Annunci

MERCATO DELLE ARMI. FLORIDO E DINAMICO

COMMERCIO DI ARMAMENTI:      CAMPIONE (!) DELLA PRODUZIONE E DELL’EXPORT

 

 

C’è un settore dell’economia mondiale che non è in crisi e, anzi, registra robusti segnali di crescita. Purtroppo non è una buona notizia, perché si tratta della produzione e del commercio delle armi. Due esempi danno un’idea della posta in gioco: nel solo 2015 la Russia ha esportato armamenti per 6 miliardi di euro e le richieste per l’anno in corso promettono un incremento; il governo Trump degli Stati Uniti ha varato un piano di riarmo pari a 54 miliardi di dollari.

A livello globale si tratta nel complesso di una torta di 1.676 miliardi di dollari, il 2,3% dell’intero prodotto interno lordo mondiale.

spesarmimondo

Guardando alle spese militari dei singoli Stati, al primo posto ci sono ancora gli Usa, che però risultano in lieve calo, seguiti nell’ordine da Cina , Arabia Saudita e Russia, tutti e tre in sensibile aumento. La posizione dell’Arabia Saudita dice molto sul livello di tensione e di conflitto nello scacchiere di cui è parte.

spesarminazioni

Per il Sipri (Stocholm International Peace Research Institute) l’Italia si colloca al dodicesimo posto e la sua spesa militare è in diminuzione. Un dato su cui ha da eccepire la Rete per il disarmo (il coordinamento nazionale a cui partecipano molte organizzazioni, anche cattoliche), secondo cui l’istituto svedese non computerebbe alcune voci che nel bilancio statale italiano sono allocate diversamente. In un’indagine realizzata dall’Osservatorio Milex, tra le cento pagine del dossier spicca una cifra su tutte: 23,3 miliardi di euro in un anno, oltre 64 milioni al giorno. Secondo gli autori dell’indagine, è quanto l’Italia ha destinato alle spese militari per il 2017: l’1,4 per cento del Pil, in leggero aumento rispetto al 2016 e in rialzo del 21 per cento sul 2006.

Buone (si fa per dire) notizie vengono anche dai produttori nostrani di armi e sistemi di difesa, cominciando dal colosso pubblico Finmeccanica. Il nono fabbricante di armamenti a livello mondiale (fonte Sipri) dal 2017 si chiamerà Leonardo per marcare il nuovo corso rispetto a un passato da cronaca giudiziaria.

SPAZIOECONOMIAARMI1

Paradossalmente il richiamo al genio italico per eccellenza avviene in un momento in cui l’azienda si sta sempre più concentrando sulla produzione militare rispetto agli altri comparti.

produttoriarmi

Secondo la relazione annuale del governo sull’export militare del 2015, presentato la scorsa primavera, c’è stato un aumento del 220 per cento delle autorizzazioni alle esportazioni di armi rispetto al 2014 e il volume di affari ha raggiunto i 7,9 miliardi di euro a fronte dei 2,6 miliardi dell’anno precedente. Il trend continua a crescere. Un recente rapporto dell’ISTAT infatti, segnala tra giugno e settembre 2016 un forte aumento dell’export di armi e munizioni dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita per un totale di 20,6 milioni di euro.

Sempre grazie all’attività di ricerca del Sipri  emerge che i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati Arabi Uniti seguiti da India e Turchia. Ora l’esportazione e il commercio di armi verso Paesi in guerra o coinvolti in vari conflitti è in contrasto con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite ed è esplicitamente vietato dalla legge 1885 del 1990. Il divieto si può aggirare come di fatto accade soltanto nel caso in cui i due governi abbiano stipulato un accordo intergovernativo nel campo della difesa con menzione specifica della regolamentazione dell’import-export dei sistemi di arma. Il caso più grave riguarda le forniture belliche alle forze aeree del regime Saudita, che da oltre un anno conducono bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen che finora hanno provocato almeno 2mila morti civili, per un quarto bambini.

Cresce anche l’export verso l’Africa: per la prima volta nel 2015 la regione subsahariana ha superato il Nord Africa. Si parla di 152,9 milioni di euro arricchiti anche dall’ingresso dello Zambia il cui valore è passato da 0 a 93 milioni tra il 2024 e il 2015. Il resto della torta è spartito principalmente da Kenya, Algeria e Marocco.

