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L’ANGOLO DI ADAM SMITH

Le riforme che fanno la differenza 

 

Matteo Renzi is arguing for the wrong reforms”. Così sentenziò l’Economist nel numero in cui consigliava di votare No al referendum . Ed il fatto che la riforma costituzionale caldeggiata dal premier dimissionario sia stata giudicata sbagliata dall’elettorato ormai è storia. Ci si può dunque chiedere se, promuovendo con più vigore altri provvedimenti a “costo zero” che avrebbero dovuto cambiare  nel lungo periodo la struttura del mercato italiano ( il Jobs Act, pur importante, è stato ampiamente sovvenzionato attraverso sgravi contributivi), l’eredita del governo Renzi avrebbe potuto essere diversa.

Per farla breve, credo che i tre campi di intervento più rilevanti in cui si è esercitato l’esecutivo siano stati le partecipate pubbliche, le banche e la concorrenza.

Le società di proprietà degli enti locali sono sempre state un pallino di Renzi fin dai tempi della Leopolda e la promessa di ridurle da 8.000 a 1.000 è stata ripetuta così tante volte che un elettore disattento potrebbe pensare che si è già realizzata. Ovviamente non è così e delle partecipate se ne occupa la Legge Madia, recentemente dichiarata incostituzionale nella parte in cui disponeva che fosse necessario solo il parere delle Regioni (e non il loro consenso) per la sua attuazione.

I motivi per cambiare l’attuale assetto sono noti: molte società sono inattive o con più amministratori che dipendenti, svolgono compiti che potrebbero essere assolti dai privati, hanno un governo societario non trasparente, generano perdite o comunque sono meno redditizie della media delle aziende del settore. Infine, un processo di privatizzazione porterebbe nelle casse comunali denaro fresco di cui c’è un gran bisogno (purché lo possano utilizzare, beninteso). La nuova normativa elenca una serie di buone intenzioni, tra cui un mercato concorrenziale ed aperto e contiene una lista di disposizioni condivisibili: chiusura o vendita delle società con più amministratori che dipendenti o con una media di fatturato inferiore a un milione per tre anni o con perdite per 4 anni su 5. Però il diavolo sta nei particolari poiché, salvo questi casi catastrofici, le amministrazioni pubbliche potranno essere presenti in società le cui attività sono la produzione o fornitura di “beni e servizi di interesse generale” intesi in senso molto ampio, ossia quelle che senza intervento pubblico “non sarebbero svolte o sarebbero svolte dal mercato a condizioni differenti di accessibilità economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza”. La proprietà pubblica dovrebbe così “ garantire l’omogeneità dello sviluppo e la coesione sociale”. Possibile inoltre la partecipazione di stato e enti locali per realizzare e gestire opere pubbliche o servizi di interesse generale in partnership con un privato, per autoproduzione di beni e servizi e nelle società in house che possono vendere però fino al 20% della produzione sul mercato. Tante, troppe eccezioni e per di più vaghe. Vedremo: Corte Costituzionale permettendo, se le centrali del latte di Torino-Firenze-Tigullio o quella di Brescia, che producono anche pasta e salamini, continueranno ad essere a maggioranza dei comuni, vorrà dire che siamo di fronte a una presa in giro.

Passiamo alle banche. La legge di marzo 2015 ha imposto la trasformazione delle 10 più grandi banche popolari in società per azioni “normali”, rette dal principio capitalistico e non da quello cooperativo “una testa un voto”. Il provvedimento di aprile 2016, invece, ha modificato la disciplina delle banche di credito cooperativo (le famose BCC), imponendo regole stringenti di governance e la costituzione di una società capogruppo aperta anche al capitale privato, seppur in maggioranza di proprietà delle BCC del gruppo.

Seppur si corra anche qui un rischio di incostituzionalità relativo alle norme sul recesso degli azionisti, si tratta probabilmente della miglior riforma del governo Renzi: ha sottratto la direzione di alcune banche popolari alle campagne elettorali dei sindacati dei bancari o di altri gruppi di pressione e in altri casi ha contribuito a far emergere il dissesto che l’opacità dei meccanismi di governo precedenti aveva provocato (il caso delle banche venete è quello più eclatante).

Infine la concorrenza, la madre delle riforme a costo zero. I provvedimenti per l’apertura del mercato sono contenuti nel DDL che giace da quasi 2 anni in Parlamento. Prima sfrondato  di alcuni punti fondamentali come la portabilità dei fondi pensione, il riordino del trasporto pubblico (Uber, per dire) e l’apertura alla concorrenza nei porti; poi depotenziando le disposizioni sulle società di professionisti o gli incarichi dei notai; infine bloccato anche sul poco rimasto relativamente ad assicurazioni (peraltro un intervento per metà dirigista), telecomunicazioni (con un codicillo protezionistico per impedire di spostare i call center dall’Italia), vendita dell’energia, servizi postali, farmacie e società di avvocati.

In conclusione, quando l’Economist ha parlato delle “wrong reforms” in parte è stato ingeneroso con il governo Renzi perché, a prescindere dalla spada di Damocle della Corte Costituzionale, gli effetti del riordino delle banche saranno evidenti più avanti mentre per ora emergono i guai nascosti; la promozione della concorrenza viene sabotata dalle lobby parlamentari e sulle società partecipate potrebbe registrarsi qualche miglioramento pur se ancora insufficiente. Il settimanale londinese ha avuto invece ragione sul fatto che se invece di concentrarsi troppo sul cambio della Costituzione il premier avesse dedicato la medesima energia, attenzione ai dettagli e resilienza alle riforme che possono veramente modernizzare il paese, oggi la situazione sarebbe migliore per tutti.

Alessandro De Nicola

adenicola@adamsmith.it

Twitter @aledenicola

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