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Piani Individuali di Risparmio: roba seria, o no?

 

Cosa sono i Piani individuali di Risparmio e a cosa servono? Ecco vantaggi e rischi di questo nuovo strumento di investimento introdotto nell’ultima manovra del Governo.

Che cosa sono i PIR, a che cosa servono e a chi convengono?

Ne sento parlare da tempo immemorabile. Ormai li avevo innalzati allo status di leggenda finanziaria, un’idea che mescola il reale al fantastico, oggetto di affabulazione all’interno dell’industria del risparmio.

Parlo dei PIR, naturalmente, i Piani Individuali di Risparmio. Che dal mondo dell’immaginario passano a quello reale grazie all’ultima manovra del Governo. I PIR hanno un nobile intento: indirizzare il denaro dei risparmiatori verso le imprese italiane, stimolando lo sviluppo economico del Paese.

Il problema è che talvolta la retorica si mischia alla pratica. E qui in AdviseOnly badiamo soprattutto alla rude pratica. Dunque vediamo che cosa sono i PIR e quanto possono essere concretamente interessanti per il risparmiatore.

Radiografia di un PIR

Obiettivo: rafforzare il capitale delle imprese italiane, anche quelle di dimensioni medio-piccole (PMI). Al contempo, consentire ai risparmiatori di investire nel proprio Paese.

La sostanza: c’è un incentivo fiscale significativo per chi investe in PIR. Infatti, l’investitore che attua un PIR (rispettando tutti i vincoli che v’illustrerò tra un attimo), e investe per almeno 5 anni, è esente dalla tassazione sui redditi da capitale o redditi diversi che derivano dagli investimenti nel PIR. In breve, semplificando un po’, il messaggio chiave è “niente tasse sui PIR”. Rammento che, ad eccezione dei titoli di Stato emessi da Stati Sovrani (che rientrano nella White List), tassati al 12,5%, agli altri strumenti finanziari non-PIR (conti correnti, conti deposito, fondi comuni, ETF, azioni, obbligazioni) si applica l’aliquota del 26%.

Natura giuridica del PIR: è uno scatolotto giuridico, ad esempio un fondo comune, una SICAV, una gestione patrimoniale, una polizza, un dossier titoli (il “conto titoli”), nel quale il risparmiatore colloca gli strumenti finanziari oggetto del PIR, cioè i titoli ammissibili per legge. Ma attenzione: il PIR è riservato a persone fisiche, non alle persone giuridiche.

Vincoli principali:

  • occorre investire almeno il 70% in strumenti finanziari (azioni o obbligazioni) di aziende italiane quotate (o anche non italiane, ma europee con “stabile organizzazione” in Italia);
  • il 30% di quel 70% – che, con ardito calcolo, equivale al 21% dell’investimento complessivo – deve essere composto da società NON presenti nell’indice di Borsa Italiana FTSEMIB, in modo da far affluire il denaro su aziende anche medio-piccole, ad esempio quelle quotate sui listini alternativi, come l’AIM);
  • non è possibile investire più di 30mila euro all’anno nei PIR, e si può arrivare ad investire un massimo di 150mila euro in totale, in più anni di investimenti;
  • il beneficio fiscale sussiste solo se l’investimento dura almeno 5 anni; si può anche disinvestire prima, ma si lascia sul campo il beneficio fiscale – cioè si pagano tutte le tasse, aumentate (sentite che carineria questa) degli interessi sul dovuto – la mora, in pratica.

pir

I rischi dei PIR

Strutturalmente, è chiaro che i PIR:

  • sono per definizione un concentrato di rischio Italia;
  • presentano elevato rischio di liquidità, per quel 21% di titoli non presenti nell’indice FTSEMIB (e questo vale sia che si tratti di azioni che di obbligazioni);
  • per lo stesso motivo, c’è un rischio legato alle azioni small-cap, cioè le “piccoline” in termini di capitalizzazione di mercato, generalmente più volatili;
  • è probabile che il rischio specifico legato alle singole aziende – si chiama anche rischio idiosincratico, magari segnatevelo – sia piuttosto elevato anche se sono previsti limiti di concentrazione (non più del 10% nello stesso emittente);
  • la percentuale di azioni e obbligazioni può variare a seconda dei casi, almeno in linea di principio – quindi attenzione, occorre capire che cosa c’è all’interno del PIR, non saranno tutti uguali, con ogni probabilità ce ne saranno alcuni più orientati all’azionario, altri più all’obbligazionario.

Insomma, occorre essere ben consapevoli della natura dell’investimento e, se viene reputato interessante, va effettuato rispettando dosaggi razionali, coerenti con il proprio profilo di rischio e orizzonte d’investimento (che, ça va sans dire, deve essere superiore ai 5 anni) e con l’asset allocation del resto del portafoglio.