Ma è boom di export verso tutti i Paesi in guerra, a cominciare da un clamorosa new-entry: l’Iraq, finora mai comparso tra i clienti italiani, esordisce nel 2015 con vendite per 14 milioni (armi leggere e munizioni, quindi Beretta). Impennata di vendite verso la Turchia (da 53 a 129 milioni) che bombarda i curdi fuori e dentro i suoi confini con gli elicotteri T129 costruiti su licenza Finmeccanica; verso la Russia (da 4 a 25 milioni) che continua a ricevere blindati Lince della Fiat-Iveco nonostante l’embargo post-Ucraina, verso il Pakistan (da 16 a 120 milioni) in perenne conflitto con talebani, indipendentisti baluci e con l’India (anch’essa con forniture belliche italiane in aumento da 57 a 85 nonostante la crisi dei marò e la guerra contro la ribellione contadina naxalita). Nota a margine: nel 2015 sono incrementate le vendite all’Egitto pre-caso Regeni (da 32 a 37 milioni), comprese le armi leggere e i lacrimogeni usati dalla polizia del Cairo nelle repressioni di piazza.

Nell’affrontare il commercio estero delle armi è necessario distinguere in primo luogo le armi da guerra dalle armi a uso civile, poiché secondo l’uso specifico per cui l’arma è predisposta corrisponderanno differenti norme su esportazioni e importazioni. In Italia, secondo la legislazione nazionale, le esportazioni e importazioni di armi a uso civile sono regolate dalla normativa di legge 110/75, secondo cui l’autorizzazione ai trasferimenti è concessa da una licenza del questore, mentre per le armi ad uso militare si fa riferimento alla legge 185/90, secondo cui l’autorizzazione deve essere rilasciata dai Ministri degli Esteri e della Difesa. Tale concessione è subordinata a un previo controllo sulla situazione interna dei Paesi destinatari, in quanto l’esportazione bellica è vietata verso nazioni in guerra, sottoposte ad embargo o che violano le convenzioni internazionali in materia di diritti umani. A causa di questo dualismo normativo si possono creare delle zone grigie attraverso cui vengono evitati rigorosi controlli e divieti. Ad esempio, alcune armi classificate dalle Nazioni Unite come “armi leggere e di piccolo calibro”, nello specifico fucili, carabine, pistole e revolver e i loro relativi ricambi e munizioni, in Italia, sono regolate dalla legge per le armi ad uso civile poiché concepite per la caccia, l’uso sportivo e l’autodifesa. Per tale ragione, la loro esportazione risulta più semplice e non incontra le stesse difficoltà delle armi da guerra se esportate verso Paesi in cui la vendita di queste ultime sarebbe bandita. Ad esempio, nel 2012, anno in cui la Libia era divenuta ostaggio degli scontri fra le numerose milizie tribali per la conquista del potere in seguito della caduta di Gheddafi, sono stati esportati verso il Paese 81.526 euro di armi leggere e di piccolo calibro tra cui fucili, carabine e pistole ad aria compressa.

Ricadono sotto la normativa che regola le armi da guerra anche i sistemi d’arma, ovvero tutte quelle complesse strutture belliche classificate dalle Nazioni Unite secondo le seguenti categorie: carri armati, veicoli corazzati da combattimento, aerei da combattimento, elicotteri d’assalto, sistemi di artiglieria di grosso calibro, navi da guerra, missili e lanciatori di missili

Ultimo dato importante che emerge dalla relazione è l’aumento del ruolo d’intermediazione finanziaria delle banche italiane nel business delle forniture belliche. Se la parte del leone rimane alle banche straniere (Deutsche Bank e Crédit Agricole sopra tutte) si fanno strada sia Unicredit (passata dal 9 al 12% delle operazioni) che Intesa Sanpaolo (dal 2 al 7,4%) che Unicredit (dal 9 al 12%). Seguono con percentuali minori Bnl, Ubi (Banco di Brescia, Popolare Commercio e Industria, Regionale Europea) e una sfilza di “popolari” in ordine discendente (Emilia Romagna, Carispezia, Banco Popolare, Valsabbina, Sondrio, Carige, Etruria, Parma e Piacenza, Credito Cooperativo Cernusco S.N. e Versilia e Lunigiana, Spoleto, Friuladria, Bpm) e perfino Poste Italiane.

Le istituzioni del Vecchio Continente puntano a disciplinare in modo più stringente il mercato delle armi a uso civile. In questo quadro, la commissione Affari costituzionali del Senato ha da poco dato parere favorevole alla proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 91/477/CEE del Consiglio, relativa al controllo dell’acquisizione e della detenzione di armi.

