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SOGGETTI E COSTI DEL RISPARMIO GESTITO

 

Risparmio Gestito e Commissioni.

 

A SETTEMBRE 5,8 MLD DI EURO DI RACCOLTA NETTA. PER L’INDUSTRIA SONO 15 I TRIMESTRI CONSECUTIVI CON IL SEGNO PIÙ. PATRIMONIO A 1.914 MLD, NUOVO MASSIMO STORICO

 

Patrimonio gestito 1.914 mld
Raccolta mensile +5,8 mld
Fondi Flessibili +2,3 mld
Fondi Obbligazionari +2,2 mld
Fondi Monetari +888 mln
Fondi Bilanciati +522 mln
Fondi di diritto estero +4,5 mld
Fondi di diritto italiano +690 mln

 

Nel mese di settembre il sistema raccoglie +5,8 miliardi di euro. Spingono le sottoscrizioni i fondi aperti (+5,2 mld). La raccolta netta delle gestioni di portafoglio ammonta a +581 milioni. Per l’industria sale a 15 il numero di trimestri consecutivi in cui le sottoscrizioni superano i riscatti. Da inizio anno il saldo della raccolta raggiunge i 43,7 mld. Il patrimonio gestito aggiorna il suo massimo storico a 1.914 miliardi di euro.

Il 51,8% degli asset, circa 991 miliardi di euro, è investito nelle gestioni di portafoglio; il 48,2% del patrimonio, oltre 922 miliardi, è impiegato nelle gestioni collettive.

Le sottoscrizioni si sono orientate sui prodotti flessibili (+2,3 mld), sugli obbligazionari (+2,2 mld), sui monetari (+888 mln) e sui bilanciati (+522 mln).

A settembre 2016 (dati Assogestioni, 25.10.2016), il primo gestore italiano è il gruppo Generali con 475 miliardi in gestione (fondi di investimento, fondi assicurativi), col 24,8% di quota di mercato,  seguito da gruppo Intesa San Paolo (367 miliardi) col 19,2%, Pioneer Unicredit (146 miliardi) col 7,6%, Poste Italiane (76 miliardi), Anima (71 miliardi), BlackRock (66 miliardi), UBI (51 miliardi), Allianz (48 miliardi), Mediolanum (43 miliardi); i primi 3 operatori, tutti di matrice assicurativa e bancaria, detengono il 51,6% del mercato della gestione.

 

I costi della distribuzione

È un dato di fatto che in Italia investire i propri soldi è particolarmente costoso, complice l’articolata struttura distributiva che tende ad assorbire commissioni (troppo) consistenti. Un sistema alimentato nel tempo dalla limitata “alfabetizzazione” finanziaria degli italiani da un lato e dalla scarsa trasparenza dimostrata da una buona fetta dell’industria finanziaria dall’altro.

Reti bancarie e di promotori finanziari mediamente percepiscono due terzi circa delle commissioni pagate dai clienti: stiamo parlando delle cosiddette retrocessioni, o rebates, che la casa di gestione (ovvero la società che crea i prodotti di investimento) riceve dai clienti per poi “girarle” alla rete di vendita di turno.

È interessante quantificare il fenomeno: stando a diverse analisi, il valore medio del “monte retrocessioni” dell’industria del risparmio gestito in Italia è di 23 miliardi di euro annui (cifra pari a oltre un quarto della spesa per interessi del paese-Italia nel 2014).

Se si rapporta il totale delle commissioni di retrocessione al totale delle masse gestite, si ricava che la commissione media retrocessa è il’1,3%. Per capire ciò di cui stiamo parlando, basti pensare che l’1,3% di commissioni in meno (quelle delle retrocessioni) all’anno su 50mila euro di risparmio si tramuta in 7.000 euro di ricchezza in più dopo 10 anni.

Ci sono ampi margini per migliorare l’efficienza dell’industria finanziaria e, soprattutto, il servizio reso ai clienti.

Una fetta enorme della ricchezza degli italiani, circa 23 miliardi di euro all’anno, grosso modo pari all’1,5% del PIL nominale dell’Italia, è bruciata dal conflitto d’interesse e dall’ inefficienza dell’industria del risparmio gestito.

La natura del problema

Il punto è semplice: investire i risparmi comporta dei costi e, in Italia, questi costi sono eccessivi.

