INDUSTRIA 4.0 E ROBOT.LE FUTURO PER IL LAVORO UMANO?

ROBOTICA E OCCUPAZIONE. VINCERA’ ANCORA L’UOMO?

 

Lo spettro dell’automazione si aggira per l’Europa. L’allarme è scattato la scorsa estate, quando i ricercatori di Bruegel, influente think-tank di Bruxelles, hanno calcolato che tra il 45 e il 60 per cento della forza lavoro europea rischia, nel corso dei prossimi decenni, di essere sostituita da robot governati da sofisticati algoritmi. Se fare un pilota digitale era più facile del previsto, ora però bisogna dirlo ai taxisti in rivolta perché sostituiti da un guidatore umano chiamato tramite smartphone oggi e da un algoritmo domani. Non solo: bisogna spiegare altrettanto a tutti gli altri interpreti in carne e ossa delle professioni che saranno travolte o trasformate da quella che il Boston Consulting Group definisce “Industria 4.0”: la quarta rivoluzione produttiva, seguita a quelle del motore a vapore, dell’elettricità e delle forme di automazione introdotte negli anni ’70.

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 Assicuratori, consulenti fiscali, autisti di tram e di metrò: sono questi i mestieri fatti da esseri umani più a rischio immediato di scomparire, sostituiti dai robot ovvero dall’intelligenza artificiale, secondo un nuovo studio dell’università di Oxford. La ricerca analizza i lavori ad alto, medio e basso rischio di essere rimpiazzati da macchine intelligenti, sulla base degli ultimi sviluppi nel campo dell’AI (Artificial Intelligence). L’intelligenza artificiale ha già preso il posto dell’intelligenza umana per tutta una serie di impieghi considerati di basso livello e di basso salario, in particolare nel campo dei centralini telefonici, delle operazioni bancarie e delle catene di montaggio nelle fabbriche. Ma il prossimo passo, afferma l’indagine, potrebbe rendere obsoleti nel giro di un decennio il 30 per cento dei posti di lavoro anche in altri settori.
Analizzare l’impatto dell’automazione su singole attività lavorative in un preciso contesto aiuta a meglio comprendere le voci che formano il saldo previsto in termini occupazionali. Nel rapporto ‘Man and Machine in Industry 4.0’, analizzando 40 “famiglie” occupazionali in 23 settori diversi dell’economia tedesca, gli analisti concludono che l’impatto dell’automazione sarà positivo, per 350 mila unità in un decennio. Ma se per gli scienziati dei dati e altre professioni legate all’informatica ci sarà un boom di poco inferiore al milione di nuovi posti di lavoro, quelli alla catena di montaggio e in altri settori della produzione vedranno una contrazione di oltre 600 mila lavoratori.

Quale sarà l’impatto sull’occupazione dell’Industria 4.0 se lo è chiesto anche l’autorevole Pew Research che ha girato la domanda a quasi duemila esperti, analisti e costruttori di prodotti tecnologici che hanno partecipato all’inchiesta intitolata “Future of the internet”. I risultati , resi noti in da poco, concordano su tre punti.

 Primo: i robot e l’intelligenza artificiale permeeranno ogni aspetto della nostra vita nel 2025. La loro diffusione, in particolare, si farà sentire sul settore della salute, dei trasporti, della logistica, dei servizi ai consumatori e della manutenzione della casa. Secondo: la formazione scolastica e universitaria contemporanea non sono in grado di preparare adeguatamente le persone per le sfide del prossimo decennio ed sarebbe bene cominciare a fare qualcosa in proposito. Terzo: i cambiamenti all’orizzonte saranno un’occasione per rivalutare alcune competenze, ma anche per ripensare il nostro concetto di lavoro. In futuro, insomma, ci sarà più spazio per modelli produttivi che daranno alle persone più tempo libero da trascorrere imparando, divertendosi o semplicemente in compagnia della propria famiglia. La tecnologia, dunque, ci libererà sempre di più dalla fatica della quotidianità e il risultato sarà una relazione più positiva con il lavoro e con le persone.

Sul resto, i pareri sono divisi. Per il 48% degli esperti, la nuova ondata dell’innovazione, fatta di auto che si guidano da sole, robot e network di intelligenza artificiale, impatterà negativamente sulla creazione di posti di lavoro. Nei prossimi anni, dunque, le macchine e i programmi sostituiranno non solo i lavoratori meno specializzati, ma anche gli impiegati. L’altra metà degli intervistati, invece, si dice fiduciosa della possibilità che la tecnologia e l’innovazione saranno in grado di creare più posti di lavoro di quanti ne andranno perduti a vantaggio dei robot. Perché l’uomo, così come ha sempre fatto dalla Rivoluzione Industriale in avanti, non smetterà di creare nuovi tipi di lavoro, nuove industrie e nuovi modi di guadagnare. E le macchine intelligenti, costando nel lungo termine molto meno del lavoro umano, rappresentano un concorrente imbattibile.