Una misura che si inscrive nel quadro delle azioni concrete previste dall’Agenda europea sulla sicurezza, adottata dalla Commissione europea nell’aprile 2015 per definire la strategia dell’Unione rispetto alle minacce alla sicurezza interna nel periodo 2015-2020, con particolare riguardo alla minaccia costituita dalla criminalità organizzata e dal terrorismo.

La normativa parte dalla considerazione che le reti terroristiche e criminali internazionali sono state agevolate dalle norme nazionali diverse tra i vari Paesi dell’Unione europea in materia di detenzione e commercio di armi da fuoco e hanno sfruttato le carenze nello scambio d’informazioni transfrontaliero per il loro approvvigionamento. L’obiettivo, dunque, è di superare tali divergenze normative e costruire un quadro normativo comune che scoraggi i traffici illeciti.

Sono diverse le innovazioni introdotte dalla proposta. Si va dall’estensione del campo di applicazione delle norme sulla detenzione e il commercio di armi ai collezionisti, identificati come potenziale fonte di traffici illegali al il divieto di detenzione e di scambio delle armi da fuoco più pericolose, anche se disattivate, con norme più severe per la loro disattivazione. Non solo: c’è l’obbligo di iscrivere le armi da fuoco disattivate in registri nazionali e di identificare il proprietario al fine di evitarne la riattivazione.

Si fissa il bando assoluto delle armi semiautomatiche di categoria B7 (ossia le armi da fuoco per uso civile semiautomatiche somiglianti ad un’arma da fuoco automatica), in quanto facilmente convertibili in armi automatiche. Prevista, inoltre, la restrizione dell’autorizzazione alla vendita di armi e componenti tramite internet, modalità da riservarsi unicamente agli armaioli e agli intermediari per evitare i gravi rischi evidenziati dai recenti attentati terroristici, effettuati con armi da fuoco, assemblate illegalmente con componenti legalmente acquistati su internet.

Vengono introdotti, inoltre, un sistema di marcatura uniforme a livello europeo, un migliore scambio di informazioni tra gli Stati membri sulle autorizzazioni rilasciate per i trasferimenti di armi da fuoco verso un altro Stato membro e l’introduzione del limite di cinque anni per la durata dell’autorizzazione all’acquisto e alla detenzione di armi da fuoco.

Nell’analisi delle spese militari del mondo, non possiamo esimerci dal considerare una delle Organizzazioni sovranazionali destinate alla difesa e quindi richiedenti armamenti e strutture adeguate. La NATO , Organizzazione del Trattato Nord Atlantico è nata per la collaborazione nella difesa delle Nazioni aderenti.

Fanno parte della NATO 28 Paesi: oltre all’Italia, Albania, Belgio, Canada, Corazia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Regno Unito, Turchia, Ungheria ed Usa,  Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia.

L’Alleanza Atlantica è nata come strumento di  difesa collettiva : l’Art. 5 del Trattato di Washington che esprime la sua “ragione sociale” originaria stabilisce infatti che “Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’Art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate, intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, compreso l’uso delle forze armate, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali”.

Il budget della Nato in crescita Nel 2015 gli alleati europei nella Nato hanno speso per la difesa 253 miliardi di dollari contro i 618 miliardi spesi dagli Stati Uniti. Per rispettare l’accordo che prevede una spesa minima pari al 2% del Pil, i Paesi europei dovrebbero aumentare di 100 miliardi il loro budget militare annuale. Il loro contributo attuale si ferma infatti all’1,43% del prodotto interno lordo.

Il contributo complessivo dell’Europa al budget della Nato è sceso costantemente a partire dal 2008: in quell’anno raggiungeva l’1,7% del Pil per un valore di 288 miliardi di dollari. Ma il trend di lungo periodo era già evidente rispetto agli anni Ottanta quando la spesa militare dei membri europei della Nato superava il 3% del Pil: la fine della Guerra Fredda modificò infatti alla radice il senso stesso dell’Alleanza. La Nato non diffonderà alcun dato prima di averlo discusso con i singoli Stati ma alcuni membri dell’Alleanza – segnatamente quelli che confinano con la Russia – hanno già annunciato ufficialmente l’inversione di tendenza per il budget di quest’anno.

È di pochi giorni fa l’ennesima bacchettata dell’amministrazione Trump a tutti i paesi alleati che non hanno raggiunto la soglia minima di spesa militare stabilita dall’Alleanza atlantica: il 2 per cento del Prodotto interno lordo nazionale. E nel mirino, a Germania, Danimarca, Olanda e ad altri 18 stati, c’è anche l’Italia, che nel 2016 ha investito “solo” l’1,11 per cento del Pil.

natospesa

 

Annunci

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: