e alla Ue ma anche e soprattutto interno. In primo luogo quando si parla dell’Unione europea. I paradisi fiscali che creano più problemi ai conti (disastrati) di molti paesi Ue sono proprio quelli dentro i confini della stessa Unione oppure legati ai paesi Ue da trattati e da vincoli storici. Ma questo i leader europei faticano ad ammetterlo.

La Gran Bretagna, per esempio, è al centro di una rete di paradisi fiscali che alimentano la City di Londra procurandole il gigantesco volume d’affari sul quale prospera l’industria dei servizi finanziari più efficace e ramificata del mondo. E’ vero che il paese abbandonerà la Ue dopo il referendum sulla Brexit, ma l’uscita non ha ancora una data certa.
Il primo cerchio di questo network è costituito dalle dipendenze della Corona: Jersey, Guernsey e l’Isola di Man, che fanno affari specialmente con Europa, Russia e Medio Oriente. Il secondo cerchio è composto dai territori britannici d’oltremare e da un gruppo di paesi del Commonwealth, come le Cayman e le Bermuda, che raccolgono capitali provenienti soprattutto dalle due Americhe.
Un secondo gruppo del network globale dei paradisi fiscali è incastonato dentro i confini dell’Unione europea. Il caso del Lussemburgo, sopra citato.
E poi ci sono la Svizzera, legata alla Ue da trattati e accordi di cooperazione, il Liechtenstein, Andorra, Montecarlo. L’Irlanda e l’Olanda sono due paesi membri a pieno titolo, eppure sono ampiamente utilizzati dalle società negli schemi aggressivi di “ottimizzazione fiscale” che impoveriscono gli altri stati membri dell’Unione.
Il terzo gruppo della rete è costituito dai paradisi fiscali asiatici: Hong Kong, Singapore, Macao e Labuan in Malaysia.
Infine c’è la rete che gravita attorno agli Stati Uniti, come il Belize e Panama. Per non parlare di alcuni stati degli Usa come il Delaware, il Nevada o il Wyoming, dove il numero di società schermo domiciliate continua costantemente ad aumentare.

Le giurisdizioni offshore non sono un’anomalia del sistema ma ne costituiscono una parte fondamentale. Per questo non è per nulla certo che gli sforzi dei paesi del G20 e dell’Ocse per ridimensionare il fenomeno abbiano successo. Le giurisdizioni offshore, infatti, prosperano non solo grazie all’elusione fiscale ma anche e soprattutto all’evasione fiscale. Si calcola che nei centri offshore possano essere custodite ricchezze finanziarie per 32mila miliardi di dollari. Interessi enormi che hanno bisogno dei paradisi fiscali e che cercano sempre nuovi canali di sbocco. «I soldi sono come l’acqua – ha affermato l’ex ministro delle Finanze svizzero, Hans Rudolf Mertz -: trovano sempre una fessura in cui scorrere. Ecco perché l’evasione fiscale continuerà a esistere in futuro». Ed il tax ruling continuerà ad essere applicato da coloro che , almeno all’apparenza, vorranno attenersi alle regole.

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