E dunque ‘sti PIR convengono?

Non basta certo la sola convenienza fiscale: è un incentivo importante, ma occorre che i rischi di cui si è appena parlato s’inseriscano bene nel vostro portafoglio. È condizione necessaria. Sicché, se non siete tipi da azioni italiane small-cap o obbligazioni societarie illiquide, o da azionario tout court, probabilmente i PIR non fanno per voi. Ciò detto, se inserito con le dovute cautele e nelle giuste proporzioni, il PIR può essere interessante, visto il risparmio fiscale. Inoltre, le obbligazioni societarie e le azioni italiane, specie quelle mid-small cap, sono un investimento che può risultare interessante (ndr: secondo me, per il risparmiatore medio, in dosi omeopatiche, per frazionare il rischio).

Immagino (e magari sbaglio) che molti asset manager metteranno sul mercato fondi comuni dedicati (qualcuno l’ha già fatto), o altri strumenti d’investimento, in linea con tutti i requisiti dei PIR, acquistabili dai risparmiatori anche per ammontari contenuti, e coerenti con un’equilibrata asset allocation di portafoglio. Ciò è bene.

Ma, poiché a pensar male non si sbaglia quasi mai, immagino anche (e forse sbaglio), che qualche furbacchione sfrutterà i PIR a danno dei risparmiatori. Cercando di cavar loro il sangue facendo leva sulla novità del PIR…  Ad esempio usando come contenitore giuridico strumenti fondamentalmente illiquidi e opachi come le polizze unit-linked, caricandole di costi in modo ingiustificato, e poi vendendole, sbandierando nell’ordine:

  1. beneficio fiscale del PIR;
  2. assenza di tasse di successione (che ricordo, sono del 7% fino a 5 milioni di euro per i parenti in linea diretta, quindi, se uno si paga 3% di TER all’anno – se non sai cos’è potresti avere dei problemi con i tuoi investimenti, leggi qui! – in meno di tre anni si è più che fumato il risparmio di tasse, rispetto ad un investimento in ETF);
  3. impignorabilità (tutta da dimostrare, in base a recenti sentenze).

Anche con i fondi comuni, o con una fioritura di gestioni patrimoniali ad hoc, si può fare il giochino. Basta, nell’ordine:

  1. caricare di costi eccessivi (TER) il fondo o la gestione;
  2. giustificare poi il costo assurdo affermando di essere dei draghi nella difficile arte del selezionare titoli italiani, producendo extra-rendimento, o alfa, se preferite (e ora ripetete con me: l’alfa della gestione è merce rara e volatile).

M’immagino inoltre che nel contenitore giuridico del PIR potrebbero finire un bel po’ di aziende quotate all’AIM, pressoché sconosciute ai risparmiatori, ad alto potenziale… forse sì, ma anche con un forte rischio specifico, legato alla vita di una singola impresa. Insomma, i PIR possono essere uno strumento interessante, che consente di investire in aziende ancor più interessanti, però state attenti ai rischi e ai costi.

Un’occasione da non sprecare

Speriamo che l’industria del risparmio sfrutti i PIR in modo intelligente e costruttivo, sia per l’economia italiana che per i risparmiatori. Mi viene da dire: è una buona occasione, non sprechiamola. L’importante è che l’idea fondamentale dei PIR – premiare il risparmio a lungo termine – non venga screditata (come di solito l’industria del risparmio italiana, in media, sa fare magistralmente), e che i PIR non si trasformino nella solita idea biodegradabile: da PIR a RIP.

In sintesi, i PIR non sono da prendere alla leggera: occorre guardare bene sia la scatola giuridica, sia il suo contenuto, cioè gli investimenti, e i costi associati. Ma tranquilli, come un dobermann, AdviseOnly sarà di guardia, monitorando l’offerta di prodotti ai risparmiatori. Segnalateci qualsiasi movimento sospetto.

Raffaele Zenti

Raffaele Zenti

Uno dei fondatori di AdviseOnly, responsabile del Financial & Data Analysis Group. Esperto di finanza e gestione dei rischi, statistico Bayesiano, lunga esperienza in Allianz Asset Management, è laureato in scienze economiche con indirizzo quantitativo-statistico all’Università di Torino. Docente di Quantitative Portfolio Management al Master in Finance dell’Università di Torino, ha pubblicato vari articoli su riviste finanziarie (fra le altre: Journal of Asset Management, Economic Notes, Risk), contribuendo a libri su investimenti e gestione dei rischi. Ex-triathleta, s’ostina a praticare apnea, immersioni e skyrunning.

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