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LE REGIONI A STATUTO SPECIALE. SERVONO ANCORA?

REGIONI A STATUTO SPECIALE.

PREGI, DIFETTI, RAGIONE DI ESISTERE

 

L’istituzione delle Regioni a Statuto Speciale, avvenuta nell’immediato dopoguerra, fu per la  prevalenza di alcune preoccupazioni politiche: l’Alto Adige e la Sicilia sull’orlo della secessione, la Valle d’Aosta per metà francese, la Sardegna invocava l’autonomia per uscire da una miseria secolare, mentre il Friuli Venezia Giulia (diventata speciale solo nel 1963) era più di là della cortina di ferro jugoslava che di qua. Ma, dopo quasi settanta anni, il mondo è molto cambiato. In Europa, vi è stata la riunificazione delle due Germanie, in Russia è crollato il comunismo, la Jugoslavia di Tito è ormai un ricordo. E l’esistenza di Enti così regolati non ha più alcun senso sul piano politico. E ancora meno ne ha sul piano economico.

Le Regioni a statuto speciale sono cinque:

  • Sicilia, prima a nascere con legge costituzionale n.2 del 26 febbraio 1948;
  • Sardegna,mediante legge costituzionale n.3 del 26 febbraio 1948;
  • Valle d’Aosta, mediante legge costituzionale n.4 del 26 febbraio 1948;
  • Trentino-Alto Adige, legge cost. n.5 del 26 febbraio 1948. Essa è costituita a sua volta dalle Province autonome di Trento e Bolzano, ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione e dello stesso statuto speciale;
  • Friuli-Venezia Giulia, legge cost. n.1 del 31 gennaio 1963.

La differenza con quelle a statuto ordinario, detto invece statuto di diritto comune, è che mentre lo statuto ordinario è adottato e modificato con legge regionale, lo statuto speciale è adottato con legge costituzionale, così come ogni sua modifica. In realtà, tramite riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, anche le regioni a statuto ordinario hanno accresciuto la propria autonomia, soprattutto per un aumento delle materie con competenza concorrente tra Stato e Regione.

Le regioni a statuto speciale godono di autonomia legislativa, detta anche potestà, che può essere di tre tipi:

  • la potestà esclusiva, che è la più caratteristica;
  • la potestà legislativa concorrente, che incontra gli stessi limiti delle Regioni ordinarie, ma si differenzia da esse per le materie elencate;
  • potestà integrativa e attuativa, grazie alla quale le Regioni a statu speciale possono creare norme su determinate materie, al fine di adeguare la legislazione statale alle esigenze regionali. Riservando le materie residuali allo Stato.

Anche dopo la riforma del Titolo V Regioni e Province a Statuto speciale basano la propria autonomia amministrativa sempre sul “parallelismo delle funzioni”. Pertanto, la competenza amministrativa generale non è attribuita ai Comuni, come invece accade nelle Regioni a Statuto ordinario in virtù del nuovo art. 118 comma 1 della Costituzione, ma continua a valere il modello della “amministrazione indiretta necessaria” secondo il modello del vecchio art. 1183, ovvero della delega di esercizio agli enti locali da parte delle Regioni.

Le cinque Regioni a statuto speciale hanno sempre goduto fin dall’inizio di una certa autonomia finanziaria. Tale differenza deriva dal fatto che le Regioni e Province ad autonomia speciale hanno sempre goduto della possibilità di istituire con legge tributi propri, cosa che le Regioni ordinarie hanno potuto fare solo dopo la riforma del Titolo V. Le Regioni a statuto speciale, rispetto alle ordinarie, hanno un privilegio fiscale per cui possono trattenere quasi tutte le imposte (Irpef e Iva) pagate dai cittadini sul loro territorio. È bene sottolineare il quasi, poiché questo privilegio non è eguale per tutte: la Sicilia trattiene il totale delle imposte, Valle d’Aosta e Trentino i nove decimi, la Sardegna i sette decimi, il Friuli i sei decimi. Quanto faccia in cifre è impressionante. Per la sola Sicilia, l’Irpef vale più di 5 miliardi, mentre per la Sardegna è pari a 2,8 miliardi. Messe tutte insieme, le Regioni a statuto speciale incassano 12 miliardi di Irpef. Ma il totale delle loro entrate è più alto: 42 miliardi di euro, contro i 125 miliardi delle 15 Regioni ordinarie messe insieme.

Le entrate pro-capite, ovvero il denaro dei contribuenti che finisce nelle tasche degli abitanti delle Regioni speciali, sono anch’esse variabili in base al numero dei loro abitanti: si va dai 10.500 euro della Valle d’Aosta ai 3.730 della Sicilia. Somme irraggiungibili per le Regioni ordinarie, dove l’entrata regionale pro-capite è in media di 2.500 euro.

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Quanto alle spese, le Regioni a statuto speciale hanno una grande libertà di azione. Così la Valle d’Aosta ha una spesa pro-capite (11.720 euro) che supera di oltre quattro volte quella di una Regione ordinaria come la Lombardia (2.220 euro); quella di Trento e Bolzano è superiore di tre volte a quella lombarda, mentre in Sardegna e in Friuli è il doppio.

C’è poi un altro parametro che  può aiutare a comprendere l’iniquità della spesa pubblica regionalizzata: quello dei trasferimenti rispetto al Prodotto interno loro delle Regioni beneficiarie.

