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RISPARMIO GESTITO. OLTRE AL RENDIMENTO VI SONO LE SPESE

 INDUSTRIA DI GESTIONE DEL RISPARMIO. COSTI VERI ED OCCULTI

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Un risparmiatore che voglia investire in borsa senza utilizzare in autonomia una piattaforma di trading online, generalmente offerta dalla banche, può seguire due strade: gli ETF e i fondi comuni di investimento.

Sotto la logica dell’investimento entrambi i tipi di Fondi si basano sulla possibilità di delegare l’investimento diretto del proprio denaro in titoli finanziari (azioni o obbligazioni) ad un investitore istituzionale.
Ogni fondo raccoglie i risparmi di una pluralità di investitori (privati) e si occupa della gestione finanziaria di tale patrimonio. Tuttavia ci sono delle differenze non trascurabili tra ETF e fondi comuni di investimento.

Gli ETF (Exchange Traded Fund)  sono fondi di investimento quotati in Borsa e hanno come obiettivo una gestione patrimoniale passiva, ovvero la replicazione esatta del loro benchmark (indici dei mercati azionari o obbligazionari).

Ciò significa che se si investe in un dato ETF, indicizzato su un dato benchmark, il rendimento dell’investimento tenderà a seguire i movimenti dello stesso in modo piuttosto preciso.

Diversamente, i fondi comuni di investimento hanno una gestione attiva: cercano cioè, di far rendere il tuo investimento in modo che superi il benchmark di riferimento. In tal senso è evidente che non c’è alcuna garanzia nel rendimento superiore e anzi non è raro che i fondi gestiti performino peggio degli ETF omologhi.

La differenza tra i due tipi di gestione, passiva e attiva, comporta delle differenze non trascurabili anche in termini di costi. Ciò significa che lo strumento finanziario che si sceglie avrà delle spese di gestione e una tassazione differente.

Gli ETF non sono gestiti, ma replicano il mercato. Pertanto hanno dei costi inferiori rispetto ai fondi comuni di investimento. I costi di negoziazione sono generalmente gli stessi previsti per le azioni.

Gli ETF presentano una commissione totale annua (TER) ridotta e non hanno nessuna commissione di “Entrata”, di “Uscita” e di “Performance” a carico dell’investitore.

Le cose però cambiano quando si parla di fondi di investimento, dato che le spese di gestione aumentano in modo considerevole, pur essendo divise tra i partecipanti del fondo, che in questo modo riescono a risparmiare sulle commissioni. È questa infatti una delle caratteristiche precipue del fondo di investimento comune.

I costi sono un fattore fondamentale tanto nella valutazione delle performance passate, quanto in ottica di previsione dei risultati futuri.

Per semplificare, i costi dei fondi possono essere divisi in due principali categorie:
–commissioni una tantum
– commissioni ricorrenti

Le prime rientrano nelle scelte gestionali della Sgr, in quanto, contrariamente a quelle ricorrenti, non tutti i fondi le prevedono: le performance pubblicate sono al netto delle commissioni ricorrenti, ma non incorporano le commissioni una tantum.
Al contrario, le commissioni ricorrenti
sono previste da tutti i gestori di fondi per remunerare i diversi livelli di operatività di un fondo: si tratta di spese periodiche che incidono direttamente sul risultato di gestione.

Per i fondi di investimento dobbiamo valutare 3 categorie di costi distinte:

– Costi di vendita (Sales charge) – pagati direttamente dall’investitore.

  • Collocamento (Front-end)
  • Rimborso (Back- end)
  • Costi di switch (per investimento in altro fondo della stessa società)
  • Commissioni di uscita (Redemption fee)

– Costi legati alla gestione del fondo (Total Expense Ratio e/o Ongoing Charges) – pagati attraverso asset del fondo, girati all’investitore per mezzo di minori rendimenti.

  • costi di gestione (Management fee)
  • costi di amministrazione e revisione (Administration/audit fee)
  • costi di servizio (Service fee)
  • commissioni di performance (Performance fee, non incluse nelle ongoing charges)

– Altri costi (es. costi di trading, che dipendono soprattutto dal turnover di portafoglio del fondo).

Per le “Sales charge”, espresse in termini percentuali, viene riportato all’interno dei documenti ufficiali il massimo costo applicato all’investitore per ciascuna componente sopra menzionata. Si tratta sostanzialmente di costi corrisposti al distributore (banca, piattaforma, broker), che differiscono per paese e canale distributivo. Le “Redemption fees” sono invece applicate in casi specifici, e servono a scoraggiare investimenti di breve termine.

L’Expense ratio è una misura sintetica dei costi complessivi di un fondo (ovvero, la somma di commissione di gestione e di incentivo, compenso della banca depositaria, spese di pubblicazione e oneri diversi). E’ definita come percentuale annua (contabilizzata giornalmente/settimanalmente/mensilmente sul Nav), data dal rapporto tra costi totali e valore degli asset. NAV (Net asset value) cioè, il valore di mercato degli impieghi del fondo al netto delle spese di gestione/ il numero di quote in circolazione.

Le spese evidenti sono le uniche che l’investitore percepisce, in quanto se le vede materialmente addebitare alla sottoscrizione del contratto o, in alcuni casi, al momento del disinvestimento. Con l’esclusione di alcuni Fondi, detti “No Load”, che ne sono esclusi, tutti gli altri Fondi prevedono delle commissioni d’ingresso o commissioni di uscita. Le commissioni d’ingresso, che sono trattenute direttamente dal capitale investito, vengono calcolate in percentuale sul capitale conferito. Tale percentuale diminuisce con l’aumentare della somma investita. Le commissioni di uscita, invece, decrescono percentualmente con l’aumentare della durata dell’investimento.

Le spese occulte sono quelle di cui il cliente non ha percezione in quanto non gli sono direttamente addebitate, ma vanno a decurtare il valore della quota. Se non ci fossero dette spese, per intenderci, il rendimento per l’investitore sarebbe superiore o la perdita inferiore. Quando viene eseguito il calcolo del valore della quota, infatti, dopo aver calcolato il valore dei titoli in portafoglio al fondo, si addebita il Fondo di tutte le spese e poi si divide il risultato per il numero delle quote in circolazione. Spese che sono: commissioni di gestione; eventuale commissione d’incentivo (solo se il Fondo rende di più di un determinato indice); oneri fiscali (di cui tratteremo ampiamente nel successivo capitolo) e tutti gli oneri gestionali attinenti l’attività di gestione (spese da riconoscere alla Banca depositaria; parcelle da riconoscere alla Società di revisione ecc. ecc.)

Un’analisi recente evidenzia il costo medio della promozione finanziaria in Italia, come analizzata sopra:

spazioeconomiatrend

Dal 1° luglio 2012 in Italia, in seguito all’applicazione della direttiva UCITS IV, è obbligatorio per le società che gestiscono fondi armonizzati o UCITS (Undertaking for Collective Investments in Transferable Securities) produrre e consegnare agli investitori il “KIID” (Key Investor Information Document). Con questo nomignolo da supereroe ci si aspetta un qualcosa che aiuta noi risparmiatori ed infatti così è (o, almeno, dovrebbe essere).

Il KIID sostituisce il prospetto informativo semplificato e racchiude tutte le informazioni fondamentali per l’investitore tra cui:

  • dati identificativi del fondo,
  • nome della SGR,
  • obiettivi e politica di investimento,
  • profili di rischio e rendimento,
  • spese,
  • risultati ottenuti in passato,
  • informazioni pratiche.

Per quanto attiene infine ai soggetti che percepiscono effettivamente le spese, Assogestioni non crede sia un’informazione rilevante rendere nota la percentuale retrocessa al distributore (tutta gravante sul risparmiatore, lo ricordiamo). Neanche se in Italia la quota del distributore (promotore, banca) è circa l’80% del costo di un fondo di investimento! Anche se i promotori e le banche dicono di offrire consulenza “gratuita”, in realtà vengono remunerati attraverso le commissioni. La conseguenza? Spese maggiori per i risparmiatori e minor rendimento effettivo dell’investimento.

 

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