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AIUTI ALLE BANCHE ITALIANE. QUANTI E COME SONO STATI EROGATI

AIUTI AL SISTEMA BANCARIO. TANTI FONDI SENZA CONTROPARTITA

 

I Sistemi bancari delle Nazioni sono un elemento vitale dell’economia. Raccolgono i risparmi, erogano il credito e, in generale, forniscono un servizio essenziale alla vita attuale: la circolazione del denaro.

Al loro interno, i singoli attori, Banche più o meno grandi e più o meno strutturate, soffrono in questi anni di vari problemi di redditività, sofferenze e investimenti rivelatisi perdenti. A questo potremmo aggiungere gestioni effettuate talvolta con “leggerezza” o rivolte alla soddisfazione di interessi “amici”, portando gli Istituti a presentare con preoccupante frequenza, bilanci e situazioni patrimoniali imbarazzanti, e un cambiamento nelle regole di controllo, prima affidato a Banche Centrali non sempre “attente”, ora alla Banca Centrale Europea, meno disposta a valicare le regole imposte dai nuovi parametri approvati con i vari regolamenti Basilea 1, 2, 3 e, per fortuna non ancora approvato, 4.

Gli effetti di quanto sopra hanno generato situazioni insostenibili per varie Banche, soggette a ricapitalizzazioni miliardarie, fusioni obbligate e, talvolta, default regolati dal 2016 con la direttiva BRRD che ha introdotto il c.d. bail in, procedura volta a tenere indenni i sistemi economici statali dalle beghe dei bilanci bancari.

In tutta Europa il problema è rilevante. Basti pensare che, secondo il Commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier, solo tra il 2008 e il 2011 la Commissione europea ha approvato aiuti di Stato a favore delle banche per 4.500 miliardi di euro. Uno studio della divisione R&S di Mediobanca ha rivelato che sono state ben 437 le banche del Vecchio Continente ad aver beneficiato di questi aiuti statali.

spazioeconomiaaiuti

In Italia, in particolare, mettendo insieme le varie situazioni, solo nel 2016 la ricchezza bruciata è stata di circa 18,8 miliardi di euro, più o meno l’1% del Pil. Il big bang è stato la risoluzione delle quattro banche del novembre 2015. Da lì è successo di tutto: i crediti deteriorati, gli ormai famosi Npl, non performing loan, sono diventati il problema più urgente degli istituti nonché la causa principale della sfiducia dei mercati. Risultato: dapprima Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno mancato aumento di capitale e quotazione e sono state salvate in extremis dal Fondo Atlante con 2,5 miliardi (che non bastano già più). Quindi gli stress test a luglio hanno fatto emergere gravi carenze in Mps, mentre Carige ha subìto la crescente pressione della Bce per la pulizia dei bilanci dagli npl.

Le conseguenze per i risparmiatori, azionisti o obbligazionisti che siano, sono state pesanti: i 150 mila soci Mps hanno visto bruciati in un anno 2,6 miliardi in Borsa, senza considerare gli 8 miliardi di ricapitalizzazioni dei due anni prima, e ora saranno diluiti ancora con la ricapitalizzazione precauzionale del Tesoro fino a 8,8 miliardi, come chiesto da Bce; quelli di Carige, 700 milioni (dopo 850 milioni di aumento di capitale); quelli di PopVi e Veneto Banca tra 8 e 11 miliardi, a seconda del prezzo di acquisto del titolo, e potranno ora ottenere il rimborso solo del 15% di quel valore.

Per Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara si conosce la perdita per gli oltre 12 mila obbligazionisti, circa 431 milioni di euro, ma non quella per i 134 mila ex soci. Sulla base dei dati diffusi da Banca d’Italia si può stimare in circa 7 miliardi il patrimonio bruciato per coprire le perdite sugli npl azzerando azioni e bond subordinati. E solo i bondholder potranno recuperare l’80% dell’investimento grazie al rimborso forfettario limitato però in base al reddito (meno di 35 mila euro) o al patrimonio (meno di 100 mila euro investiti).

