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COMMERCIO. UNA CRISI “GLOCAL”

LA CRISI DEL COMMERCIO. GLOBALE E LOCALE. I NUMERI NON PERDONANO

La crisi economica, che tanti danni infierisce da almeno 10 anni all’economia mondiale, ha colpito duro il comparto del commercio al dettaglio in Italia e portato alla chiusura un negozio su dieci. Parliamo di oltre 90mila imprese del commercio che hanno cessato o cambiato il perimetro dell’attività in questo periodo. Altri non ce l’hanno fatta, per vari motivi, e le saracinesche dei loro locali riportano da parecchio tempo un cartello: «vendesi o affittasi». Difficile per i proprietari dei muri trovare nuovi inquilini, soprattutto ai prezzi passati. Fare il negoziante oggi ha perso la convenienza economica che per tanti anni ha avuto. Migliori sono i risultati che ottiene invece chi punta sul turismo, bar, alberghi o ristoranti, che i dati dicono essere le uniche categorie con un trend positivo.

«La recessione ha lasciato il segno sul commercio al dettaglio e il turismo con un impatto che è diventato dirompente dal 2011 a oggi, quando alle politiche di austerità si è aggiunto il crollo dei consumi», commenta Massimo Vivoli, presidente Confesercenti. «L’incremento di ristoranti e bar, infatti, è dovuto alle tante nuove aperture, ma ormai un’impresa su due chiude entro tre anni, anche a causa dell’aumento della competitività del settore».

Numero di negozi al dettaglio in Italia. (Fonte: Confesercenti – Elaborazione su dati Istat e Registro delle imprese)

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Confesercenti analizzando l’andamento del comparto dal 2007 al fine ottobre 2016, ha rilevato la progressiva riduzione delle attività, che ora superano di poco gli 871mila negozi contro gli oltre 962mila operanti prima della crisi. Evidenze opposte riguardano alberghi, bar e ristoranti. Come detto prima, le attività legate al turismo segnano una variazione positiva di oltre 56mila esercizi, che costituisce quasi un +15%.

«I negozi di prossimità hanno visto crescere la pressione fiscale, che resta a livelli altissimi, e quella competitiva», aggiunge Vivoli. «Poi è arrivata la deregulation totale degli orari e dei giorni di apertura prevista dal “salva-Italia”, che ha favorito la moderna distribuzione, mentre le piccole attività non possono sostenere questa competizione».

Al primo posto tra le categorie più colpite ci sono i punti vendita del tessile-abbigliamento, il cui numero si è ridotto di un quinto a poco più di 127mila negozi. «Per il settore c’è stato un calo delle vendite del 40-50% – osserva Roberto Manzoni, presidente della Federazione italiana settore moda, perché, oltre a tasse e bollette, tra spesa alimentare, per la casa e per gli smartphone sono cambiate le priorità degli italiani». Senza dimenticare il ruolo delle catene low price e il fast fashion, che hanno saputo creare modelli di business che propongono capi dall’immagine accattivante acquistabili a prezzi tali da permetterne un turnover nel guardaroba rapido e poco impegnativo. Tra i comparti più colpiti seguono ferramenta e costruzioni (-20%) e macellerie-salumerie (-17%) nell’alimentare.

L’unico settore in miglioramento (+75%) è quello delle vendite “al di fuori dei banchi e dei negozi”. È la parte del commercio, rappresentato dal canale online e con i distributori automatici, che esce dai perimetri “fisici” del negozio tradizionale e localizzato, per raggiungere i Clienti dove sono (internet e gli smartphone hanno rivoluzionato il modo di consumare) o permettere loro di consumare velocemente e a prezzo ridotto.