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La spesa pubblica, o meglio questa parte ridotta che è stata usata per la regionalizzazione dei dati, incide per ben il 25,77% del Pil sardo e solo per il 6,46% del Pil lombardo.
Ai primi posti, ancora prima di Trento e Bolzano vi sono la Calabria, la Sicilia, con la spesa sopra il 25% anche per loro, e poi Campania, Basilicata, Molise, Puglia, con più del 20%.
Una minoranza delle regioni contano sullo Stato per meno del 13,62% del Pil, ovvero la media italiana. In particolare le solite Veneto, Emilia Romagna, Lombardia dove la spesa incide meno del 10% (questi dati sono del 2014).

Le istituzioni trasformate in fabbriche di consenso e di posti lavoro. Il tutto grazie a un’antichissima autonomia, che risale al 1961, e che consente alle due province a statuto speciale, Trento e Bolzano, di trattenere in loco il 90 per cento delle tasse. Libertà di spendere, dunque. Ma anche di sprecare.

Per scattare una fotografia più nitida, la spesa da sola non basta; bisogna considerare anche le entrate e dunque il cosiddetto residuo fiscale, che è semplicemente la differenza fra tutte le entrate (fiscali e di altra natura) che le amministrazioni pubbliche prelevano e le risorse che spendono in un determinato territorio.
Premessa: nessuna delle cinque Regioni è in attivo. Sebbene possano trattenere gran parte delle imposte raccolte e godano di una spiccata autonomia legislativa, sono tutte in rosso. Ma con differenze sostanziali. Al primo gruppo appartengono Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Aldo Adige con un deficit pro capite attorno ai 2mila euro; le altre sfondano quota 4mila con il primato negativo della Valle d’Aosta che sfiora i 5mila euro. Un altro duro colpo alla reputazione dei valdostani.
Eppure considerando le cifre assolute il quadro cambia ancora. Il deficit della Valle D’Aosta risulta di appena 617 milioni di euro, quello della Sicilia di quasi 22 miliardi, la Sardegna segna 7 miliardi, le altre due regioni si limitano a rossi di due miliardi ciascuna. Dunque, riepilogando: le tre regioni settentrionali costano alla collettività 4,8 miliardi, le due del sud ben 28,8 miliardi.
Luca Ricolfi nota che «Il residuo fiscale indica quanto di spende, ma non come si spende». Ovvero: i fondi generosamente elargiti dallo Stato centrale sono usati per arricchire il territorio o finiscono nel nulla? Il responso di Ricolfi è netto: «Il livello della spesa pubblica delle tre Regioni a statuto speciale del nord è eccessivo, ma i risultati che ottengono sono spesso eccellenti». Qualche esempio: la Giustizia civile di Bolzano è la più efficiente d’Italia e ogni anno contende il primato a Torino. I livelli scolastici del Friuli o del Trentino sono ottimi, ben sopra gli standard europei. Insomma, molto spesso c’è un ritorno sul territorio, a beneficio, diretto o indiretto, del cittadino, confermato dai dati sulla ricchezza personale. Le tre Regioni del Nord registrano redditi pro capite di circa 23 mila euro, oltre la media della Ue. E sperperano poco.
Nel Mezzogiorno è un’altra storia. Il livello di spesa di Sicilia e Sardegna è accompagnato da un pessimo utilizzo delle risorse finanziarie. In queste due regioni il tasso di spreco è superiore al 50 per cento. Dunque, i servizi pubblici costano molto e rendono poco, meno della metà di quanto dovrebbero. I redditi pro capite crollano sotto i 14mila euro.
Se si considera l’evasione fiscale, il contesto diventa ancora più fosco. Ricolfi definisce l’intensità dell’evasione (contributiva e fiscale) come il rapporto tra gettito evaso e gettito proveniente da redditi occultabili (praticamente tutti eccetto le pensioni e gli stipendi pubblici). Seguendo questo criterio il Friuli-Venezia Giulia è la regione più virtuosa con un’intensità di evasione pari al 24,7%, seguita dal Trentino-Alto Adige con il 26,2% e la Valle d’Aosta con il 27,6%. Poi si apre una voragine: la Sardegna è al 51,3%, la Sicilia al 63,4%. Dunque, a Cagliari e dintorni solo un cittadino (o un’azienda) su due pagano il dovuto al fisco, a Palermo meno di quattro su dieci.
A proposito di sprechi, proviamo ad analizzare il dato riguardante i dipendenti. La Sicilia ne ha tanti quanti tutte le altre regioni a statuto speciale messe assieme, e nel 2011 sono costati 1,27 miliardi di euro. Nello stesso anno, e per la stessa causa, la Lombardia ha speso 171,5 milioni: l’amministrazione ai lombardi è costata 13 euro a testa, ai siciliani 204. Poi c’è il “Fondo unico per il precariato”: 300 milioni con cui la regione “finisce per retribuire un esercito di 27.000 precari, che si vanno ad aggiungere ai circa 20.000 dipendenti «stabili»”. Aggiungiamo i quasi 30.000 «forestali siciliani», dipendenti quasi tutti precari dell’assessorato dell’Agricoltura della regione o l’assessorato al Territorio: situazione quantomeno paradossale, considerando che per esempio il Piemonte – che non è certo secondo alla Sicilia per territorio boscoso, anzi – ne ha in tutto 400.

Tutte spese che gravano sulle casse della Regione che, in base ai dati della Corte dei conti, risulta ormai “tecnicamente fallita”. Anche perché – ultimo ‘mistero’ della serie – dei contributi che ci si aspetterebbe vedere versati dalla mole sconsiderata di dipendenti non si conosce traccia: parliamo di nove miliardi di deficit l’anno, all’incirca quanto quello del Centro Italia. Coperto per due terzi dalle tasse di tutti i cittadini italiani.

 

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