Una porzione del denaro investito va a remunerare (in modo ricorrente, anno per anno, e – per quanto riguarda le commissioni di performance – mese per mese) chi consiglia e vende prodotti d’investimento: reti bancarie e di promotori e, più in generale, le strutture commerciali. Questi soggetti percepiscono circa due terzi delle commissioni pagate dai clienti: si chiamano “retrocessioni”, oppure “incentivi”, o rebates. E tanto più alta è la commissione di gestione, tanto più loro guadagnano con le retrocessioni. Un sistema poco efficiente per i risparmiatori. Il tema/problema delle retrocessioni non è solo un problema del singolo risparmiatore (generalmente ignaro del problema), che preferirebbe un po’ più di performance:. “I consulenti finanziari meritano di essere pagati, ma non dovrebbero essere messi nella condizione d’approfittare dei loro clienti”.

Quanto costa ai risparmiatori il conflitto d’interesse

Come stimare il totale delle commissioni retrocesse? Servono tre tipologie di dati:

  1. il patrimonio gestito nelle varie categorie di prodotti d’investimento (fondi comuni, polizze unit-linked, fondi pensioni, gestioni patrimoniali, ecc);
  2. l’ammontare di commissioni pagate dai risparmiatori per ciascuna tipologia di prodotto;
  3. il tasso di retrocessione ai collocatori.

Un’analisi (eseguita da AdviseOnly) rileva che  il valore  medio del “monte retrocessioni” in Italia è di 23 miliardi di euro annui. Secondo questa analisi:.

  • La porzione maggiore di retrocessioni giunge da prodotti assicurativi, come gestioni separate e unit-linked, che costituiscono circa il 36% del patrimonio gestito; si tratta di https://www.adviseonly.com/blog/economia-e-mercati/politica-e-societa/risparmi-in-fumo-quanto-ci-costa-la-rete-di-promotori-finanziari/ – _ftn1 prodotti meno trasparenti di altri, quindi è più semplice farcirli di commissioni. Non a caso sono i prediletti dai collocatori in quanto, come dicono in gergo, sono “prodotti ricchi” (per loro). A ruota seguono i fondi comuni (veicoli molto più trasparenti), che rappresentano il 44% delle masse gestite, e poi le gestioni patrimoniali. Tutto il resto conta poco.
  • Trattandosi di una stima probabilistica, l’intervallo in cui collocare il valore di tali retrocessioni va dai 17 ai 31 miliardi di euro.
  • Se si rapporta il totale delle commissioni di retrocessione al totale delle masse gestite, si ricava la commissione media retrocessa: è dell’1,3%. Combinando tale dato con le percentuali di retrocessione, si ricava anche una commissione media di gestione pari all’1,9% (numero che appare ragionevole, se si ha dimestichezza con il settore).
  • Con elevata probabilità questo esercizio sottostima il costo dell’attuale sistema di collocamento dei prodotti finanziari, poiché non sono disponibili i dati non presenti nelàuniverso censito da Assogestioni: in primis certificati, obbligazioni bancarie e strutturati. Mancano anche altri dati commissionali, ad esempio le eventuali commissioni d’ingresso. Va anche detto che una parte di queste commissioni viene riversata in Lussemburgo e in Irlanda, dove hanno traslocato molte “fabbriche prodotto”, con il risultato di sottrarre denaro al circuito economico italiano – fisco incluso.

L’impatto sulla collettività

Se quel denaro restasse nelle tasche dei risparmiatori, questi potrebbero investire somme maggiori, aumentando il risparmio previdenziale individuale, una criticità assoluta per un’Italia che stenta a pagare le pensioni, oggi e negli anni a venire, vista la sfavorevole dinamica demografica ed economica del nostro Paese.

Con strutture distributive più efficienti, i livelli commissionali sarebbero assai inferiori e quindi le performance dei portafogli dei risparmiatori migliorerebbero, incrementando sensibilmente la ricchezza futura.

Il Governo italiano dovrebbe affrontare frontalmente questa faccenda assai rilevante sia dal punto di vista economico che sociale, favorendo trasparenza, innovazione, competizione e risparmio a lungo termine. Per il bene dell’Italia. E dei risparmiatori italiani: smettendo di considerarli bovini da mungere con le tasse.

 

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