REFERENDUM COSTITUZIONALE: DEI COMMENTI E DELLE PENE

REFERENDUM: ISTRUZIONI PER L’USO DEI COMMENTI

 

 

Il referendum sulla riforma della Costituzione che si terrà in Italia domenica 4 Dicembre, ha suscitato molto interesse in Italia e nel mondo, oltre a molte polemiche per le previsioni fatte da politici, Centri di Studio, Banche e Giornali sui possibili effetti economici e politici attesi. Vogliamo ora analizzare quanto detto in questi mesi per poi metterlo alla prova con un fact checking nei prossimi giorni.

Interventi di Governi Esteri

Al netto della legittima propaganda che entrambe le parti svolgono, appare eccessivo pensare sia in atto un tentativo da parte di alcuni governi esteri, che da alcuni è stata fatta balenare come interferenza esterna, di influenzare la campagna referendaria, anche visti gli ultimi risultati negativi ottenuti, come insegna il caso Brexit.

Nel caso specifico, gli Stati Uniti non sembrano voler interferire nelle vicende italiane, e le parole dell’ambasciatore Phillips, che hanno destato un vivo dibattito poche settimane fa, erano evidentemente considerazioni di ordine generale vicine al senso comune, dal momento che un’eventuale instabilità di governo generata da un voto negativo potrebbe avere ripercussioni non solo politiche, ma anche economiche. Come qualsiasi investitore sa bene, si tratti di un attore nazionale o estero, l’instabilità di governo è un fattore di rischio per qualsiasi iniziativa e quindi, senza entrare nel merito della riforma, la circostanza che la sua approvazione o ricusazione porti in sé una potenziale crisi di governo, appare essere un fattore dirimente per gli investitori internazionali.

Subito dopo l’Ambasciatore, anche il Presidente Usa Obama, durante la conferenza congiunta con il premier italiano dopo l’incontro bilaterale che si è svolto alla Casa Bianca, ha detto che «Renzi ha rappresentato un passo avanti per l’Italia e col referendum ci sarà una spinta per l’economia».« Io tifo per Matteo Renzi – ha detto Obama – secondo me deve restare in politica comunque vada» il referendum del 4 dicembre. »

Sul referendum è intervenuto anche il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble che, durante un convegno, ha espresso il concetto: “Se fossi italiano lo voterei, anche se non appartiene alla mia famiglia politica” e ha aggiunto, “spero in un successo di Renzi”.
Si è detto inoltre fiducioso che “andrà a votare molta gente” e ha espresso “rispetto” nei confronti del presidente del Consiglio italiano per aver riformato la Costituzione.

 

Istituzioni Finanziarie e  Internazionali

Secondo il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ragionare sull’effetto che avrà il referendum italiano sull’economia, o meglio sulla tenuta delle banche italiane e sull’uscita dall’Euro in caso vinca il No è «speculazione», perché è molto difficile valutare l’impatto del voto del voto italiano a lungo termine.

La Bce di Mario Draghi  è pronta a intervenire sui titoli di Stato italiani dopo il referendum. L’ipotesi rilanciata da Reuters non trova conferme a Francoforte, ma il mercato ci crede. Del resto, mentre la speculazione cavalca da settimane i timori del mercato per una vittoria del “No“ al referendum, da giorni sul mercato e tra i report delle banche d’affari è comparso un certo cauto ottimismo su quello che sarà il day-after del referendum del 4 dicembre. Comunque vada a finire, dicono gli esperti, l’effetto intabilità sui mercati durerà poco, forse poche ore.

Secondo altri osservatori, è evidente che il referendum avrà ripercussioni sull’economia italiana e sulla tenuta del sistema finanziario. Lo scorso 18 novembre anche la Banca d’Italia nel Rapporto sulla Stabilità finanziaria aveva indicato il referendum come uno degli elementi in grado di disturbare la stabilità italiana: «Gli indicatori di mercato registrano un aumento della volatilità attesa sulle azioni italiane nella prima settimana di dicembre, in corrispondenza con il referendum sulla riforma costituzionale».

A ulteriore riprova di questa oggettività, sussistono abbondanti prove e testimonianze da parte di illustri economisti e di svariate agenzie di rating che prevedono un’instabilità di governo nel caso vincesse il no al prossimo referendum costituzionale.

Anche l’Ocse  si è pronunciato sul referendum, sostenendo che una vittoria dei ‘Sì’ renderebbe l’Italia più governabile e darebbe nuovo impulso alle riforme strutturali. Chiaro l’auspicio di un voto favorevole al referendum sulle riforme costituzionali. «Rappresenterebbero un passo in avanti, dato che semplificherebbero il processo legislativo e chiarirebbero la suddivisione di responsabilità tra Stato e amministrazioni locali che ha intralciato gli investimenti pubblici e privati», recita il capitolo sull’Italia dell’ultimo Economic Outlook.

Una posizione coerente con la linea che per anni ha visto l’Ocse sostenitrice e promotrice delle riforme, non solo in Italia ovviamente. Lo studio dà atto dei progressi compiuti dall’esecutivo su mercato del lavoro, pubblica amministrazione e scuola. E chiede di «continuare e rafforzare le riforme strutturali per alzare gli standard di vita di tutti gli italiani». In particolare «molto può esser fatto per rendere il sistema fiscale più equo ed efficiente, a cominciare dal ridurre in maniera permanente i contributi sui redditi più bassi e spostando la tassazione su consumi e proprietà immobiliare».