Prima di questo, alcuni interventi posti in essere dallo Stato italiano per “aiutare” o abbellire i bilanci del sistema bancario hanno sì stabilizzato il sistema vitale del credito nazionale ma anche, a volte, evidenziato una benevolenza strana nei confronti di Istituti a volte gestiti in maniera poco corretta, non controllati adeguatamente senza grandi punizioni  a carico dei vertici implicati.

La legge n. 5 del 2014 ha riformato il capitale della Banca d’Italia con l’obiettivo, tra gli altri, di ampliare la platea dei partecipanti, stabilendo un limite massimo del 3 per cento alla quota detenibile da ciascuno di essi. Il capitale della Banca d’Italia è ora di 7,5 miliardi di euro rappresentato da quote nominative di partecipazione il cui valore nominale, determinato per legge, è di euro 25.000 ciascuna.

Le quote di partecipazione possono appartenere a banche e imprese di assicurazione e riassicurazione aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia, fondazioni bancarie, enti ed istituti di previdenza e assicurazione aventi sede legale in Italia e fondi pensione e sono ora liberamente cedibili. Per le quote possedute in eccesso al 3% del capitale, non spetta il diritto di voto e i relativi dividendi sono imputati alle riserve statutarie della Banca. Quei 7,5 miliardi di euro non sono stati versati concretamente alle banche, e per questo il Ministero dell’Economia ha potuto negare che sia stato un “regalo”: la sessantina di banche e assicurazioni se li hanno riportati nel bilancio, ciascuna secondo la propria quota, e ci hanno comunque guadagnato in solidità patrimoniale davanti alla Banca Centrale Europea.

Il tetto massimo dei dividendi è stato stabilito al 6 per cento del valore del capitale. Dato che questo è diventato di 7,5 miliardi di euro, il massimo teorico che la Banca d’Italia pagherà in dividendi è 450 milioni di euro l’anno, mentre prima della riforma era parametrato al 10% di un capitale di 156.000 (quindi solo 15.600 euro annui).

In occasione dell’ultima assemblea straordinaria che ha portato all’avvicendamento dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti, è stata approvata anche una importante modifica statutaria. Concepita per tenere a bordo le fondazioni bancarie (fondamentali per permettere di tenere la CDP fuori dal perimetro dei conti pubblici) ed il loro robusto appetito di dividendi da destinare ad attività filantropiche (!?!), questa modifica statutaria ha attribuito alle fondazioni un potere di veto sulla distribuzione di una percentuale di utili realizzati dalla Cassa spa inferiore al 60%, al netto dell’importo destinato alla riserva legale. Per poter destinare ai soci meno del 60% degli utili, l’assemblea dovrà votare con il voto favorevole di almeno l’85% del capitale sociale (il Tesoro, azionista di maggioranza, detiene l’80% circa) e l’eventuale deroga al payout minimo del 60% dovrà essere motivata da “comprovate esigenze di rafforzamento patrimoniale”. La proposta per l’assemblea deve essere approvata dal cda della Cassa con “la presenza e il voto favorevole di almeno sette amministratori”, cioè con il via libera di almeno uno dei consiglieri espressione dalle Fondazioni.

Con questo la parte di utile distribuito agli azionisti (Tesoro e Fondazioni bancarie) farà così un bel balzo in avanti, per la gioia delle fondazioni bancarie.

A favore delle Banche vige anche la legge n. 83 del 2015 che attribuisce uno sconto fiscale sulle perdite. Si tratta degli sgravi tributari legati alla deducibilità dei crediti non performanti (le sofferenze) per cui l’arco di tempo in cui le banche potranno spalmare le stesse cala da 5 anni a 1 anno, garantendo agli istituti vantaggi per 20 miliardi tra il 2015 e il 2022. La riforma  allinea il sistema tributario italiano a quello degli altri paesi europei.

E’ stato creato anche un paracadute statale sui derivati. Si tratta della garanzia che lo Stato potrà offrire smobilitando la liquidità dei conti di tesoreria per assicurare i derivati degli istituti. Le banche che sottoscrivono derivati col Tesoro ottengono una speciale copertura assicurativa pubblica. Un paracadute, appunto, che non solo garantisce l’istituto che ha in pancia i bond pubblici italiani in caso di (improbabile) fallimento del Paese, ma che, nell’immediato, alleggerisce il peso di quei titoli, considerati rischiosi dalle agenzie di rating, e spinge in alto i requisiti patrimoniali.

Altra provvidenza è arrivata con le norma di riforma delle BCC del 2016, che con l’articolo 17bis modifica l’art. 120 del TUB. In pratica è stata regolata l’applicazione dell’anatocismo ed il suo ritorno a pieno titolo nelle pratiche bancarie. Un blitz che varrebbe circa 2 miliardi di euro l’anno.

Dopo mesi e mesi di omertà sullo stato di salute delle banche italiane, il Governo ha  approntato a fine 2016, un piano di salvataggio di 20 miliardi per salvare le banche in difficoltà.

Questo Fondo ha carattere precauzionale (così dicono) e più precisamente:

  • E’ costituito da una linea di garanzia sulla liquidità a favore delle banche (intervento già autorizzato dalla Ue a Luglio 2016);
  • E’ costituito da una linea di capitali che verranno utilizzati per la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, a partire da Mps, ma il perimetro di azione potrebbe essere esteso anche alle altre banche: Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca Carige e le quattro banche risolte a novembre 2015 (Carichieti, Cariferrara, Banca Marche, e Banca Etruria)
  • Il pacchetto potrebbe essere accompagnato da forme di indennizzo per i piccoli investitori  che hanno acquistato, a suo tempo, titoli senza il loro profilo di rischio fosse adeguato.

Quest’ultimo aspetto (ossia il ristoro per alcune categorie di obbligazionisti azzerati), lascia supporre che si dovrebbe procedere con il burden sharing (nel caso di banche solvibili) che prevede comunque il contributo di azionisti e obbligazionisti, prima dell’intervento dello Stato, senza che questo determini la violazione delle regole sugli aiuti pubblici. Se tutto filasse liscio, l’intervento dello Stato sarebbe limitato a 200 milioni di euro. Ma la situazione è tutt’altro che liscia.

Tra le provvidenze di cui godono le Banche italiane, ricordiamo infine il QE della BCE, iniziato nel 2014 prevedente inizialmente solo  l’acquisto di titoli ABS emessi a seguito di cartolarizzazioni di prestiti a imprese e famiglie, il  cosiddetto Asset-Backed Securities Purchase Programme (ABSPP) ed obbligazioni bancarie garantite dette covered bond  con il Covered Bond Purchase Programme (CBPP3). Purtroppo tutto questo non si è rivelato efficace nè nel rilancio della crescita economica nè  ha permesso alla BCE di raggiungere i propri obiettivi inflazionistici, per cui ad inizio 2015 è stato inaugurato l’ Expanded Asset Purchase Programme (EAPP),  quella fetta di QE che può acquistare titoli di stato sul mercato secondario (l’intervento nel mercato primario è vietato dallo statuto della BCE) che, a dicembre 2015, è stato ampliato all’acquisto di bond sul mercato dei titoli emessi da enti locali.

Purtroppo anche questi programmi non sono riusciti ad ottenere l’obiettivo desiderato né in termini di inflazione né di espansione del credito.

I programmi ABSPP , CBPP3 e EAPP forniscono liquidità al sistema bancario tramite l’acquisto dei titoli e delle cartolarizzazioni in mano alle banche.  Gli istituti di credito dovrebbero quindi reimpiegare queste risorse nell’economia reale,ma cosa accade nella realtà ?

Ecco un interessantissimo grafico del CER che mostra da un lato le risorse della BCE devolute tramite il QE e dall’altra i depositi degli istituti di credito presso la BCE stessa:

spazioeconomiaqe

Vediamo come al crescere delle risorse poste nel QE  crescono anche le risorse depositate nella banca centrale. A fine 2015 solo il 34% delle risorse del QE non è tornato alla BCE sotto forma di deposito overnight. Le banche preferiscono ridepositare i soldi ottenuti piuttosto che utilizzarli nell’economia reale. preferiscono pagare lo 0,3% (i tassi overnight della BCE sono pari a -0,3%) piuttosto che ottenere una remunerazione svolgendo quella che dovrebbe essere la loro attività tipica d’impresa.

 

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