Entrando nello specifico del 2016, il commercio al dettaglio ha registrato, rispetto al 2010, una diminuzione del giro d’affari di circa 7,7 miliardi, equivalenti a circa 300 euro di spesa per famiglia. Analizzando i dati per format distributivo notiamo che a crollare sono infatti soprattutto le vendite dei negozi della distribuzione tradizionale (c.d. “di vicinato), diminuite di 6,9 miliardi in cinque anni. Queste cifre significano, tra il 2011 e il 2016, una riduzione di quasi 10 punti percentuali del valore delle vendite, con dati peggiori sul fronte degli alimentari (-11%, circa 2,4 miliardi di euro in meno) che sul c.d. no food ( -9,3%, pari a una riduzione di circa 4,5 miliardi di euro). La conseguenza dei dati esposti è l’ulteriore riduzione della quota di mercato degli esercizi di minori dimensioni, pari ormai a circa il 27% sul totale e al 16/17% nel comparto grocery.

Rilevano dati migliori nella grande distribuzione, il cui calo delle vendite complessive è del -1,2%. Spostando l’analisi sui due macrocomparti merceologici food e no food, emerge però anche per la Gdo una contrazione rilevante (-6,5% per circa 3,1 miliardi in meno) delle vendite di prodotti non alimentari. Mentre l’indagine sulle diverse tipologie distributive, ci permette di notare come il comparto food abbia retto meglio perché i supermercati discount hanno incrementato notevolmente le vendite, mitigando il dato generale del settore distributivo. Anche negli alimenti il consumatore si orienta al risparmio, cercando di acquistare presso catene che garantiscano comunque la salubrità dei prodotti pur con prezzi di vendita ridotti.

L’analisi specifica del 2016, rileva come il valore delle vendite sia rimasto stabile (+0,1% rispetto al 2015), grazie alla combinazione dei dati di vendita in aumento per le imprese di maggiore dimensione (+1,2% per quelle da 6 a 49 addetti e +0,9 per quelle con almeno 50 addetti) e in flessione per le imprese più piccole (-1,8%).

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Vediamo ora i dati relativi al commercio nei Centri cittadini. Tra il 2008 e il 2016 il numero di negozi in sede fissa è sceso del 13,2% nelle città italiane, con dati più rilevanti nei centri storici rispetto le periferie (-14,9% contro -12,4%). Si riduce il numero soprattutto di librerie, negozi di giocattoli e abbigliamento, mentre per i benzinai si può parlare di vera e propria sparizione. Mentre nei primi casi incide senz’altro il successo di altre forme distributive (internet e Gdo), il numero dei distributori di carburante risente anche delle norme Regionali che regolano il settore.  In controtendenza nei Centri città, solo farmacie e i negozi di telefonia e Ict domestico.

Questo ed altro, emergono dalla seconda edizione della ricerca “Demografia d’impresa nei centri storici italiani”, realizzata dall’Ufficio Studi di Confcommercio. Lo studio, che ha preso in esame 40 Comuni italiani di medie dimensioni capoluoghi di provincia ove risiede l’11,6% della popolazione italiana e tredici categorie distributive, rileva anche il fenomeno importante della crescita elevata nel numero di ambulanti, alberghi, bar e ristoranti. I primi aumentano globalmente dell’11,3% (addirittura del 36,3% nei centri storici), i secondi già citati, crescono invece del 10,2%. Con i picchi maggiori rilevati nel Mezzogiorno, dove le attività legate al turismo (bar, ristoranti e alberghi) crescono del 17,8% e il commercio ambulante addirittura dell’85,6%. Speriamo che sia l’inversione di tendenza nella valorizzazione dei beni turistici presenti in quelle zone d’Italia, che è mancata da sempre.

Mariano Bella, Direttore del Centro Studi Confcommercio, commenta il documento, rilevando che la chiusura dei negozi nei centri storici dipende da diversi fattori: ”L’incremento dell’età media della popolazione che consuma meno e quindi scoraggia la permanenza del negozio nel centro storico. In più il ciclo economico negativo ha un impatto più significativo nei centri storici che altrove. Infine la sopravvivenza del negozio nel centro storico dipende anche dal livello dei canoni di affitto e, in particolare, dal rapporto tra canoni nel centro e in periferia: ogni 10% di incremento di questo rapporto comporta, a parità di altre condizioni, una riduzione dell’8% dei negozi del centro: 630 chiusure su 3.470 nel periodo 2008-2016 sono spiegate da questo fenomeno, oltre il 18%”.

Per combattere quanto emerge da questi dati, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli è intervenuto rivolgendosi al Governo per ottenere «un’efficace politica di agevolazioni fiscali» ma anche alle associazioni dei proprietari immobiliari per «aprire un confronto per la revisione delle formule contrattuali e per rendere i canoni commerciali più accessibili». «Il presidente di Confcommercio sfonda una porta aperta quando dice che per risolvere il problema della fine dei negozi nelle nostre città serve una revisione delle formule contrattuali» è la risposta del presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. Anche perché l’attuale «disciplina, imponendo contratti di 12 o 18 anni a canone immutabile (salvo l’Istat), impedisce l’incontro fra domanda e offerta, precludendo l’apertura di nuove attività da parte di tanti giovani. La soluzione a tutto ciò esiste: derogabilità della legge sull’equo canone per tutti – e non solo, come ora previsto, per le locazioni con canone annuo superiore a 250 mila euro – e cedolare secca per gli affitti commerciali».

Parlando della nostra città, i dati elaborati dal centro studi di Confcommercio vedono Alessandria in totale controtendenza rispetto alle altre 40 città italiane analizzate nella ricerca citata. Oltre ad avere percentuali peggiori rispetto alla media nazionale (purtroppo non solo nel settore del commercio), nel nostro territorio i sobborghi sembrano aver subito di più la crisi.

Dal 2008 al 2016 Alessandria il dato riporta un calo del 22,8% dei negozi in sede fissa con un picco di chiusure soprattutto nei sobborghi dove negli ultimi 8 anni è perso il 40,5% di attività. Se nei centri più piccoli quasi un negozio su due ha chiuso, la città sembra aver retto meglio alla crisi con un – 5,1% di negozi in sede fissa nello stesso periodo di tempo.

La parte di ricerca relativa al commercio ambulante, riporta un aumento del 33,3 in città (in linea con quello nazionale che è +36,3%) ed un calo del 19,7 % in periferia (con una grossa differenza rispetto al trend nazionale, positivo del 5,1%).
Nemmeno il settore alberghi-bar-ristoranti riesce a riequilibrare i dati negativi. Se la media nazionale registra un + 10% sia in centro ed un +9,9% nelle periferie, ad Alessandria la città riporta un -1,6% e calano i sobborghi con uno sconfortante – 19,4%.
Il settore carburanti, soggetto alle dinamiche normative sopra ricordate, è quello che evidenza maggiormente il trend negativo, registrando nei sobborghi alessandrini un -75 % (-22,9% la media nazionale) ed un -34,8% nella città (-27% la media nazionale).

Le valutazioni espresse al proposito dal presidente Ascom Confcommercio Alessandria Vittorio Ferrari, invitano ad analizzare seriamente questi risultati per individuare quali politiche e quali eventi li hanno determinati. in essere rapidamente.E i risultati della ricerca potrebbero essere utilizzati per redigere proposte e strategie per la nuova Amministrazione che si insedierà in corso d’anno. Sarà il commercio, oltre gli altri comparti in sofferenza nell’economia della città, la parte preponderante degli interventi di correzione da porre.

Questi dati, ha aggiunto il direttore Ascom Confcommercio Alessandria Alice Pedrazzi, confermano l’urgenza di affrontare il tema della desertificazione commerciale, già da noi inserito nel Laboratorio Sperimentale di Rigenerazione Urbana di cui Confcommercio e Comune di Alessandria fanno parte, con interventi mirati, come ad esempio una fiscalità agevolata in base a zone geografiche o per settori merceologici. Possono ad esempio essere individuate agevolazioni nel settore immobiliare sia per i proprietari che per i locatari, in modo da ridurre una delle uscite più significative nella gestione d’impresa, ovvero i canoni d’affitto. Altri interventi possono essere individuati in base ai settori di appartenenza, con agevolazioni, ad esempio, su tributi come Tari, Imposta sulla pubblicità, canoni di occupazione del suolo pubblico per i dehor“.

 

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