Lo scenario ci dice che questa transizione richiede notevoli investimenti. Ma il costo dei robot scende di anno in anno. Così, a rimanere esposte sono soprattutto le economie caratterizzate da strutture produttive a bassa specializzazione intellettuale, e quindi più propense alla sostituzione, come quelle della periferia europea. Una distopia luddista che, secondo i calcoli di Bruegel, mette a rischio il 56,1 per cento dei posti di lavoro italiani – cioè poco più di 12 milioni di occupati.

 All’altro capo dello spettro occupazionale, il paradosso di Moravec insegna che anche compiti che richiedono invece particolari competenze sensomotorie (per esempio, il tocco di uno chef o di un infermiere) possono essere molto onerose dal punto di vista computazionale, e dunque sono (al momento) più facilmente eseguibili da esseri umani. Insieme, c’è l’irruzione dell’economia della condivisione (sharing economy), che sta comportando il mutarsi di sempre più forme occupazionali in prestazioni occasionali, svolte non più da dipendenti assunti ma da freelance autonomi. Un esempio sono i piloti di Uber e gli affittuari di Airbnb, l’ariete di un fenomeno per cui i lavoratori diventano precari permanenti al servizio di piattaforme che, invece di impiegarli nel senso tradizionale del termine, li rendono beni condivisi nel tentativo di collegare domanda e offerta.

Ciò di cui invece dovrebbe tenere conto è che, in assenza di un intervento, la stima degli studiosi di Oxford per cui un lavoro su due è ad alto rischio di automazione entro i prossimi dieci-vent’anni è destinata a rivelarsi sbagliata per difetto. Così, un 47% di occupazioni umane già oggi rimpiazzabili con macchine finirebbe per sembrare perfino desiderabile: se l’unica variabile per stabilire il tasso di computerizzazione del lavoro è il progresso tecnologico c’è da giurare la percentuale sia piuttosto destinata a lievitare, e di molto, nelle previsioni che verranno.

Perché? Prima di tutto, perché il costo della computazione, dice la storia, è diminuito negli ultimi decenni con tassi perfino di oltre il 60% anno su anno – è la legge di Moore, dopotutto. In secondo luogo, perché i progressi dell’intelligenza artificiale sono stati tali, e talmente rapidi, da trasformare l’idea di commercializzare vetture che si autoguidano da fantascienza in (quasi) realtà solo tra i primi Duemila e oggi.

Con un mercato per la robotica destinato a passare dai circa 27 miliardi di dollari attuali ai 67 previsti tra un decennio, potrebbe presto diventare ben più di una provocazione.

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Qui i pericoli sollevati dagli scettici sono ben più concreti. Il rischio è di trovarci molto presto ad abitare un mondo in cui i “robot” causeranno tassi di disoccupazione insostenibili e senza precedenti nella storia umana, distruggendo i lavori ripetitivi e manuali così come le professioni intellettuali, e lasciando l’umanità schiava della tecnologia e dei suoi creatori.

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I dati Istat-Eurostat sull’occupazione per categoria professionale parlano chiaro. La contrazione occupazionale degli ultimi tre anni, pari a più di 300mila posti di lavoro perduti, si è concentrata esclusivamente sui lavori di routine, sia quelli manuali (operai, addetti alle catene di montaggio, tipicamente toccati dall’automazione), che registrano un -5 per cento, sia quelli intellettuali (per esempio, numerose categorie impiegatizie), anch’essi giù del 5 per cento. L’occupazione è invece perfino aumentata per i lavori non di routine: +0,9 per cento per quelli intellettuali, una categoria che comprende manager e professionisti, e + 5 per cento per quelli manuali, in cui figurano i lavoratori nell’ambito dei servizi.

Anche in Italia, insomma, emergono i primi segnali di una polarizzazione del mercato del lavoro: mentre una piccola categoria di lavoratori altamente qualificati cresce a livello numerico e retributivo, ma non in maniera sufficiente per trainare la ripresa, la classe media smotta verso occupazioni a bassa retribuzione, ma ancora al riparo dall’automazione.

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