L’ANGOLO DI ADAM SMITH

Il baratto di Donald

 

“Make America Great Again!”. Lo slogan di Trump, evocativo di un’improbabile età dell’oro, ha innegabilmente avuto la stessa forza trascinatrice per una fetta consistente dell’elettorato americano del “Yes, we can” di Obama.

Peraltro, molti commentatori pensano che, ancor più del tema dell’immigrazione, la vittoria del candidato repubblicano sia dovuta alla sua retorica anti-commercio internazionale e la prova consisterebbe nel successo riscontrato negli Stati del Mid-west e dei Grandi Laghi che più hanno sofferto perdite occupazionali nel settore manifatturiero. Paradossalmente, Trump ha ottenuto percentuali del voto Latino e afro-americano lievemente superiori a quelle di Mitt Romney 4 anni fa, la qual cosa dimostrerebbe che molti cittadini appartenenti alle minoranze sono più preoccupati dei posti di lavoro che del linguaggio spesso offensivo del vincitore delle elezioni.

Ora, al di là dello sgomento di vedere un personaggio improbabile come The Donald ‎diventare l’uomo più potente del mondo, noi europei dobbiamo chiederci se il suo proposito di rendere l’America “Great” potrebbe realizzarsi a nostre spese.

E’ bene quindi esaminare quali siano stati i temi ricorrenti delle sue esternazioni, pur se non va dimenticato che per ogni affermazione di Trump su un determinato argomento è possibile trovarne una contraria o diversa e quindi qualsiasi analisi va compiuta cum grano salis.

La tesi di fondo del miliardario di New York è quella classica di ogni protezionista: la concorrenza sleale “unfair” dei paesi a basso costo del lavoro distrugge occupazione negli Stati Uniti. Gli indiziati speciali sono Messico e Cina: nei confronti della superpotenza asiatica Trump ha più volte minacciato di voler imporre dazi addirittura fino al  45 % sulle importazioni. Verso il Messico, oltre al famoso muro anti-immigrati, si vuole altresì erigere una barriera commerciale rinegoziando il Nafta, il trattato di libero scambio che unisce il Nord America. In questo caso le preoccupazioni sono rivolte soprattutto verso il fenomeno delle imprese statunitensi che delocalizzano a sud del Rio Grande e poi riesportano negli USA.

Un altro spauracchio agitato in campagna elettorale è stato il TPP, il Trattato sul libero commercio concluso tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico da 3 continenti, America, Asia e Oceania e rinnegato pure dall’opportunista Clinton. Il TPP, che è stato già firmato ed è solo in attesa dell’approvazione del Congresso, servirebbe in realtà a stabilire regole del commercio internazionale con paesi amici come Australia, Cile e Giappone per poi negoziare con Pechino in una posizione di maggior forza. Tuttavia, la contraddizione tra l’essere anti-Cina e allo stesso tempo anti-TPP non sembra preoccupare The Donald e, a questo punto, l’alleanza tra Democratici pro-sindacati e Repubblicani nazionalisti lascia poche speranze per un’approvazione parlamentare del Trattato.

Rimane l’Europa e il negoziato sul TTIP, il Partenariato Transatlantico. Non è stato un grande argomento di campagna elettorale, probabilmente giacché non molto conosciuto al grande pubblico e, più tristemente, perché l’Europa è sempre dipinta come vecchia e statica e quindi è difficile farla diventare una minaccia alla stregua dei cinesi o montare un caso sulle ammirate Mercedes e BMW che peraltro vengono fabbricate direttamente negli USA. L’impressione è che le bizze europee combinate alla presidenza Trump metteranno il TTIP così come lo conosciamo ora in un angolo e, se l’establishment repubblicano riuscirà a piazzare un po’ di suoi rappresentanti nella nuova amministrazione, potrebbe essere ripreso capitolo per capitolo con più modesti obbiettivi.

Un altro aspetto importante è la volontà dichiarata di Trump di abolire la legge Dodd-Frank che regolamenta banche e mercati finanziari, vista come un’inutile matassa di cavilli che soffocano l’iniziativa privata e impongono costi inutili. Poiché i servizi finanziari e i movimenti di capitale sono elementi fondamentali nel determinare i flussi di commercio internazionale e la bilancia dei pagamenti, è il caso di notare che in breve tempo l’Europa potrebbe trovarsi con le due più grandi piazze finanziarie del mondo, Londra e New York, più deregolamentate ed indipendenti dalla legislazione di Bruxelles. Se è vero che nel breve termine la City soffrirà nel caso in cui venga privata del passaporto europeo per i suoi servizi finanziari, è altrettanto vero che per il Vecchio Continente la sfida congiunta dei tre centri finanziari più importanti (includendo nel futuro Hong Kong) potrebbe creare guai seri.

Quali saranno le conseguenze dell’approccio trumpiano? Se realizzasse in pieno quel che ha detto, gli effetti sarebbero molto gravi: come ogni buon protezionista The Donald vive disconnesso, pensa di infliggere sanzioni e dazi agli altri senza che questi ultimi reagiscano con contromisure di ogni genere, politiche ed economiche. Inoltre, in alcuni casi le economie sono semplicemente interconnesse: le auto assemblate negli Stati Uniti dipendono dai pezzi di ricambio fabbricati in Messico e le BMW costruite in Nord America e che vengono riesportate in tutto il mondo con beneficio della bilancia commerciale USA, sono composte da pezzi provenienti dall’intero pianeta: se aumenti il prezzo delle componenti, aumenta anche quello delle BMW e quindi non le esporti più.

Infine, i dazi fanno crescere l’inflazione e i tassi di interesse ma diminuiscono la concorrenza: una triplice ricetta difficilmente benefica per l’economia.

E’ pur possibile che il magnate si limiti a qualche azione dimostrativa e poi scenda a più miti consigli a causa degli effetti negativi provocati dalle sue chiusure. Ciò non toglie che si prospetta lo stesso un periodo turbolento e difficile, poiché le caratteristiche che hanno fatto vincere le elezioni a Trump, la sua imprevedibilità e l’essere fuori dagli schemi, esercitate negli affari esteri e nelle politiche commerciali ed economiche non sono apprezzate ma impauriscono ed atterriscono.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

@aledenicola

 

 

 

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: