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L’ANGOLO DI ADAM SMITH

Le conseguenze economiche di Mr.Trump

 

La Trumpologia è una delle scienze meno esatte dell’età contemporanea. Già predire le mille variabili dell’azione umana, avvolta da ignoranza, eterogenesi dei fini, avversità o colpi di fortuna, è complicatissimo: figuriamoci quando si tratta di capire le mosse del personaggio più dirompente, contraddittorio e incoerente che abbia calcato la scena politica occidentale nel dopoguerra.

Tuttavia, farsi un’idea di come l’amministrazione Donald si muoverà nel futuro in campo economico non equivale ad un innocuo divertissement tipo indovinare il nome della prossima fidanzata di Brad Pitt o dell’allenatore dell’Inter nel 2017. Imprese, individui, governi devono scegliere dove allocare i loro risparmi, come investire e quali mercati approcciare: cercare di prevedere che direzione prenderanno gli Stati Uniti  è essenziale e sbagliare costa soldi.

Per evitare di cadere nell’astrologia assumiamo allora che il Presidente Trump non si discosterà sostanzialmente da quanto promesso dal candidato Donald nel corso della campagna elettorale e vediamo l’effetto che fa.

Il commercio internazionale: la posizione protezionista di Trump ha probabilmente determinato la sua vittoria più delle sparate anti-immigrazione. In campagna elettorale il magnate newyorchese ha più volte minacciato di rinegoziare o addirittura abolire il Nafta, il trattato di libero scambio tra Usa, Canada e Messico, definito come il “peggiore al mondo”. Non migliore trattamento ha ricevuto il TPP, accordo già firmato tra 12 paesi che si affacciano sul Pacifico, dall’Australia al Giappone, dal Cile a Singapore, escludendo però la Cina, ma non ancora ratificato dai Parlamenti, tra cui il Congresso americano che ne ha rinviato l’esame sine die. Per dare un’idea, The Donald lo ha paragonato ad uno “stupro”. Il TTIP, sul quale da noi tanto si discute, è stato relativamente ignorato durante la campagna elettorale, forse per la percezione che essendo l’Europa vecchia e debole, non è una vera minaccia. Comunque sia, la Commissaria UE al commercio, Malmstrom, ha realisticamente sospeso i negoziati. Infine, la Cina è un vero capro espiatorio nella narrativa trumpiana: l’invasione dei suoi prodotti distruggerebbe più di tutto i posti di lavoro americani nel settore manifatturiero e quindi sono stati minacciati dazi addirittura fino al 45% sul valore delle merci. Uno dei consiglieri economici del presidente eletto, il professor Navarro che insegna all’Università della California, ha scritto volumi ed articoli di fuoco proprio dedicati alla concorrenza sleale da parte dell’Impero Celeste.

Il mantenimento delle promesse avrebbe conseguenze ovvie: innalzamento di barriere e tariffe doganali sulle merci importate negli Stati Uniti, incentivi o sanzioni per il rimpatrio dei profitti delle società americane generati all’estero, stallo dei negoziati su nuovi patti, rinegoziazione dei vecchi. L’effetto sul commercio internazionale sarebbe deleterio soprattutto se le mosse USA scatenassero ritorsioni a catena. La magra consolazione per noi europei è che la nostra situazione non dovrebbe peggiorare di tanto se non per mancate opportunità e minor presenza di società americane nelle giurisdizioni a bassa tassazione come l’Irlanda o il Lussemburgo. Forse, con un po’ di fortuna, si assisterebbe ad un’intensificazione della cooperazione tra Asia, Europa e Sudamerica. Ma…

Spese, tasse e tassi: ma la seconda parte del programma economico trumpiano potrebbe non rendere facile la vita alla prima. The Donald ha promesso forti riduzioni alle imposte sul reddito, societarie, di successione. Preso alla lettera si tratterebbe di un taglio persino più grande di quello della rivoluzione reaganiana architettato da Jack Kemp: l’equivalente del 4% del Pil contro il 3. E, come Reagan fece schizzare il deficit all’insù perché quasi non toccò i programmi sociali e aumentò le spese militari, così dovrebbe succedere con Trump che si oppone alla riforma della Social Security e del Medicare, vuole un grande piano di infrastrutture nell’ordine di 550 miliardi di dollari per costruire autostrade, porti ed aeroporti e rinforzare la difesa. Embè? Con Reagan la cosa funzionò bene: lungo periodo di crescita dell’economia, riduzione progressiva del deficit dopo l’esplosione iniziale, dollaro forte, vittoria nella Guerra Fredda, America Great Again! Il danno collaterale fu la crisi dei paesi latinoamericani indebitati in dollari che non potevano più ripagare. Ora, però, la situazione è molto più seria: tanto per cominciare il debito pubblico USA nel 1981 era al 32,5% del PIL, oggi al 100%; tutto questo spazio per espanderlo ulteriormente non c’è ed infatti i Repubblicani tradizionali sono sì a favore della decurtazione delle tasse, ma anche della spesa pubblica. Inoltre, il debito è esploso in tutto il mondo: se inflazione e tassi di interesse sono destinati ad, aumentare questa volta saranno i paesi come, ahimè, l’Italia a farne le spese. Peraltro, con un dollaro molto forte e il progetto di asfaltare l’America (o costruire muri al confine col Messico), per quanti dazi possa mettere la nuova amministrazione, le importazioni di materie prime, di vino italiano e di magliette cinesi sono destinate a crescere, non a diminuire.

E l’economia reale? Qui Trump ha un programma degno del Barone di Munchausen. Nel suo viaggio a cavallo di una palla di cannone si inasprisce il controllo antitrust (si è dichiarato contrario alla fusione ATT-Time Warner), si ritorna all’antico separando banche d’affari e commerciali, si abolisce la riforma sanitaria di Obama e quella finanziaria contenuta nella legge Dodd-Frank, si incoraggia la produzione di carbone e petrolio e si rimane indifferenti verso le energie rinnovabili (difficile però  che riduca i sussidi a loro favore). Da un siffatto cilindro tiriamo fuori l’abolizione della Dodd-Frank, approvata nel 2010 per rimediare ai disastri della crisi finanziaria del 2007-2008 dovuti, secondo l’analisi dell’epoca, esclusivamente alla scarsa regolamentazione dei mercati. Purtroppo la legge ha creato una ragnatela mostruosa di grida manzoniane e ukase zaristi: solo la norma sui mutui ipotecari è di oltre 1000 pagine! Paradossalmente ciò ha favorito proprio le famose banche “too big to fail” che possono affrontare i costi di compliance e si indebitano a condizioni migliori. La riforma quindi si impone e per gli europei presenta una curiosa scelta tra due mali: infatti, se si butta via tutto e l’industria finanziaria piomba nel caos (per quanto creativo), si rischia un’altra crisi letale. Se la deregolamentazione è intelligente, l’industria finanziaria americana e il governo tramite i Treasury bonds attireranno una  parte preponderante dei capitali disponibili al mondo, proprio nel momento in cui l’altra grande piazza finanziaria del pianeta, Londra, è in uscita dall’Unione Europea. Brutto affare.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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