Il referendum italiano costituisce “un rischio materiale per le previsioni di crescita” del nostro Paese. Ne è anche convinta Goldman Sachs nel suo Outlook sull’Europa, nel quale afferma che “se vincesse il no, ostacolerebbe gli sforzi per ricapitalizzare le banche italiane più deboli, un processo che è già stato con ogni probabilità posticipato al 2017”.

Istituzioni Nazionali

La Confindustria, per bocca del presidente Boccia si è apertamente schierata per il Si alla riforma della Costituzione, in particolare per quel che attiene l’eliminazione del bicameralismo perfetto causa della lentezza decisionale del Parlamento e supporto agli ostruzionismi di minoranza. Per il padronato, soprattutto in un momento di crisi, serve un centro decisionale perfettamente funzionale alle strategie del sistema economico internazionale e che non abbia l’intralcio della discussione democratica.

“Ferma restando la libertà di posizioni individuali di iscritti e dirigenti, l’Assemblea generale della Cgil invita a votare ‘No’ in occasione del prossimo Referendum costituzionale”. L’ordine del giorno della riunione degli organismi dirigenti della Cgil ufficializza la posizione del sindacato. “Pur condividendo l’intenzione di cambiare l’equilibrio dei poteri tra Regioni e Stato, l’esito non è convincente” si legge nel documento finale, in cui la riforma viene definita “un’occasione persa per introdurre quei necessari cambiamenti atti a semplificare, rafforzandole, le istituzioni.

Nell’immediato il No, oltre a provocare un ulteriore innalzamento dello spread, potrebbe deprimere la Borsa valori e i titoli bancari in particolare, rendendo ancora meno attraente un aumento di capitale già di per sé iperdiluitivo per gli attuali azionisti.

L’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre pesa, poi, anche sul rifinanziamento di 416 miliardi di euro di titoli di Stato in scadenza fino a dicembre 2017: 18 miliardi di bot e 15 miliardi di btp da rinnovare entro il 2016, 306 miliardi di bond pubblici che arrivano a fine corsa il prossimo anno e altri 176 miliardi nel 2018. Complessivamente, il voto sulla riforma della Costituzione potrebbe condizionare il costo per il rinnovo di 416.9 miliardi di debito pubblico. E’ quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale nel 2019 scadono altri 177 miliardi, nel 2020 144 miliardi e nel periodo 2021-2067 ulteriori 981 miliardi. In totale, le obbligazioni in circolazione emesse dal Tesoro valgono 1.816 miliardi, per la maggior parte btp (1.535 miliardi).

«In questa situazione, soprattutto le emissioni a scadenza più ravvicinata potrebbero risentire degli effetti negativi di ulteriori peggioramenti dell’andamento dello spread», conclude Unimpresa: il costo per il servizio del debito, infatti, potrebbe salire ancora nelle prossime settimane/mesi: da oggi alla fine del 2018 scadono bot, btp, cct e ctz per complessivi 416,9 miliardi ed è su questa cifra che potrebbe incidere l’aumento

Editorialisti Internazionali

Apocalittico è lo scenario tratteggiato da Münchau, condirettore del Financial Times ed esperto di Unione Europea, se il No dovesse avere la meglio: populismi che trionfano in tutta Europa, guidati dall’affermazione di Donald Trump alla presidenza degli Usa e dalla Brexit, e l’euro che si sfalda, con l’Italia in prima fila tra le nazioni che abbandoneranno la moneta unica.
Per Münchau il “5 dicembre l’Europa potrebbe svegliarsi con l’immediata minaccia della disintegrazione”. E le cause sarebbero da ritrovare anche nei problemi strutturali dell’economia italiana: “Da quando l’Italia nel 1999 è entrata nell’euro la sua produttività totale è stata di circa il 5%, mentre Germania e Francia hanno superato il 10%”. Sarebbe inoltre fallimentare il tentativo di costruire un’unione economica e bancaria efficiente dopo la crisi dell’eurozona del 2010-2012 basata solo sull’austerity, scelta attribuibile secondo il FT al cancelliere tedesco Angela Merkel.

Non meno allarmanti, seppure meno catastrofiche, le previsioni del Wall Street Journal, con un articolo in prima pagina dedicato proprio alle ricadute sui mercati del referendum italiano. Secondo Riva Gold e Giovanni Legorano, dopo la Brexit e Trump, un eventuale esito negativo della consultazione porterebbe a una caduta dei titoli bancari italiani e a un ulteriore indebolimento dell’euro. “Il referendum si è trasformato in un voto di fiducia sulla capacità del governo Renzi di rilanciare l’economia”, sottolinea il Wsj, citando poi Wolf von Rotberg, analista economico di Deutsche Bank, secondo cui l’esito referendario “servirà a impostare il tono per il 2017 sul clima politico e gli investimenti in Italia e in Europa”.
Per il principale quotidiano finanziario Usa, in caso di vittoria del No e conseguente caduta dell’esecutivo Renzi, il risultato più auspicabile è “l’istituzione di un governo tecnico”, che farebbe meno danni e spaventerebbe meno gli investitori rispetto a un ipotetico governo dei Cinque stelle, “partito antiestablishment che punta a rinegoziare il debito italiano e a indire un referendum sull’euro, destabilizzando tutto il sud Europa”. Un’eventuale presa del potere da parte dei grillini potrebbe “far crollare del 20% i principali indici europei”, scrive ancora il Wsj citando uno studio di Deutsche Bank.

Riportiamo infine un’interessante tabella che cerca di ricostruire quanto sopra ipotizzato dagli Esperti, riguardo gli effetti a breve e lungo termine della decisione referendaria. Ci ripromettiamo di analizzarne la realizzazione entro breve termine.

spazioeconomiaref

 

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